marted́, 27 ottobre 2020

L'accettazione dell'eredità da parte del minore avviene solo con la maggiore età

Cassazione, sez. II civile, sentenza 16.1.2014 n. 814

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Sentenza 16.1.2014 n. 814

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. GOLDONI Umberto - Presidente - Dott. BIANCHINI Bruno - Consigliere - Dott. PETITTI Stefano - rel. Consigliere - Dott. MANNA Felice - Consigliere - Dott. GIUSTI Alberto - Consigliere - ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: S.R. ((OMISSIS)), + ALTRI OMESSI rappresentati e difesi, per procura speciale a margine del ricorso, dall'Avvocato FORTUNATO Agostino, in giudizio anche in proprio, elettivamente domiciliati in Roma, Via F. Coletti n. 39, se. C, int. 8, presso lo studio dell'Avvocato Giuseppe Fortunato; - ricorrenti - contro MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato per legge; - resistente - avverso il decreto della Corte d'appello di Salerno depositato in data 12 aprile 2012. Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 5 novembre 2013 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti; sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SALVATO Luigi, che ha chiesto l'accoglimento del ricorso per quanto di ragione.

Fatto

che, con ricorso depositato in data 13 maggio 2011 presso la Corte d'appello di Salerno, S.R., + ALTRI OMESSI chiedevano la condanna del Ministero della giustizia al pagamento del danno non patrimoniale derivato dalla irragionevole durata di diversi giudizi, iniziati con distinti atti di citazione notificati nei primi mesi del 1989 dai loro danti causa e da alcuni di essi in proprio, conclusisi con sentenza della Corte d'appello di Catanzaro depositata il 21 gennaio 2010;

che l'adita Corte d'appello, stimata la durata ragionevole del giudizio presupposto in cinque anni, accertava la violazione della durata ragionevole e determinava l'indennizzo spettante ai ricorrenti, previa valutazione dei segmenti processuali in cui i medesimi avevano agito iure successionis e quelli in cui avevano agito in proprio, procedendo alla liquidazione della somma di Euro 10.749,99 ciascuno in favore di I.D., I. G., I.T.; della somma di Euro 9.249,99 ciascuno in favore di S.R., S.G., S.I., S. F.; della somma di Euro 4.166,66 ciascuno in favore di F.L. e di F.R.; della somma di Euro 12.666,66 ciascuno in favore di L.M. e di L. D.; della somma di Euro 13.500,00 ciascuno in favore di FO.Ro., F.A., F.A., F.T., F.E., F.G., FO.Ag.; compensava le spese di lite; che per la cassazione di questo decreto S.R., + ALTRI OMESSI hanno proposto ricorso sulla base di tre motivi;

che l'intimato Ministero non ha resistito con controricorso, ma ha depositato atto di costituzione ai fini della partecipazione alla discussione della causa.

Diritto

che il Collegio ha deliberato l'adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza;

che con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti I.T., I.D. e I.G. denunciano violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. e vizio di motivazione, rilevando che la Corte d'appello pur affermando di liquidare il danno con riferimento agli anni di ritardo, aveva poi omesso di computare i quattro anni e due mesi del giudizio di appello, sottraendo cosi a ciascuno la somma di Euro 3.977,01, così come aveva erroneamente omesso di computare i sei mesi intercorsi tra la deliberazione della sentenza (30 dicembre 2012) e la sua pubblicazione (20 giugno 2003);

che il motivo è in parte inammissibile e in parte fondato;

che il motivo è inammissibile quanto alla denunciata mancata inclusione del periodo di sei mesi intercorso tra la deliberazione della sentenza e il suo deposito, atteso che la Corte d'appello, riferendosi al contenuto della relazione del Tribunale di Paola, ha affermato che la sentenza di primo grado era stata depositata il 30 dicembre 2002, sicchè la deduzione dei ricorrenti, secondo cui la pubblicazione della sentenza sarebbe avvenuta nel giugno 2003 integra la prospettazione di un vizio revocatorio;

che è invece fondato il primo motivo, nella parte in cui denuncia la erronea quantificazione degli anni di ritardo in base ai quali determinare l'indennizzo;

che in effetti la Corte d'appello, premesso che intendeva liquidare l'indennizzo adottando il criterio di 1.000,00 Euro per anno di ritardo, da un lato ha affermato che il giudizio di primo grado aveva avuto una durata irragionevole di dieci anni e due mesi e il giudizio di appello di quattro anni e sette mesi, e, dall'altro, ha liquidato un indennizzo che, sulla base dell'indicato criterio, corrisponde a un ritardo di dieci anni e nove mesi e non già di quattordici anni e nove mesi, come risulta dalle precise, e non contestate, indicazioni contenute nello stesso decreto impugnato;

con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell'art. 300 cod. proc. civ., dell'art. 565 cod. civ. e dell'art. 6 della CEDU, nonchè vizio di motivazione omessa o insufficiente, dolendosi del fatto che la Corte d'appello, in contrasto con le indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, abbia ritenuto rilevante ai fini della indennizzabilità della eccessiva durata del giudizio presupposto, la circostanza della mancata costituzione degli eredi in quel giudizio a seguito del decesso del loro dante causa, atteso che la morte dell'attore non determina automaticamente l'interruzione del processo, che continua nei confronti dei successori della parte deceduta tanto che la sentenza pronunciata nel giudizio spiega effetto anche nei loro confronti;

che il motivo è infondato, aderendo il Collegio all'orientamento per cui "in tema di equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, qualora la parte costituita sia deceduta anteriormente al decorso del termine di ragionevole durata del processo presupposto, l'erede ha diritto al riconoscimento dell'indennizzo iure proprio dovuto al superamento del predetto termine, soltanto a decorrere dalla sua costituzione in giudizio; ne consegue che qualora l'erede agisca sia iure haereditatis che iure proprio, non può assumersi come riferimento temporale di determinazione del danno l'intera durata del procedimento, ma è necessario procedere ad una ricostruzione analitica delle diverse frazioni temporali al fine di valutarne separatamente la ragionevole durata, senza, tuttavia, escludere la possibilità di un cumulo tra il danno morale sofferto dal dante causa e quello personalmente patito dagli eredi nel frattempo intervenuti nel processo, non ravvisandosi incompatibilità tra il pregiudizio patito iure proprio e quello che lo stesso soggetto può far valere prò quota, e iure successionis, ove già entrato a far parte del patrimonio del proprio dante causa" (Cass. n. 21646 del 2011);

che è certo, quindi, che "qualora la parte costituita in giudizio sia deceduta nel corso di un processo avente una durata irragionevole, l'erede ha diritto al riconoscimento dell'indennizzo iure proprio soltanto per il superamento della predetta durata verificatosi con decorrenza dal momento in cui, con la costituzione in giudizio, ha assunto a sua volta la qualità di parte; non assume, infatti, alcun rilievo, a tal fine, la continuità della sua posizione processuale rispetto a quella del dante causa, prevista dall'art. 110 cod. proc. civ., in quanto il sistema sanzionatorio delineato dalla CEDU e tradotto in norme nazionali dalla L. n. 89 del 2001, non si fonda sull'automatismo di una pena pecuniaria a carico dello Stato, ma sulla somministrazione di sanzioni riparatorie a beneficio di chi dal ritardo abbia ricevuto danni patrimoniali o non patrimoniali, mediante indennizzi modulabili in relazione al concreto patema subito, il quale presuppone la conoscenza del processo e l'interesse alla sua rapida conclusione" (Cass. n. 13083 del 2011;

Cass. n. 23416 del 2009);

che il secondo motivo è quindi infondato;

che con il terzo motivo i ricorrenti deducono violazione e/o erronea applicazione degli artt. 91 e 92 cod. proc. civ., nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla compensazione integrale delle spese di lite, disposta in considerazione della mancata costituzione dell'amministrazione intimata;

che il motivo è fondato, atteso che la Corte d'appello ha motivato la compensazione facendo riferimento all'atteggiamento non oppositivo tenuto dal Ministero e alla natura necessaria del giudizio, ma tali ragioni non sono idonee a giustificare una deroga al criterio della soccombenza nei giudizi di equa riparazione, atteso che la mancata opposizione da parte dell'Amministrazione che ha dato causa all'azione non può giustificare detta regolazione (Cass. n. 901 del 2012);

che conclusivamente, accolti il primo motivo, in parte, e il terzo motivo del ricorso, il decreto impugnato deve essere cassato;

che tuttavia, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384 cod. proc. civ., procedendosi ad integrare l'importo già riconosciuto dalla Corte d'appello, in favore di I.T., I. D. e I.G., di Euro 3.977,01, sicchè il Ministero della giustizia deve essere condannato al pagamento, in favore degli indicati ricorrenti, della complessiva somma di Euro 14.727,00 ciascuno, oltre agli interessi legali dalla data della domanda al soddisfo;

che, quanto alle spese del giudizio di merito, le stesse vanno liquidate in complessivi Euro 2.500, di cui Euro 1.000,00 per diritti, Euro 1.300,00 per onorari e Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge;

che quanto alle spese del giudizio di legittimità, il Collegio ritiene che, in considerazione dell'accoglimento solo parziale del ricorso, le stesse possano essere compensate per metà, liquidandole per intero nella misura di Euro 1.013,00, oltre ad Euro 100,00 per esborsi e agli accessori di legge;

che le spese, come liquidate, devono essere distratte in favore dell'Avvocato Agostino Fortunato, per dichiarato anticipo.

P.Q.M.

La Corte accoglie per quanto di ragione il primo motivo di ricorso, rigetta il secondo e accoglie il terzo; cassa il decreto impugnato in relazione ai motivi accolti e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della giustizia al pagamento, in favore di I. T., I.D. e I.G. della complessiva somma di Euro 14.727,00, ciascuno, oltre agli interessi legali dalla data della domanda al soddisfo; condanna inoltre il Ministero della giustizia al pagamento delle spese del giudizio di merito, che liquida in complessivi Euro 2.500, di cui Euro 1.000,00 per diritti, Euro 1.300,00 per onorari e Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge; nonchè al pagamento di metà delle spese del giudizio di legittimità, liquidate, per l'intero, nella misura di Euro 1.013,00, oltre ad Euro 100,00 per esborsi e agli accessori di legge, dichiarando compensata la restante metà.

Dispone la distrazione delle spese, come liquidate, in favore dell'Avvocato Agostino Fortunato, antistatario.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 5 novembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2014

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LaPrevidenza.it, 30/01/2014

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