lunedì, 17 giugno 2024

L'evoluzione storica del rapporto dell'uomo con il territorio

Rivoluzione industriale - Terza parte

 

Con l'avvento della Prima Rivoluzione Industriale vengono meno le caratteristiche dell'economia agricola di matrice medioevale, al contrario si avranno illimitatezza della produzione, delle risorse e infine dei mercati.

Mutati i presupposti l'uomo viene a sradicarsi dalla terra, se nell'epoca precedente ad economia agricolo-rurale, l'economia stessa era un fatto dell'uomo legato ad una terra precisa, ora accade l'opposto, l'industria si collocherà nel luogo a lei più conveniente.

In questa nuova civiltà esistono mezzi di locomozione che progressivamente portano le merci nei mercati più convenienti, come il mercato del ferro che estratto in una determinata zona, viene lavorato in un'altra zona per essere venduto in una ulteriore zona.

Il prodotto acquistato sembra un elemento a se stante che non ha nulla in comune con il materiale originario, pensiamo al modello di proprietà agricolo-rurale, dove i servi della gleba non potevano neppure allontanarsi dal fondo perché vi sarebbero stati ricondotti, questo è evidentemente un radicamento umano in funzione del radicamento economico.

La merce con la Rivoluzione industriale non ha più nulla a che vedere con il luogo in cui viene fabbricata ed il prezzo che si paga al mercato non sarà che una sommatoria di retribuzioni coinvolgenti una catena di soggetti sparsi sul territorio, quindi non si arricchiranno necessariamente i singoli territori da cui proviene la materia prima, il fenomeno non è più dinamicamente concentrabile.

Naturalmente lo stesso discorso può farsi anche per gli svantaggi derivanti dalla nuova attività, ad esempio in un luogo ove si estrae il carbone certamente vi saranno rifiuti da smaltire, ma questi saranno a carico di un insieme di persone che non trarranno necessariamente vantaggio dal carbone quale prodotto finito, ossia come fonte di energia.  L'unità produttiva non è più la terra, ma l'industria che ha effettuato l'estrazione della risorsa e la vendita del prodotto finito.

Esiste ancora il limite tra proprietà e proprietà però il padrone del fondo in cui insiste un'industria di cui è proprietario andrà molto oltre, con il suo potere decisionale, ai limiti del suo fondo, egli può far stabilire la manodopera vicino alla propria industria, può far costruire strade per collegarsi al luogo su cui è nata la manifattura, è quindi l'organizzazione del territorio su cui l'industria è stata collocata che si piega alle scelte del proprietario della manifattura.

I prodotti verranno venduti sui mercati più convenienti con il conseguente influsso sui territori anche lontani, come vi è la possibilità che il luogo di contrattazione della merce sia in un altro luogo ancora, anche riguardo agli svantaggi quali i rifiuti vengono a ricadere in zone territoriali non di proprietà dell'industriale stesso, come ad esempio nel caso in cui un proprietario di miniere di carbone viene ad impattare negativamente sulle vicine coltivazioni di grano.

La città commerciale ha forma circolare in quanto riceve le merci da ogni direzione, mentre la città agricola continua ad essere un insediamento sparso che non è immediatamente sostituito.

La trasformazione economica ha luogo con estrema lentezza essa è frutto essenzialmente del progresso tecnologico della fisica, della chimica e in parte della nascente biologia, l'uomo della fine del `700 e dell'800 è un uomo che viaggia, che ha a propria disposizione informazioni ed è ormai "sradicato" dalla terra.

Nella nuova cultura l'uomo è al centro dell'universo, cadono i miti, tutto quello che non è probabile o non è provato empiricamente non esiste, vi è il conferimento di una dignità umana ad ogni essere vivente, questo costituisce evidentemente la negazione della servitù della gleba e di tutti i precedenti rapporti di gerarchia.

Indiscutibilmente si ammette una sovranità, tuttavia nascono le varie tesi sulla pertinenza della potestà di imperio, le teorie legittimiste, sovranità spettante per diritto di discendenza, quasi una forma di eredità, le teorie teocratiche, sovranità per discendenza o designazione da parte del Signore.

A questo punto esistono tutti i presupposti per distruggere la gerarchia medievale e per mutare l'esercizio di sovranità in una nuova teoria della pertinenza della potestà di imperio, il popolo delega il potere ai propri rappresentati, conferendolo legittimamente.

Dopo l'abbattimento del potere feudale sorge la necessità di riorganizzare lo Stato assicurando principi di uguaglianza formale oltreché sostanziale, il diritto di diventare proprietario si sovrappone al diritto di esserlo, chi già lo era sarebbe rimasto senza obbligo di tributi.

Nel nuovo Stato ciascuno deve essere rispettato secondo principi di uguaglianza formale, diritto "di divenire", oltreché di essere, i proprietari governeranno questa loro libertà senza dovere più pagare tributi.

Nello Stato liberale in senso politico, e liberista, in senso economico, si costituisce una nuova sovranità in cui vi è il minimo possibile del "dare" dei singoli e il massimo del "dare" da parte dello Stato, lo Stato con la sua autorità rispetto alla libertà ne sarà il limite, il limite necessario all'individuo come proclamato da Rousseau.

L'uomo potrà sì tentare di passare dallo Stato organizzato allo stato di libertà, ma lo Stato glielo impedirà respingendolo indietro con la forza organizzata, la dilatazione progressiva del singolo trova un limite interno nelle altre individualità, quindi lo Stato ha una duplice funzione di guardiano e di giudice di possibili conflitti individuali, nel momento in cui vi sia una prevaricazione tale da eliminare un soggetto preesistente.

Lo Stato giudice di conflitti interni è astensionista in economia, non esercita alcun sindacato sulla gestione della sfera economica di ciascuno, per cui il proprietario ha il diritto di escludere tutti dalle attività che esercita all'interno della sua proprietà, questo anche nei confronti dello Stato.

All'indomani della Rivoluzione Francese chi decide lo sfruttamento della proprietà è esclusivamente il proprietario stesso, se egli decide di non destinare ad uso agricolo la sua proprietà, ma di costruirvi, potrà farlo senza limiti sul "come" e sul "quando" perché la proprietà è in funzione delle sue decisioni e non vi sarà alcuna interferenza da parte di terzi.

L'industrializzazione implica la concentrazione di una imponente forza lavoro sul territorio con costi molto elevati sia in termini di abbandono delle precedenti attività che di insediamento nel nuovo territorio, si pone il problema delle abitazioni per coloro che lavorano e per i loro familiari, si hanno così due importanti fenomeni: 1. la fluttuazione dei prezzi di locazione; 2. La creazione della rendita differenziale.

La crescita della domanda di abitazioni porta nei primi anni dell'800 alla contrazione dello spazio fino a che nel 1830 quale logica conseguenza di questo sovraffollamento scoppierà la peste.

Chi non trova alloggio costruisce una baracca vicino al borgo, nascono in questo modo vere e proprie bidonville, le città cominciano ad espandersi, Londra nel giro di venti anni passa da uno a duemilioni di abitanti.

La teorizzazione dell'abitazione come bisogno primario per tutti nasce con il pragmatismo inglese, si hanno tuttavia nei periodi di recessione un ritorno al centro storico con situazioni di implosione, il conflitto in questa situazione è tra proprietà e industria, il modello giurido-economico esistente comincia a presentare crepe, per il crollo di questo modello è tuttavia necessario un evento traumatico.

La peste del 1830 elimina il 20% della popolazione europea, ed il maggior numero di vittime si ha nella parte interna dell'agglomerato, questa trova motivo nell'organizzazione territoriale, vi sono i primi provvedimenti di igiene, questa è la ragione per cui il nostro codice civile prevede tra le costruzioni una distanza minima.

Nasce in questo periodo il movimento dei socialisti utopisti, Proudhon, Saint- Simon, con essi si ha l'individuazione dei mali del sistema uno dei quali è il modello di proprietà a funzione individuale, essi non pensano ad un intervento dello Stato per spogliare il proprietario di alcuni suoi poteri ma ritengono che autonomamente esso debba intervenire per risolvere i problemi esistenti senza che alcuna norma giuridica lo obblighi.

Dimostrano tuttavia la crisi del concetto che il benessere collettivo sia la somma dei benesseri individuali, la soluzione sarebbe di destinare una parte a rendita, quella riservata ad abitazione, ed un'altra a servizio, ossia a consumo di ricchezza, vi è l'utopia che il proprietario sia diviso su due fronti.

La visione lungimirante degli utopisti che non vi debbano essere solo aree destinate alla produzione di ricchezza, ma anche al consumo di ricchezza, queste tuttavia rimangono in proprietà privata, con una conseguente utopia nell'utopia, non solo il proprietario spende per i servizi, ma deve anche gestirli.  Tuttavia se il proprietario non è uno soltanto, la parte improduttiva destinata ai servizi non può che essere data allo Stato quale collettività, nasce l'esigenza dell'esproprio, in Italia si avrà nel 1875 la prima legge sull'espropriazione.

Nasce la necessità di una funzione sociale della proprietà, secondo alcuni utopisti non vi è soltanto una facultas agendi, ma anche doveri obblighi di apertura avente carattere etico più che giuridico una solidarietà sociale dove il proprietario ha una funzione, in seguito queste vedute degli utopisti saranno recepite dall'ordinamento, in quanto si vede che chiaramente vi è un conflitto tra industria e proprietari rurali.

L'erosione del territorio agricolo avviene a favore dell'industria come nel piano Housman di Parigi e successivamente nelle nostre città, non a caso i primi regolamenti urbanistici sono Regolamenti di polizia urbana e di igiene pubblica, non a caso o socialisti marxisti successivamente accuseranno gli utopisti di avere razionalizzato la situazione impedendo la rivoluzione.

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(Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 18/02/2024

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