Articolo di Fabio Pammolli e Nicola Salerno
L’indicazione sostanziale della sentenza della Corte di Giustizia Europea (in data 13 Novembre 2008, causa C-46/07) è chiara: non è con un anticipo della pensione, a fine carriera e, in casi sfortunati, anche a fine vita, che si può perseguire la parità uomo-donna nel mondo del lavoro e nella società. Si deve ricercare la parità in contemporanea con ogni fase della carriera e della vita; parità nelle opportunità e nelle possibilità di scelta. E se su un piano di diritto questo è indubitabile, si deve anche sottolineare come l’affermazione del diritto coincida perfettamente con la logica dell’economia, e viceversa. L’apporto che le donne possono dare al sistema economico e alla società va valorizzato in primo luogo durante la vita attiva, e non attraverso regole pensionistiche “risarcitorie”.
Pareri discordanti sono emersi, invece, per quanto riguarda l’ambito di applicazione della sentenza, sotto tre aspetti: (a) il riferimento della Corte ai regimi pensionistici professionali e non a quelli legali; (b) il rapporto tra la sentenza, l’articolo 141 del Trattato CE e la Direttiva del Consiglio n. 79/7/CEE del 19 Dicembre 1978; e (c) l’estendibilità della stessa sentenza al di là della gestione INPDAP e del parametro anagrafico per il pensionamento di vecchiaia.
Le considerazioni che di seguito si espongono fanno ritenere che: la sentenza abbia validità nei confronti di tutte le pensioni di tipo previdenziale e non assistenziale; che questa interpretazione sciolga l’apparente contrasto esistente tra la sentenza, l’articolo 141 del Trattato CE e la Direttiva del Consiglio n. 79/7/CEE del 19 Dicembre 1978; che, proprio in virtù di questa interpretazione, il dispositivo della sentenza sia estendibile al di là della gestione INPDAP e del parametro anagrafico per il pensionamento di vecchiaia, a riguardare tutte le regole del sistema pensionistico erogante prestazioni diverse da quelle a carattere assistenziale.....
LaPrevidenza.it, 04/03/2009
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