Il controllo nell’evoluzione dei sistemi
Sergio Sabetta
“La nostra percezione del tempo è distorta dalla durata delle nostre vite individuali”
(Carroll – Al di là di ogni ragionevole dubbio)
Dagli anni ’90 vi è in corso una trasformazione dell’amministrazione italiana da un sistema accentrato e chiuso, in cui prevaleva una cultura interna con una progressione di carriera verticale orientata al giuridico, inteso come legalità e imparzialità, e quindi al governo di uno stato di matrice hegeliana, verso un sistema aperto e decentrato sul territorio, in cui responsabilità, efficienza e trasparenza diventano nuovi valori di performance con un forte orientamento teorico al cittadino-utente.
L’orientamento alla performance fa si che la regolamentazione mediante leggi dovrebbe diminuire sostituita da una serie di deleghe e accordi, questo di per sé non garantisce la semplificazione del sistema che può anzi complicarsi, senza peraltro doversi confondere l’aspetto della managerializzazione e quindi della performance con quello più prosaico e semplice della modernizzazione tecnologica.
La transizione in atto da un modello all’altro porta alla perdita dei valori tradizionali con una faticosa sostituzione della nuova cultura orientata ai risultati e le conseguenti manipolazioni che i periodi di trasformazione favoriscono.
Globalizzazione e segmentazione produttiva, da una parte, individualismo e ricerca di una personalizzazione dei prodotti, dall’altra, conduce economicamente sia ad una complessità di coordinamento che ad una personalizzazione dei diritti e quindi del sistema giuridico, con una sua progressiva sfaldatura ossia una decoerenza rispetto ai modelli centralistici di matrice ottocentesca, con un localismo talvolta eccessivo che nega l’opportunità di un coordinamento normativo a livello macro.
Il prevalere dell’economico sul giuridico è adattato ma anche compensato da un sistema di valori nella ricerca di un nuovo equilibrio tra interessi personali e collettivi.
In questa trasformazione, che viene a coinvolgere il tessuto sociale mentre il paese cerca un suo livello di deleghe e di nuovi equilibri, si pone il problema dell’evoluzione del controllo così come vissuto dall’inizio degli anni ’90 fino ai recenti avvenimenti relativi al nuovo codice delle autonomie.
“Lo sviluppo è strettamente legato all’evoluzione della forma perché tutte le variazioni e i cambiamenti di forma sorgono attraverso cambiamenti nello sviluppo” (Carroll), l’aspetto in realtà inganna se non visto nel rapporto ambiente, struttura, cultura.
La riduzione e la perdita di strutture è un aspetto dell’evoluzione della forma, premessa per l’evolversi di nuove caratteristiche.
Nel processo quotidiano dello sviluppo vi è un continuo sommarsi di cambiamenti accumulati nel lungo termine mediante ripetizione e modifiche di dettaglio, che porta al cambiamento evolutivo della forma secondo il modello dell’evoluzione dello sviluppo (Evo-Devo). Le resistenze gattopardesche che si trovano nel cammino per cui tutto cambi per non mutare non sono che fenomeni di adattamento e sopravvivenza per distanze generazionali in ambienti prevalentemente chiusi, ma che conducono all’arretratezza culturale e alla perdita di adesione della forma alla sostanza, favorendo la costruzione sull’improvvisazione del più adatto.
Il cambiamento organizzativo spontaneo è molte volte fuori dalla portata dell’osservatore, ha tempi lunghi e processi impercettibili, l’esplosione normativa ne è il disvelarsi e l’elemento catalizzatore quindi acceleratore del processo già di per sé in atto.
Il negare i cambiamenti e le tensioni culturali che l’evoluzione sociale e amministrativa porta assomiglia alla posizione di Lysenko verso la genetica e al dibattito che ne seguì negli anni ‘30, fino alle gravi repressioni ideologiche e poliziesche degli anni successivi.
Si tratta di una visione evolutiva culturale del controllo che deve subentrare all’aspetto rigido che sia nel decentramento che nell’accentramento si è manifestata, interessi contrapposti coperti da spetti culturali che approvando a parole negano di fatto la necessità di un’evoluzione del sistema, già peraltro in atto, in rapporto all’evoluzione amministrativa e sociale.
Vi è la necessità di non appiattire la visione dell’organizzazione su una sola funzione con la conseguente urgenza di una differenziazione strutturale interna secondo la teoria organizzativa situazionale, consegue la necessità di realizzare un sistema di reti strutturate intorno a specifici ambienti ( accoppiamento strutturale).
Carel Van Schaick ha attribuito un ruolo chiave nello sviluppo dell’intelligenza alla cultura, intesa come osservazione e imitazione di soluzioni innovative che, accompagnata allo stimolo delle esigenze sociali, determinano un continuo apprendimento.
Acquistano quindi importanza i fattori percepiti i quali costituiscono materiale di elaborazione a cui l’organizzazione reagisce e su cui plasma l’ambiente secondo la visione che si è formata ( ambiente attivato), le strutture di attenzione e i processi di rappresentazione non sono quindi che il prodotto dei sistemi di informazione, in questo le azioni opportunistiche unite all’incapacità gestionale possono portare alla destrutturazione e inefficienza dell’organizzazione, ossia all’incapacità di rispondere qualitativamente ai seguenti cinque quesiti sul fare: Who ( Chi), What ( Che cosa), Where ( Dove), When ( Quando), Why(perché), How ( Come) – teoria dei 5 W + 1 H
Bibliografia
R. Collard, La qualità totale, Angeli 1991;
P. Drucker, Dirigere in tempi di turbolenza, Etas 1991;
C. Van Schaick – G.R. Pradhan, A model for tool- use traditions in primates: implications for the coevolution of culture and cognition, Journal of the human evolution, Vol. 44, 645-664, 2003;
M. Petrocelli, La modernizzazione nel settore pubblico nei paesi ad economia avanzata, ed. Università Telematica Guglielmo Marconi, 2004;
S. B. Carroll, Al di là di ogni ragionevole dubbio, Codice ed. 2008;
S. B. Carroll, Infinite forme bellissime. La nuova scienza dell’evo-devo, Codice ed. 2006.