mercoledž, 18 luglio 2018

Note di bioetica

Prof. Sergio Benedetto Sabetta

 

La possibilità di modificare il D.N.A. ha prodotto discussioni dal punto di vista bioetico, accentuate dall'intervento operato ad Oakland (U.S.A.), nel novembre 2017, sui molti rischi a cui si espone l'intera umanità nel manipolare senza adeguate informazioni sulla funzionalità e geni, novelli apprendisti stregoni.

Già nella conferenza di Asilomar nel 1975 gli scienziati si erano imposto di non intervenire sulle cellule germinali, ossia sul patrimonio ereditario, limitando i possibili interventi nella terapia genica ai soli geni di un singolo paziente senza possibilità di trasmissione alla discendenza.

In un suo intervento il Prof. Mauro Ferrari, direttore del Houston Methodist Research Institute, dichiara "I rischi sono altissimi, la nostra conoscenza delle funzioni dei geni è ancora molto limitata. Si tratta di tecniche dal forte impatto trasformativo, raccomando straordinaria cautela" (intervista di F. Semprini su La Stampa del 16/11/2017); riconosce peraltro la quasi impossibilità di fermare la corsa una volta iniziata, essendovi decine o centinaia di laboratori al mondo che si applicano su di essa, tuttavia non si conoscono ancora le correlazioni tra geni con possibili risultati inaspettati se non disastrosi che si eviterà senz'altro di reclamizzare, per non parlare della tentazione di creare esseri umani "debitamente pianificati".

Le dinamiche evolutive sembrano accogliere la possibilità prevista nella natura di raggiungere una capacità di conoscenza tale da modificare volutamente le basi della vita e le relazioni vitali, la circostanza appare insita nel piano evolutivo stesso, dove l'atto creativo iniziale dà la spinta al superamento dei vari piani, fino a potere rinnegare le stesse strutture biologiche iniziali.

Sorge quindi il problema non solo della responsabilità conservativa dell'ambiente naturale in cui viviamo, superando l'iniziale mentalità predatoria, ma con atto volontario o sulle stesse spinte evolutive finiamo per modificare inevitabilmente e irreversibilmente la nostra base naturale sul pianeta, anche a costo di enormi perdite biologiche comprese quelle umane.  Si contrappongono due spinte, l'una di onnipotenza creativa congiunta alla volontà di conservazione del se, in una sintesi economico-biologica, l'altra tesa alla conservazione e sostenibilità dell'ambiente; alla natura quale specchio dell'essere umano in cui l'individuo si riconosce e ne diventa parte, tentativi di sintesi tra queste due posizioni risultano essere piuttosto problematiche se non impossibili, venendo facilmente estremizzate.

Queste posizioni opposte si rispecchiano nella visione che il platonismo e l'aristotelismo hanno del rapporto natura-matematica, nel quale la centralità è assunta rispettivamente dalla natura in Aristotele e dalla matematica in Platone, mentre in Aristotele la matematica ha un significato solo in rapporto alla natura, Platone sostiene essere la matematica indipendente dalla natura, che nasce nel suo esistere dal mondo delle idee.

Gli assiomi per Aristotele devono riflettere la natura in modo tale che la matematica non sia altro che una descrizione della stessa natura, al contrario Platone sostiene essere la natura una imitazione parziale della matematica; così che per Aristotele le differenze tra matematica e natura derivano da errori negli assiomi iniziali che si riflettono nel modello matematico, mentre per Platone le differenze sono problemi nelle strutture naturali.

Nel sistema aristotelico "la matematica è un'ottima approssimazione della natura", mentre nel platonismo "la natura è un'ottima approssimazione della matematica" (Z. Artstein, 156, Matematica e mondo reale, Bollati Boringhieri, 2017), queste due opposte visioni si possono considerare le matrici per due metodi opposti di relazionarsi dell'umanità con la natura.

Se si considera l'evoluzione come il metodo migliore che la natura possiede sia nell'adattamento che per lo sviluppo delle potenzialità da essa possedute non resta alla specie umana che migliorare quello che già esiste, perfezionando senza stravolgere; al contrario se riteniamo che la natura tende ad una perfezione ideale di cui l'umanità ne può avere coscienza e alla cui fonte può attingere, si aprono le possibilità di un'ampia manipolazione con tutti i vantaggi ed i rischi che ne conseguono.

Sembrerebbe, osserva Artstein, che "La natura cerca di convergere alla soluzione ideale trovata dalla matematica, che però non è raggiungibile. Da allora questo effetto ­ il fatto che la natura approssima quanto più possibile una soluzione matematica che fisicamente è impossibile - è stato scoperto in molte situazioni e ha fornito un'interpretazione matematica di effetti osservati in precedenza. Questo approccio è riuscito anche a prevedere nuovi effetti che poi sono stati confermati in laboratorio" (157, cit.).

Alla competizione evolutiva sulle risorse tra specie, si affianca e sovrappone una competizione sulla conoscenza che non si riflette solo all'esterno sull'ambiente naturale ma anche all'interno della stessa specie umana, un processo già in atto che trasforma lo stesso homo sapiens in una specie potenzialmente in estinzione, da sostituire progressivamente con un "nuovo" homo sapiens geneticamente manipolato, un vaso di Pandora a cui inesorabilmente la stessa evoluzione sembra condurci e di cui tuttavia non conosciamo le conseguenze ultime.

Il problema della bioetica si estende anche nella scelta di chi curare, considerando i limiti della medicina, i costi sostenibili e i risultati parziali che possono generare uno stato di sofferenza permanente, tanto che all'ospedale di Yale, New Haven, in caso di malformazioni gravissime di un neonato i genitori dovevano scegliere insieme al Primario del reparto di Maternità se intervenire o meno.

In questo contesto può capitare, visti i forti contrasti ideologici ed etici che la materia comporta, degli interventi poco "meditati" della magistratura, se non degli abbagli, come descritto dallo stesso Piero Angela sul caso di Di Bella e in uno dei processi su un servizio di "Super-Quark" sull'omeopatia che lo coinvolse direttamente (167-170, P. Angela, Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute, Mondadori 2017).
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LaPrevidenza.it, 27/01/2018

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