Alcuni perchè dei giovani impegnati nel volontariato
Mariagabriella Corbi
Numerosi bisogni della società trovano oggi una risposta adeguata grazie all’impegno civile e al volontariato di persone, in particolare di giovani che realizzano interventi integrativi o compensativi di quelli adottati da Enti istituzionali.
La vita frenetica e l'evolversi delle dinamiche sociali ed individuali fanno del volontariato una questione molto sentita come non lo è mai stata in passato, per due motivi di fondo:
1) tralasciando l'attività insita della Chiesa che lo ha sempre attuato, tutti hanno cominciato a parlare di solidarietà e volontariato, dai giornali ai politici agli insegnanti, ognuno descrivendo l'operato dell' impegno civile e del volontariato.
2) la motivazione va individuata nella tecnologia avanzata dei mezzi d’informazione. Difatti questi ultimi si sono evoluti sempre di più negli anni tanto da riuscire a fornire alle persone le notizie in tempo reale, cosa impossibile qualche anno fa. Chi è disposto a fare del volontariato sa per tempo cosa deve fare e dov’è il problema senza che questo sia filtrato o modificato dal propagarsi lento e informale della notizia.
Quindi i giovani, di per sé esponenti sensibili della società, soprattutto quelli di ultima generazione fin da piccoli sono stati abituati alla solidarietà ed al volontariato.
Ma in realtà in un mondo dove tutti parlano ma pochi fanno qualcosa, quali sono le motivazioni di fondo che spingono questi giovani ad azioni di volontariato?
Se ne possono individuare ben tre.
1) consapevolezza. I giovani sono consapevoli che gli interventi da parte di enti istituzionali sono insufficienti, precari e non sempre efficaci, e siccome sono dotati di spirito d'osservazione e praticità riescono ad individuare in tempi rapidi, soluzioni più concrete e pratiche.
2) psicologico. Ogni persona tende sempre a rispecchiarsi nella psiche altrui, o a cercare dei caratteri più affini ai propri negli altri. Così coloro che precedentemente hanno sperimentato una situazione di bisogno, riconoscono la sofferenza ed il dolore in coloro che nel presente versano in una situazione di disagio fisico e psicologico, e l'atto d'aiuto è visto come un aiutare se stessi.
3) alcune persone naturalmente sono portate a saper aiutare gli altri e perciò consapevolmente porgono questa predisposizione a coloro meno fortunati.
Queste ed altre considerazioni hanno un fattore comune: chi decide di entrare a far parte di questo team per intervenire in prima persona è un volontario e in quanto tale non avendo interessi di lucro agisce per bontà d’animo e sopratutto in buona fede.
Difatti per bontà d’animo si intende il voler dare a chi ha più bisogno sia il proprio aiuto sia ciò che si ha in più perché mossi da compassione e spirito di fratellanza, mentre con "agire in buona fede" s'intende il voler intraprendere l’attività non a scopo utilitaristico ma al solo fine di aiutare gli altri.
Spesso succede che un’organizzazione, a causa di attriti interni o di persone mosse da malafede o di lentezza dello svolgersi di procedure burocratiche, non raggiunga gli obiettivi prefissati. Quindi qualunque sia il traguardo raggiunto da questi volontari non ha importanza, almeno loro ci hanno provato e per questo vanno lodati.
Mariagabriella CORBI
Dottoressa in Scienze dell'educazione
Consulente dell'educazione familiare
Mediatrice Familiare
maria.gab@hotmail.it
www.noproblemforyou.it