Accusa di pedopornografia per il minore che diffonde filmati di sesso tra coetanei.

Corte di Cassazione Sezione III penale, sentenza 12 luglio 2007 n° 27252 (Cesira Cruciani)


La realizzazione della videoripresa di un rapporto sessuale, non limitata a un utilizzo privato, ma destinata a una diffusione suscettibile di interessare un numero indeterminato di soggetti integra il delitto di cui all’art. 600 ter del c.p. laddove coinvolti nella ripresa siano soggetti minori di età. In particolare trasmettere una video ripresa di contenuto pornografico a più persone attraverso il telefono cellulare potenzia il carattere diffusivo della trasmissione, facilmente moltiplicabile da ciascun soggetto attivo della condotta criminosa sia a sua volta un minore di età.


La trasmissione su più cellulari di un video che ritraeva un rapporto sessuale tra una giovanissima studentessa e una persona non visibile in volto ma presumibilmente di giovane età, ha dato il via ad una vasta attività di indagine, che a portato all’identificazione della giovane, all’acquisizione di materiale informatico, di traffico cellulare, nonché di dichiarazioni di persone appartenenti all’ambiente frequentato dalla giovane.

Si è giunti a ricostruire una serie di rapporti sessuali che la ragazza avrebbe avuto con un numero non modesto di ragazzi e che sarebbero stati caratterizzati da forme di abuso e di vera e propria costrizione.


Il Pubblico ministero sulla base del materiale probatorio raccolto ha richiesto l’emissione di misure cautelari nei confronti di dodici giovani aventi minore età, tenendo presente che dagli atti risulta anche l’esistenza di indizi di reità a carico di alcuni maggiorenni.


Con provvedimento del 15 febbraio 2007 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i Minorenni di Ancona ha accolto parzialmente le richieste del P.M., respingendole per nove indagati, tra cui l’odierno ricorrente, disponendo nei confronti degli altri tre indagati la permanenza domiciliare in un caso e differenti misure prescrizionali in due casi.


Il Pubblico ministero con atto del 24 febbraio ha proposto appello davanti al Tribunale per i Minorenni avverso tale ordinanza, ai sensi dell’art. 310 c.p.p.

Con ordinanza del 12 marzo 2007 il Tribunale per i Minorenni, decidendo sull’appello del P.M., ha applicato a (B) alcune prescrizioni consistenti, tra l’altro, in limiti di permanenza fuori dell’abitazione, nel divieto di portare telefoni cellulari fuori di essa, nel divieto di avvicinare la persona offesa, nell’obbligo di partecipare ad attività di volontariato nel giorno di domenica.


Il Tribunale sembra fondare la misura sulla sussistenza di gravi indizi del solo reato previsto dall’art. 600-ter c.p. e di esigenze cautelari ancora attuali.

La difesa di (B) ha presentato ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza di applicazione delle misure, lamentando “Manifesta illogicità della ordinanza, erronea applicazione degli artt. 600-ter e 98 c.p., inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 273 c.p.p.”.


La Corte di Cassazione avverte l’esigenza, in via preliminare, di ricordare il costante indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’iniziale o parziale consenso della persona in favore di rapporti sessuali non legittima condotte che vadano oltre, per modalità o intensità, il consenso prestato, così che in campo sessuale non può invocarsi la presunzione del consenso ed assumono carattere illecito gli atti compiuti al di fuori della sfera di reciproca accettazione 1


Tale principio, connaturato alla tutela della dignità e libertà della persona, trova applicazione anche con riferimento alle condotte poste in essere da persone minori di età, ovviamente con riferimento ai limiti di età previsti per la persona offesa e nei casi in cui venga accertata la capacità dell’autore del reato di comprendere il disvalore del fatto (art. 98 c.p.).


Le azioni “collettive” poste in essere dagli indagati appaiono oggettivamente degradanti nei confronti della persona offesa e dimostrano l’assoluta frattura fra i rapporti sessuali e qualsiasi coinvolgimento di tipo affettivo-sentimentale, così riducendo la giovane a mero strumento di piacere, esibito e condiviso, con modalità di azione di cui qualunque giovane è oggi in grado di apprezzare il significato sociale e personale, fatti salvi gli approfondimenti che il giudizio di merito effettuerà sui singoli indagati.


Con riferimento al primo motivo di doglianza, e cioè al mancato accertamento della sussistenza dei presupposti fissati dall’art. 98 c.p., la Corte rileva che anche su questo punto l’ordinanza del Tribunale appare di scarsa chiarezza espositiva. Premette, correttamente, il Tribunale che l’assenza di una indagine psicologica sull’indagato costituisce un limite dell’accertamento, aggiungendo che le indagini svolte in questa direzione dai servizi sociali dopo l’applicazione delle prime misure hanno avuto durata troppo breve per dare risposte certe.


Quest’ultima considerazione, peraltro non adeguatamente approfondita, a parere della Corte, deve essere letta assieme alla successiva parte motivazionale, in cui il Tribunale dà atto che per gli indagati non si ravvisano “traumi fisici o psichici che ne abbiano rallentato o addirittura fermato il processo di maturazione”. Va considerato che nell’applicazione di misure cautelari, fase che si connota per urgenza di intervento, non può essere richiesto il livello di approfondimento probatorio che è proprio del giudizio di merito, essendo sufficiente la presenza di indizi coerenti e significativi circa i presupposti anche soggettivi del reato.


La Corte ritiene che il Tribunale ha valutato che per (B) sussista un sufficiente grado di maturità, individualmente valutato, che non sembra negato nelle successive considerazioni di ordine generale e di natura sociologica circa la “tempesta tecnologica” che oggi si abbatterebbe sui giovani e circa il permanere di dubbi di ordine genrale sulla capacità di distinguere il lecito dall’illecito.


Non vi è ragione per escludere i minori d’età dal novero dei possibili autori del reato dell’art. 600-ter c.p. Infatti, mentre l’introduzione dell’art. 600-ter nel Codice penale (legge 3 agosto 1998, n. 269) si caratterizzava per la lotta allo “sfruttamento” dei minori per finalità di pornografia, la legge n. 38 del 2006 (entrata in vigore prima dei fatti di causa) ha inteso eliminare le difficoltà ricostruttive e valutative connesse alla rigidità dell’originaria formulazione ed ampliare la sfera di tutela, e lo ha fatto sostituendo al primo comma il termine “sfrutta” con quello di “utilizza”, aggiungendo al terzo comma il verbo “diffonde”, modificando il comma quarto ed aggiungendo il quinto e ultimo comma.

Il risultato è una norma che nel suo complesso mira a sanzionare non soltanto le attività commerciali o a sfondo economico che si relazionano a condotte pornografiche coinvolgenti minori, ma anche le condotte che comunque danno origine a materiale pornografico in cui sono utilizzate persone minori di età. 2


La Corte ritiene, che il reato previsto dall’art. 600-ter c.p. intenda fissare per i minori una tutela anticipata rispetto ai rischi connessi a documentazione di carattere pornografico, sanzionando, indipendentemente da finalità di lucro o di vantaggio, anche la mera “utilizzazione” e la mera “induzione” a partecipare. Si tratta, infatti di azioni di per sé degradanti e connotate da profondo disvalore, oltre che pericolose per la successiva eventuale diffusione che il materiale così prodotto o raccolto può conoscere. Nel medesimo reato vanno ricomprese anche le azioni compiute da minori e tra minori, allorchè sussistano tutti gli altri elementi costitutivi della fattispecie.3


Va escluso che la finalità principale dell’intervento normativo possa identificarsi nella tutela di beni quali la moralità pubblica o il buon costume. In questa prospettiva devono essere collocate le modifiche apportate alle norme codicistiche dalla legge n. 38 del 2006, legge che dà attuazione alla decisione Quadro n. 2004/68/GAI (G.U.C.E. n. 13/44 del 20 gennaio 2006) e che mira a reprimere in maniera forzata e coordinata le forme di pornografia minorile.


Non vi è alcuna ragione per ritenere che le condotte punite dall’art. 600-ter c.p. non possano avere come autore una persona minore di età. Non solo perché la norma non introduce alcuna limitazione in tal senso, ma anche perché il paragone con la disposizione contenuta nel comma terzo dell’art. 609-quater c.p. non regge ad un esame critico.Il legislatore ha inteso evitare l’intervento penale in caso di rapporti tra due minori che presentano condizioni personali simili, del tutto diversa è la situazione in caso di condotte che presuppongono sia una offesa alla dignità del minore coinvolto in realizzazioni pornografiche sia un evidente situazione di sproporzione nella posizione di forza dei soggetti coinvolti.4


Non c’è dubbio che (B) non si limitò a riprendere il rapporto sessuale per farne un utilizzo privato, ma dette ad esso una diffusione destinata ad ampliarsi, essendo evidente, o chiaramente prevedibile, che un “materiale” di quella natura sarebbe stato dai destinatari iniziali ulteriormente diffuso, con conseguente perdita di controllo del meccanismo di pubblicità avviato.


Trasmettere una videoripresa di contenuto pornografico a più persone attraverso il telefono cellulare potenzia il carattere diffusivo della trasmissione, facilmente moltiplicabile da ciascuno dei destinatari. La circostanza, sottolineata dalla difesa, che alcuni giovani coinvolti avrebbero utilizzato con i loro amici l’esistenza della videoripresa quale “prova” della effettività dei rapporti sessuali non elimina affatto il disvalore oggettivo della ripresa e della sua utilizzazione.


Ritiene la Corte, piuttosto, che debba essere evidenziata la gravità oggettiva delle conseguenze che la diffusione e la pubblicizzazione della ripresa hanno avuto sulla vita familiare e di relazione della persona offesa e sul probabile sviluppo della sua personalità. Tali conseguenze sono la dimostrazione più evidente dei pericoli insiti in questo tipo di condotte e della esigenza che il legislatore ha avvertito di procedere mediante forme di tutela rafforzata e anticipata.


Alla luce dei principi sin qui affermati, la motivazione dell’ordinanza impugnata risulta carente e meritevole di annullamento ai sensi dell’art. 623, comma 1, lett. a) c.p.p., con rinvio e trasmissione degli atti al Tribunale per i Minorenni di Ancona.

1 Si vedano Corte Cassazione III Sezione penale, sentenza n. 16292 del 12 maggio 2006 e sentenza del 9 giugno 2004 n. 25727.

2 Già sotto la vigenza della legge n. 269 del 1998 le Sezioni Unite (Sezioni Unite penali, 31 maggio-5 luglio 2000, n. 13) avevano chiarito che il concetto di “sfruttamento” non può essere limitato a condotte aventi finalità imprenditoriale o commerciale e ricomprende ogni ipotesi in cui si “trae frutto o utile”, come dimostrerebbe l’espressione “sfruttamento sessuale” prevista dal testo allora vigente del successivo quarto comma.

3 L’art. 600-ter c.p. fin dalla sua formulazione originaria ha come oggetto la tutela e la protezione del minore in vista del suo “sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale”. Si tratta di scelta del legislatore (art. 1 della citata legge n. 269 del 1998) che la giurispudenza ha fatto propria, affermando che la tutela si dirige alla difesa del minore “da ogni forma di sfruttamento sessuale in vista del suo completo sviluppo sotto tutti gli aspetti”.

4 Nel corso dei lavori parlamentari che portarono all’approvazione della legge n. 38 del 2006 erano state presentate proposte volte ad introdurre alcune cause di non punibilità. Una proposta mirava a rendere non punibile la formazione di materiale pornografico posta in essere da due minorenni tra loro consenzienti purchè il materiale restasse nella esclusiva disponibilità dei soli protagonisti, essendo pacifico che avrebbe conservato piena rilevanza penale la eventuale diffusione di tale materiale da parte del partner della persona minorenne “utilizzata”.