LA VIOLAZIONE DEL TERMINE DI DURATA RAGIONEVOLE DEL PROCESSO

AMMINISTRATIVO E CONTABILE ED IL PROBLEMA DELL’IMPARZIALITA’ DEL GIUDICE IN MATERIA DI EQUA RIPARAZIONE (c.d Legge Pinto).

Sollevata dalla Corte D’Appello di Genova, con Sentenza 4 – 17 luglio 2007 n. 287 Presidente Bile, Redattore Finocchiaro, la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 3 comma 1° Cost. della legge 24 marzo 2001 n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo e modifica dell’art. 375 c.p.c.), nella parte in cui non dispone che la competenza territoriale funzionale della Corte D’Appello, così come regolata dall’art. 11 c.p.p. per i giudizi di equa riparazione, si estenda anche ai procedimenti, di cui si lamenta l’irragionevole durata, svolti davanti alla Corte dei Conti ed alle altre giurisdizioni di cui all’art. 103 della Costituzione, per violazione degli articoli 97 comma primo e 108 primo e secondo comma della Costituzione, in quanto la convivenza del giudice di merito nella medesima sede del giudice dell’equa riparazione non garantirebbe l’imparzialità e l’indipendenza di quest’ultimo, mentre gli istituti dell’astensione e della ricusazione che fanno riferimento a casi singoli e non a situazioni generali già in astratto riscontrabili, non sarebbero sufficienti a garantire l’imparzialità e l’indipendenza del giudicante.

Secondo la Corte Costituzionale, “è alquanto remota la connessione tra le evenienze in cui, da un lato, il giudice ordinario conosce di ritardi della Corte dei Conti e dall’altro, la Corte dei Conti della stessa sede conosce della responsabilità amministrativa di quei magistrati ordinari o dei loro colleghi o collaboratori …”

Le preoccupazioni del giudice remittente non devono essere apparse così prive di giustificazione se poi, la stessa Corte Costituzionale, non manca di lanciare un velato messaggio al legislatore: “Il pericolo per l’imparzialità del giudice è talmente ipotetico che è giustificato rimetterne comunque la valutazione alla discrezionalità del legislatore, cui è tradizionalmente attribuito l’apprestamento di misure idonee a salvaguardare tale valore costituzionale, ove non ritenga che esso sia sufficientemente assicurato dagli istituti dell’astensione e della ricusazione, ferma restando la ragionevolezza dell’art. 3 della legge n. 89 del 2001 nell’interpretazione restrittiva oggi diritto vivente”.

                                                                                                Avv. Pierangelo V. Ladogana