Prof. Sergio Benedetto Sabetta
La prima violenza che si esercita in economia è quella che la specie umana, nel modello di sviluppo economico attuale, compie sul sistema ambientale, lo sviluppo è giustificato dal mito di una crescita illimitata secondo modelli propri tra ‘800 e ‘900, la pressione demografica crescente unita a vecchi modelli economici e tecnologici, determinano un progressivo depauperamento delle risorse ambientali e distruzioni di ecosistemi, la mistificazione risiede nella promessa della possibilità di estendere in termini illimitati la crescita di un benessere fondato su consumi predatori ad una popolazione in espansione esponenziale, a fronte di un progressivo degradarsi dell’ambiente, i limiti dei nove principali processi ambientali che gli scienziati hanno individuato:
sono stati superati in tre, più precisamente la perdita di biodiversità, il ciclo dell’azoto e il cambiamento climatico, mentre si va verso i limiti per il ciclo del fosforo, l’acidificazione degli oceani e l’uso del suolo (Foley), vi è quindi la necessità di nuove politiche economiche per tenere sotto controllo i processi ambientali (1).
Vi è la necessità di riconsiderare l’attuale mito della crescita, come è stato osservato ci ha mantenuto in una adolescenza perpetua, evitando di volere prendere coscienza dell’eccessivo attrito che il modello imponeva al pianeta (Mckibben), il volere pretendere di vivere su questo pianeta come se fosse quello di due secoli precedenti è impossibile avendo, attraverso lo sviluppo industriale fondato sulla crescita progressiva di consumi nel tempo non sostenibili, quali i combustibili fossili non rinnovabili e i cibi a loro volta poco sostenibili per i costi ambientali e le qualità richieste, compromessa una crescita che si voleva illimitata, sostenuta nei termini attuali dagli enormi interessi in gioco sia economici che politici, dalla ricerca della via più rapida per uscire dal sottosviluppo (2).
Ormai nessuna società può pretendere di operare in un ecosistema a risorse infinite, la biosfera finita impone nuovi modi di pensare, la dimensione ottimale dei consumi risiede nel punto in cui utilità e disutilità marginale sono uguali, il limite di futilità è dato dalla mancanza nell’accumulo di alcuna utilità, la disutilità marginale è la quantità di sacrificio necessaria ad ottenere un’unità di consumo in più rispetto alla stessa utilità e cresce progressivamente all’accrescersi dei consumi, nella sostenibilità capitale naturale e capitale prodotto dalla trasformazione umana risultano complementari e non alternativi, ma questo comporta nuovi modi di misurare il benessere, trasferimenti di risorse, progressiva riduzione di mercati già consolidati a favore di nuove realtà, una trasformazione che non può avvenire senza shock e in cui la mistificazione dell’informazione è all’ordine del giorno (Daly), lo stesso settore finanziario ipertrofico e autoreferente subirebbe una riduzione, causa di lotte e inganni, resistenze e menzogne (3).
Il cambiamento demografico in atto foriero di ulteriori lotte viene a coinvolgere flussi migratori e trasferimenti di risorse tra fasce di età, in cui l’interesse privato viene a configgere con la spinta evolutiva alla sopravvivenza e al desiderio di accrescimento, ulteriori occasioni per violenze e manipolazioni (Cohen), ci poniamo innanzi al dilemma di una rinnovata crescita o all’opposto di una esplosione (4), demografica, economia e ambiente correlati tra loro creano nuove dinamiche conflittuali dovendo passare dalla combinazione di più produttività, più persone e più risorse ad una sola produttività che da quantitativa , come finora si è imposta anche tra le tigri economiche quale rapido accesso alla ricchezza, ad una qualitativa (Musser), dove accanto alla pura conoscenza tecnica si deve recuperare la coscienza critica propria di una preparazione umanistica (5).
Il mito della globalizzazione presenta come ogni cambiamento umano due facce, da una parte vi è stato un esplodere di consumi e crescita finanziaria dall’altro uno sfruttamento sempre più intensivo delle risorse naturali e umane, la violenza non risulta visibile, i costi sociali possono essere esternati, tuttavia essa è un saldo che in un sistema chiuso quale è quello della terra porterà prima o poi ad un bilancio che potrebbe diventare negativo, infatti modelli economici efficienti in una determinata scala diventano inefficienti a scale superiori, si richiede un cambiamento di visione, nuovi paradigmi nel valutare la crescita (Bardhan – 6), le difficoltà sono comunque enormi se si considerano i possibili conflitti di interesse, come nel caso emerso dalla Big Pharma (Seife C., La ricerca farmaceutica è affidabile?, 30 – 39, in Le Scienze, 534, 2/2013).
La mistificazione risiede anche nel creare il concetto di benessere nel movimento perenne, alla ricerca di una momentanea soddisfazione inesausta nel consumare attraverso il possedere che può risultare staccato dal vecchio concetto della proprietà, quello che interessa è il rinnovo quantitativo della produzione, la violenza in questo passa da un livello fisico ad uno psichico nell’impossibilità di rimanere quieti e soddisfatti (118 – Baumann Z., L’etica in un mondo di consumatori, Laterza, 2010), nell’evitare conflitti ed aumentare la capacità di consumo al fine di sostenere la produzione ed aumentare il livello di benessere, si è creato il sistema del Welfare, ma questi risiede attualmente nella sua sostenibilità in una esternalità dei costi, vi è una difficoltà nel passare dal quantitativo al qualitativo, rimodulando il senso dei consumi, in questo favoriti ma al contempo ostacolati per la crescente complessità dal progresso tecnico.
Noi vogliamo una completa controllabilità e compensabilità del rischio, delle insicurezze che il correre tecnologico ci comporta, un misto di crescente onnipotenza ma anche insicurezza e fragilità, liberati dalle necessità materiali ci ritroviamo in una sicurezza tecnologica dagli innumerevoli rischi che vogliamo evitare di vedere per non sentirci impotenti, l’insicurezza cacciata dalla porta rientra dalla finestra, vi è quindi una società del rischio che vuole controllare il rischio, non lo accetta, quale estrema promessa economica e tecnologica, ma che tuttavia non può essere coinvolta, la falsa promessa si disvela negli imprevisti umani e naturali, nella stessa impossibilità di una eliminazione del rischio causato dalla stessa crescente complessità derivante dalla crescita scientifica e tecnologica (Beck), una non accettazione dei propri limiti umani che la stessa crescita infinita voleva negare, dei limiti fluidi ma pur sempre continuamente riemergenti (7).
La guerra, come ci ricorda Galbraith nel suo saggio Storia della Economia ( Il passato come presente, Rizzoli, 1988), è un potente motore nello sviluppo umano, nella ricerca e applicazione di nuova tecnologia da trasferirsi nella società civile, essa creò le premesse del welfare del secondo dopoguerra, ampliò l’intervento statale avvalorando le teorie keynesiane quali alternative valide al ciclo depressivo iniziato nel ’29, tuttavia la guerra, il conflitto in generale, crea le premesse e la giustificazione per la crescita di una potente lobby che vive su essa e alimenta la necessità di un conflitto stesso, né può essere eliminata la ricerca e produzione considerato i limiti nei rapporti cooperativi umani e i pericoli sempre rinascenti, vi è la necessità di un sistema difensivo e parallelamente l’emergere della stessa necessità di un possibile controllo efficace, necessita quindi la ricerca di una continua critica riflessione sulle informazioni che il sistema politico-industriale trasmette.
Nella crescente disuguaglianza sociale che l’incrocio tra globalizzazione e tecnologia comporta, vi è il prevalere della possibilità dell’analisi dei diritti ma anche della sua manipolazione nell’informazione da parte di gruppi sempre più ristretti, si sono create le premesse del famoso downsizing, dell’intervento dei c.d. tagliatori di teste che in molti casi hanno rischiato di eccedere nella riduzione del capitale umano, il passaggio dal sistema tayloristico alla teoria della valorizzazione delle risorse umane, si è scontrato con lo sviluppo dell’ICT che ha comportato enormi tagli di personale e di retribuzioni, spingendo intere categorie verso attività a basso reddito, è venuta meno la promessa che la fine della guerra fredda e lo sviluppo dell’informatica avrebbe portato ad una crescita di benessere diffuso “quasi” illimitato, una mistificazione tesa a diffondere una visione “esclusivamente” positiva della nuova tecnologia, evitando di evidenziare le possibili ricadute negative che ne avrebbero potuto rallentare la diffusione, richiedere un fardello di regolamentazioni (Turner, 8).
Nella necessità di integrare innumerevoli scelte nasce la pressione di stabilire le priorità razionali, nella formazione di questa scala che deve riflettere dei valori da diffondere nella società, se democratica, il potere politico entra in difficoltà per la necessità di seguire dei cicli elettorali, così che vi è una difficoltà nel rapporto elettorato/elettori, nel creare strutture di regolamentazione ci si impantana in discussioni e indecisioni per non parlare delle pressioni lobbistiche a cui si è sottoposti, gli economisti hanno a riguardo proposto di creare nuovi mercati per i problemi ambientali, efficienti e autosufficienti, capaci di gestire rischi e incertezze, ma il rischio è di creare nuove illusioni mancando “molti degli ingredienti necessari per dare vita a mercati efficienti” (122, Gibbs W. Wayt, Stabilire le priorità, in Le Scienze, 447,11/2005), né si può ignorare l’influsso che l’economia illegale esercita sull’economia legale attraverso la cinghia di trasmissione della finanza.
NOTE
b) il pubblico
La vita pubblica può permettere un esercizio della violenza ben superiore a quello che un singolo otterrebbe, le istituzioni vengono a moltiplicare le potenzialità grazie all’organizzazione, d’altronde le funzioni pubbliche possiedono propri criteri di valutazione etici diversi dal privato in quanto tesi a quello che è definito come “bene pubblico”, azioni che da un punto di vista privato sarebbero disapprovate vengono permesse in favore di un risultato pubblico positivo, questo comporta tuttavia la necessità di porre dei freni personali al proprio agire che compensino la maggiore ampiezza d’azione che il singolo possiede nel suo ruolo pubblico, l’irreprensibilità del suo privato, probità e disinteresse garantiscono il corretto uso dell’esercizio del potere, ma il potere è una espressione propria dell’individuo che affonda le sue radici nell’evoluzione e nei primi rapporti infantili; nel ruolo pubblico l’individuo assume obbligazioni sia verso la collettività che verso dei gruppi specifici (teoria dell’obbligazione), l’impersonalità dell’azione pubblica implica accanto alla maggiore attenzione dei risultati una più rigorosa imparzialità (Nagel).
Raggiungimento dei risultati e mezzi impiegati dovranno essere valutati nell’insieme, ma non possono essere disgiunte dalle “caratteristiche morali delle istituzioni”, questo non deve scivolare verso la auto indulgenza o parzialità circostanza che impone una maggiore attenzione all’etica privata, ai modelli di vita individuali, l’indebolimento dei vincoli pubblici comporta una compensazione nel privato, una maggiore attenzione alla condotta nei rapporti personali sì da compensare la necessaria maggiore libertà nel conseguire i risultati desiderati e ritenuti necessari per il bene pubblico , il ricorso all’elettorato non implica naturalmente un consenso per tutte le azioni, è il fine conseguito che giustifica l’appoggio, la violenza è pertanto comunque limitata nella sua legittimazione sia dal consenso nei fini che dall’aspetto privato della valutazione delle azioni incentrata sull’agente, né le restrizioni all’agire potranno essere delegate interamente ai tribunali, i vincoli morali individuali persisteranno comunque (1).
Il potere ha una pervasività nella vita tale da riscontrarsi dalle istituzioni, alle organizzazioni, fino alle relazioni personali, tanto che Weber distingue tra potenza (macht) e potere legittimo (herrschaft), dove quest’ultimo può incarnarsi in una legittimità tradizionale, carismatica o legal-razionale, la dipendenza che si origina può nascere sia da una condivisione di valori che da un coinvolgimento per calcolo, ma può essere anche forzata, priva del contratto psicologico necessario al fine di definire le reciproche aspettative, la legittimazione dell’autorità viene meno anche se nasce da una originaria legittimità, vi è una distorsione dei confini propri del contratto psicologico a cui gli individui tendono tuttavia ad adattarsi, ad accettare, quale propensione personale all’autorità fino alle estreme conseguenze della crudeltà e distruzione, come dimostrato negli esperimenti di Milgran e Zimbardo nei quali la deresponsabilizzazione si riassumeva nell’osservazione preliminare, “…, se lei si assume la responsabilità…” (Tosi, Pilati, 2).
Machiavellismo, ossia la capacità di manipolare il proprio controllo delle emozioni, unito a forti motivazioni al potere personalistico, possono superare la restrizione dell’uso del potere pubblico per vantaggi privati e rafforzare gli interessi verso gruppi particolari a scapito dell’insieme, nei calcoli morali individualismo e cooperazione si alternano e le condizioni generali che le sovraintendono possono essere modificate (Méro), la mistificazione tende pertanto a modificare le condizioni o comunque le loro percezioni entro cui si agisce, si ottiene quindi la legittimazione del proprio agire e della violenza che il potere può permettere, l’uso delle risorse viene distorto richiamandosi ad urgenze e necessità le valutazioni superano popolazioni ed ecosistemi, l’orizzonte istituzionale con le proprie necessità si collega all’agire economico trasferendo i costi ad altre generazioni e in altri luoghi falsando le decisioni sui rischi e la vulnerabilità sociale (Beck).
Nel presente la frammentazione culturale e il valore riconosciuto alla menzogna quale strumento di lotta e difesa ha impedito la formazione di una etica pubblica quale semplice contenitore della convivenza civile, né i capitali trattenuti dalle Istituzioni si trasformano in crescita economica, diventando spesso oggetto di una rapina truffaldina dove si evita di indicare le ragioni delle decisioni, lo Stato rifacendosi ad un programma qualitativo della spesa riesce ad evitare una dettagliata indicazione delle spese stesse, rifacendosi a generici valori retoricamente ripetuti (Viano), ma trasferiti di fatto direttamente dal pubblico ai rapporti tra privati, vi è una debolezza strutturale dello Stato rispetto alla società civile, ai gruppi di pressione che in esso prosperano, questo conduce alla permeabilità e disponibilità rispetto ai gruppi stessi e in ultima analisi a una rifeudalizzazione dello Stato, dove interessi privati e pubblici si mescolano e stringono patti riservati (Cassese), nei reciproci appoggi lo Stato risulta con le sue Istituzioni strumentalizzato, facilitato dal venire meno di un centro riconosciuto se non per richiedere favori o appoggi, vi è quindi una ambiguità di fondo tra centro e periferia in quella che è stata definita una amministrazione “porosa” (3).
Se dal finire del ‘900 allo Stato etico si è sostituita una concezione puramente economica dello stesso favorita dall’espandersi dell’intervento pubblico in economia, secondo il modello keynesiano, non può nascondersi che lo Stato etico nato con la Rivoluzione francese conduce agli orrori delle Guerre Mondiali, ai campi di concentramento ideologici, all’eliminazione di coloro che sono individuati come il nemico.
Lo Stato etico fondato su principi liberali, sotto la pressione di un ribellismo giovanile a cavallo tra ‘800 e ‘900, dagli interessi economici contrastanti dei vari blocchi, dall’esaltazione delle comunità nazionali trasformate in miti fondatori (Alberoni), conduce al crogiolo della Grande Guerra, all’apertura del vaso di Pandora degli istinti primordiali, la promessa menzognera del sacrificio attuale per un radioso futuro promesso, per questa promessa menzognera ma inebriante nel fornire all’uomo la potenza creativa di Prometeo, si giustificano massacri, abusi e sofferenze, alla meschineria egoistica dei vecchi capi si sostituivano nuove generazioni di leaders così da dare “l’impressione che il movimento non avesse limiti precisi, che fosse una ininterrotta estasi nitzscheana” (39, Mosse G.L., Il fascismo .Verso una teoria generale, Laterza, 1998), questo ricostruire continuamente attraverso la propaganda un vitalistico mito giovanile viene a coinvolgere tutti i regimi autoritari della prima metà del ‘900.
Foucault, rovesciando il detto di Clausewitz, dichiara la politica come la prosecuzione con altri mezzi della guerra, in cui “la teoria è sempre un’arma che produce potere”, sia nel rafforzare il vecchio che nel creare il nuovo (4), il potere è impalpabile e diffuso in termini “microfisici”, esso è solo in parte individuabile lungo canali chiaramente determinati, in parte è sulla società ma nella realtà è sparso prevalentemente nella società, esso non è solo repressione bensì anche funzione produttiva nella quale vi è sapere, scienza e inganno, pertanto Foucault sottolinea che non vi può essere una chiara distinzione tra “teoria” e “ideologia”, la guerra non è quindi solo quella guerreggiata ma anche quella silenziosa che avvolge il corpo sociale, in un continuo rapporto tra cooperazione e conflitto.
La tecnologia ha potenziato nella falsità di una promessa di trasparenza la asimmetria della manipolazione delle informazioni, sia da parte delle organizzazioni pubbliche che delle sempre più potenti organizzazioni private, “la registrazione assicura un sapere su tutte le operazioni compiute in rete, di qui la situazione asimmetrica: l’utente sa molto poco, l’apparato sa tantissimo” (69, Ferraris M., Mobilitazione totale, Laterza, 2015), la privacy risulta uno schema piuttosto debole a cui aggrapparsi essendo noi costretti e desiderosi per necessità, speranza, ambizione o narcisismo di confluire nel fornire i dati necessari, è quindi l’apparato mitizzato attraverso sapienti opere di marketing che crea il consenso necessario a facilitare l’opera dando un senso al mondo, lo Stato tradizionale entra quindi in crisi travalicato da una economia globale fortemente interconnessa da una tecnologia della comunicazione dilagante, che trasferisce fette sempre più consistenti di potere ad organizzazioni private sovranazionali, si creano burocrazie private che si sovrappongono ai funzionari pubblici in un ritorno alle varie Compagnie delle Indie proprie del periodo tra XVII – XIX secolo.
Bauman parla di “glocalizzazione” quale “combinazione di luoghi che diventano importanti simultaneamente (e in stretta connessione), mentre la distanza spaziale perde significato” (149, Bauman Z. e Bordoni C., Stato di crisi, Einaudi, 2014), il potere di creare un ordinamento giuridico secondo una dottrina teologica secolarizzata di onnipotenza legislativa viene meno, come la garanzia della difesa dei confini esterni e “interni”, un senso di insicurezza pervade l’individuo che avendo creduto in una scalata perpetua si sente oppresso ma non protetto dalle Istituzioni.
Lo Stato è in crisi, i pubblici funzionari hanno perso parte della loro credibilità, travolti dallo stesso successo economico dell’intervento pubblico che ha scatenato interessi incrociati e lobby, la globalizzazione economica ha posto nuovi miti, creato desideri, tuttavia “per il benessere degli uomini un altro PIL pro capite non è tutto. Il mercato va inserito in uno Stato che lo sostenga e sia sostenibile. Per fortuna lo Stato non è più considerato un amministratore attivo dell’economia. Ma il suo ruolo sociale è vitale e sempre più importante perché se non è ben diretto può distruggere la compattezza sociale che è alla base del moderno capitalismo”(XIII, Prefazione di Ralf Dahrendorf, in Turner, Just Capital, Laterza, 2004), la politica deve quindi riacquistare la capacità di scelta ma nello spostare risorse indicare senza mistificare, in quanto la scoperta di una realtà diversa conduce dall’esaltazione al rifiuto (Turner).
Carl J. Friedrich considera il potere sia come un possesso che come un rapporto con il quale influenzare in termini indiretti e non strutturati, si ha solo apparentemente la possibilità democratica di entrare in politica e sostenere le proprie idee, nella realtà, osservano Dahl e Polsby, l’elemento decisivo è il controllo di una rete di gestione delle risorse, questo comporta il prevalere di leaders o coalizioni di leaders e sovranità indipendenti costituite dai vertici istituzionali e organizzativi, si ha pertanto il carattere relazionale del potere, dove il dominio è generato da quello che Emerson e Blou definiscono uno squilibrio fra relazioni di scambio, la politica diventa quindi un sistema rapido di ascesa sociale e di arricchimento, che può portare a fenomeni di “bossismo” (Merton), con ampia corruzione, estorsioni e ricatti (Sola G. – Potere, elitismo e pluralismo, in Storia della scienza politica, La Nuova Italia Scientifica, 1996).
NOTE
Nella disarticolazione della forma, quale simmetria desiderabile del giuridico, vi è la radice dell’intreccio tra violenza e mistificazione, una mistificazione che a sua volta risulta essere non personificabile nel nascondimento di un qualcosa, una mistificazione perfetta in quanto difficilmente rilevabile nell’oggetto e nel fine, una mistificazione che nasce dall’intreccio delle innumerevoli possibili interpretazioni, come dal caotico emergere dell’inciso, del comma, del codicillo, il sistema acquista una valenza economica del commerciabile che dal legislatore onnipotente, oscura camera di compensazione di lobby e interessi, si cala progressivamente, articolandosi in mille rivoli di trattative e scambi, dove abilità e arguzie, prossime all’inganno si esaltano.
Il caotico normativo, sostituendosi alla complessità regolamentata, acquista il senso manzoniano, di un azzeccagarbugli del tutto e del nulla, le regole di una simmetrica semplicità dell’evitare un eccessivo ricorso ai decreti, alle regole, alle deleghe, ai commi, ai pareri, alle abrogazioni implicite, alla ridondanza ripetitiva, ai continui rinvii, fino all’oscurità delle formule linguistiche, permette all’onnipotente legislatore di perpetrare l’inganno (1), la forma elegante e fluente è finalmente rotta, frammentata in un incomprensibile diluvio, che nasconde tra le sue pieghe un conflitto nell’apparente ordine, un contrapporsi che è riflesso della tensione tra forza e giustizia, tra lex e ius, vi è nell’apparente giustizia ordinatrice la rottura dell’equilibrio tra una giustizia impotente e una forza che in quanto eccessiva e difettosa diventa violenza, vi è quella che può essere considerata come l’auto-rappresentazione della legge, che in quanto tale è un puro e semplice “atto di volontà prevaricatrice”, dell’annientamento di qualsiasi rapporto in favore della forza (2).
Nei sistemi sociali complessi le ricerche hanno evidenziato che “il gruppo sociale limita il comportamento individuale e il comportamento individuale dà forma al tipo di gruppo sociale che si evolve (171, Gazzaniga M., Chi comanda? Scienza, mentre e libero arbitrio, in Codice ed., 2013), vi è quindi una rete in cui ordine e disordine si succedono, la linearità dell’equilibrio è sempre temporanea, la violenza che è insita nel cambiamento latente, come la mistificazione che, quale Giano bifronte, può essere al contempo mezzo di stabilizzazione ma anche potenziale detonatore per uno sconvolgimento e la creazione di nuovi equilibri, nella biforcazione che l’indeterminazione non può prevedere interviene la causalità di per sé ineliminabile (Teoria di Prigogine), ma l’indeterminazione sussiste anche in assenza di biforcazioni per i ripetuti cicli di retroazione, inganno, violenza, giustizia e ingiustizia, la ricerca di una scala di valori è pertanto continuamente messa in discussione (3).
Natoli sottolinea che : “E’ evidente che la giustizia è relazionale” (35, Kratos. Potere e società, Albo Versorio, 2015), non sia altro che la capacità di porsi dal punto di vista dell’altro, la virtù risulta anch’essa come relazione tra il proprio essere e la condizione altrui, ma la difficoltà che pone l’etica della virtù impone una etica dell’obbligazione e la richiesta di sempre nuove leggi, una etica esterna che ci conduce ad una “legislazione illimitata”, trasferendo il potenziale arbitrio dal singolo all’ente supremo del legislatore (4) che tuttavia si nutre della cultura di una società, il circolo si chiude e il diritto nelle sue molteplici espressioni può ridiventare forma di arbitrio, i diritti acquisiti non lo sono per tutti ma si spandono secondo le forze relazionali esistenti invertendo mistificatoriamente la scala dei valori sì che lo stesso diritto non è uguale per tutti.
Il “capitale sociale” è la possibilità di relazionarsi con rapporti fondati sulla fiducia e la comprensione, qualità che favoriscono cooperazioni e collaborazioni lavorative agili e proficue, esso “E’ una risorsa importante, perché riesce a creare reti adatte alle transazioni” (247, Buchanan M., Nexsus , Oscar Mondadori, 2004), solitamente viene formato e trasmesso attraverso i vari meccanismi culturali, integrando e talvolta sostituendo validamente le relazioni gerarchiche che, nel rendere efficienti le organizzazioni, hanno anche un notevole costo personale per gli individui che siano gerarchicamente integrati, il capitale sociale è quindi qualcosa di estremamente prezioso ma anche fragile che il diritto dovrebbe promuovere e proteggere, ma che la violenza insita nell’ingiustizia di una mistificazione giuridica compromette, è l’incapacità dell’élite di comprendere la sua estrema utilità nel rendere fluida la società, ma anche una limitazione allo sfruttamento obbligazionario, alla possibilità di piegare i rapporti in termini conflittuali, di creare un nuovo mercato dei diritti fondato sulla scarsa qualità e sulla mistificazione giuridica stessa.
Vi è un perenne conflitto tra richieste personali e impersonali, la soluzione è stata ricercata nell’utilitarismo, dando una scala ai valori secondo la ricerca del perseguimento di una graduatoria di massima utilità generale, ma, osserva Nagel, i giudizi di valore non possono essere confrontati secondo l’esattezza richiesta dalla teoria dell’utilità, non vi sono quantità comparabili tra i cinque valori da lui ritenuti fondamentali:
questi impegni non possono essere confusi con l’interesse personale, in quanto questo tende alla soddisfazione unificata di tutti i desideri, mentre il perseguimento di un particolare impegno può entrare in conflitto con il proprio interesse personale (5), si rischia un nichilismo giuridico a cui Nagel contrappone il giudizio aristotelico.
Vi è una onda decostruttiva che da Parelman si spinge fino a Derrida nella quale la verità è sostituita dalla pura capacità logica, quello che viene a contare è la sola adesione alla realtà, ma non la ricerca di una realtà migliorabile bensì della realtà esistente, nell’eliminazione di questo dualismo vi è la pura adesione al presente, alla ragione pratica kantiana intesa come possibilità che si creano all’utilità immediata dell’oggi (De Monticelli), contrapposta al sentimento diffuso della quotidianità è la discrezionalità assoluta che il regolamentatore rivendica, egli è teologicamente onnipotente, come rilevato da Carl Schmitt, sicché quello che prevale non è la norma in sé ma la volontà, la decisione che risulta base dell’intero ordinamento giuridico, se questo è di per sé un atto di forza, la violenza che risulta nell’ulteriore e nascosto potere è ignorare ingannevolmente la norma stessa, far sì che ad una apparenza della sovranità normativa corrisponda la realtà del potere di scegliere, sospendere, escludere e fare eccezioni alla norma, in quanto la sovranità è “il potere di scegliere fra due cose” (Bauman - 6).
L’inganno crea la stanchezza, la mistificazione l’indecisione, la sospensione del giudizio nel continuo rischio della sua fallacia, Weber rivendica la razionalità giuridica dello Stato moderno necessaria all’imprenditoria moderna, questo pone l’opportunità ma anche la necessità di un legislatore onnipotente ma razionale secondo le stesse necessità produttive, nascono quindi le professioni delle varie categorie di giuristi che al tecnicismo dovrebbero affiancare il razionale distacco necessario per una decisione standardizzata, generalizzazione dei principi e sistemazione degli stessi dovrebbero affiancarsi, tuttavia la legislazione e la giurisdizione possono essere razionali-formali, pertanto forniti di un elevato grado di calcolabilità, o all’opposto materialmente – razionale, in cui intervengono elementi esterni etici o utilitaristici che ne riducono la prevedibilità, (7) in questo sistema occorre necessariamente che la razionalità del legislatore e della classe giuridica sia tesa all’economico, ossia alla definizione ed affermazione di principi economicamente efficienti coordinati tra loro, ma è proprio questo coordinamento che viene meno, che nel disperdersi contrappone principi e diritti, la razionalità tecnica diventa un mito che copre la particolarità dei singoli interessi, ossia lo sfruttamento economico del diritto per il diritto, in una autoreferenza senza altri progetti economici, se non lo sfruttamento della propria posizione di rendita.
Il multiculturalismo, la globalizzazione, la rivendicazione di una serie di diritti sembrano indurre l’essere umano ad accentuare il proprio solitario individualismo, una struttura dell’essere idonea a questa fase ciclica del mercato, tuttavia l’essere isolati, soli , in balia di forze oscure finanziarie ed economiche del mercato, hanno creato una frattura non solo economica ma identitaria tra l’elites internazionaliste e il resto della popolazione, è rinata quindi la ricerca di una identità, dell’affermazione di confini entro cui proteggersi dall’insicurezza dell’ondeggiare globale, dal perdere il proprio sé, la propria identità, la capacità sia di giudicare che di influire democraticamente con le proprie scelte sul proprio avvenire, un ritornare alla massa incolore e indifferente pre-democratica, un’insicurezza derivante dagli inganni delle mancate promesse subite ad opera della classe politica ed economica, supportata da giuristi e funzionari di istituzioni locali, statali e sovranazionali, a cui negare il diritto di rappresentanza e la propria fiducia (8).
NOTE
LaPrevidenza.it, 09/06/2016
0823911023
3356042932
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Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale - Diritto Agrario - Magistrato Onorario presso Sezione Lavoro e Previ...
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