marted, 27 ottobre 2020

Un atto violento sporadico non è sanzionabile

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 2 luglio – 12 settembre 2012, n. 34978

 

Dopo che il Giudice dell’udienza preliminare dichiarava non luogo a procedere perché l’evento incriminato non costituiva reato, provvedeva a precisare che “i limitati episodi contestati, alcuni non ben collocati temporalmente (costrizione della figlia a scrivere una lettera con la quale dichiarava di volere recarsi in vacanza con il padre; offese, minacce e un fatto di aggressione fisica, costituito da un calcio nel sedere), sebbene censurabili, non potevano dirsi espressione di una volontà del padre di sottoporre abitualmente la figlia a sofferenze fisiche o morali, ma piuttosto del profondo stato disagio in cui il padre si trovava a seguito della separazione dalla moglie; il tutto considerando anche che la bambina viveva abitualmente con la madre e solo saltuariamente aveva passato momenti di incontro con il padre”.

Gli Ermellini (sentenza n. 34978/2012), interpellati dalla madre -per conto della figlia-, non ritengono che, un calcio “sporadico” nel sedere possa costituire reato sebbene rilevano una disparata serie – a querela di parte – di reati: ingiurie, percosse, violenza privata etc….. Nel respingere il ricorso rimettono gli atti al P.M. del Tribunale di Tivoli per l’ulteriore corso.

La peculiarità dell’art.572 è costituita dall’abitualità delle condotte violente e non analizza i casi “sporadici”.

Anche l’articolo 571 c.p.: Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina

"Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l'esercizio di una professione o un arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi.

Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583 ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni."

Bisogna tener presente che il codice penale è stato redatto negli anni '30 in pieno periodo fascista, laddove la visione della famiglia era incentrata su un rigido sistema patriarcale, che prevedeva ampi poteri del pater familias sui figli. Secondo questa linea interpretativa, qualsiasi tipo di condotta, anche violenta, confluiva nell'estesa copertura offerta dall'art. 571 c.p., se l'intento dell'agente era latu sensu educativo. Nella stesura definitiva si legittima espressamente l'uso della violenza come metodo educativo, affermando che "la semplice percossa non può costituire la materialità del reato, perché la vis modica è mezzo di correzione lecito." Si riteneva, infatti, che l'elemento determinante per identificare la fattispecie ex art. 571 c.p. fosse da individuare unicamente nell'animus corrigendi. In tal modo, si confondevano i requisiti necessari per integrare l'elemento oggettivo del reato con i requisiti dell'elemento soggettivo. Da ciò, l'animus corrigendi e la materialità del diritto devono essere concettualmente distinti, anche alla luce di una corretta teoria generale del reato. Inoltre, si sosteneva che, avendo previsto il legislatore le lesioni personali o addirittura la morte quali conseguenze meramente eventuali e non volute dell'abuso di mezzi di correzione o di disciplina, ciò facesse presupporre un uso eccessivo, e quindi un abuso, di mezzi in re ipsa violenti.

L'enfasi attribuita da questo orientamento al fine correttivo finiva per giustificare qualsiasi condotta violenta, come se la fattispecie fosse costruita a dolo specifico, permettendo a fatti anche violenti, commessi nei confronti di un minore o del coniuge, di rientrare nella più lieve fattispecie dell'art. 571 c.p. È invece fuori dubbio che l'uso sistematico della violenza quale ordinario trattamento del minore, sia pure sostenuto da animus corrigendi, cioè da soggettive intenzioni, travalica la configurabilità del reato ex art. 571 c.p., per versare in quello più grave ex art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli).

Questo articolo è più volte è stato oggetto d’interpretazioni, sia giurisprudenziale che dal legislatore perché non sono stati definiti le tipologie dei mezzi correttivi. Infatti si annoverano una serie di mezzi non leciti (quelli comunque produttivi di lesioni): l'uso della cinghia, le frustate a sangue, una intensa percossa, un pugno, il lancio di oggetti contundenti, oppure quelli non compatibili con il profilo correttivo o disciplinare, quali le ingiurie, i rimproveri offensivi, le minacce di morte, le punizioni umilianti e degradanti (quali pulire il pavimento con la lingua o mangiare in ginocchio o cospargere la vittima di sostanze irritanti). Per quest’ultimi s’incorre nel reato di minaccia e di violenza privata, in possibile concorso con le lesioni.

L’ampia interpretazione "mezzi di correzione" presenta il vantaggio della dinamicità ed elasticità rispetto all'evoluzione del costume sociale nonché al tipo ed alla qualità dei rapporti che si sviluppano in ambito familiare. È nella volontà del legislatore che, con questa locuzione ha introdotto una norma aperta all'evoluzione del costume sociale.

Lo scopo giuridico è salvaguardare l'integrità fisica e morale del soggetto passivo.

Comportamento redarguito è l’adozione dell’abuso di mezzi leciti utilizzati per finalità educativa e disciplinare.

Essere una buona madre o un buon padre per i propri figli è il desiderio dei genitori. E’ un compito arduo dove non esiste una scuola specifica che insegni il mestiere di genitore.  E’ un’esperienza  gioiosa e gratificante, ma, nel contempo, può anche rivelarsi stressante; per tale motivo necessitano d’aiuto per affrontare le situazioni stressanti, gestire i conflitti e, soprattutto,  controllare gli scatti d’ira. La variegata gamma d’impegni dei genitori assorbono tempo ed energie.  Il tempo dedito ai  figli è molto prezioso, tanto più la brevità e la consapevolezza  che  quei momenti sono irrepetibili. Essere un buon  genitore necessita di poter dedicare tempo  ai propri piccoli. Ciò è fondamentale  quando questi sono in tenera età, senza trascurare  anche gli adolescenti che hanno bisogno della disponibilità – a 360° - genitoriale.

I bambini hanno diritti, ci forniscono le loro opinioni su eventi che li riguardano e chiedono spiegazioni ed informazioni in relazione al loro evolversi cerebrale e le loro interazioni nel contesto sociale.  E’ compito dei genitori, ed è loro primaria responsabilità, aiutarli a sviluppare tutto il loro potenziale ….. possibilmente evitando l’uso della forza o violenza anche se “involontaria” o “sporadica”.***

1. Con la sentenza in epigrafe, il Giudice dell’udienza preliminare dei Tribunale di Tivoli dichiarava non luogo a procedere nei confronti di G.F. in ordine al reato di maltrattamenti in famiglia in danno della figlia minore F. a lui ascritto con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.

Osservava il G.u.p. che i limitati episodi contestati, alcuni non ben collocati temporalmente (costrizione della figlia a scrivere una lettera con la quale dichiarava di volere recarsi in vacanza con il padre; offese, minacce e un fatto di aggressione fisica, costituito da un calcio nel sedere), sebbene censurabili, non potevano dirsi espressione di una volontà del F. di sottoporre abitualmente la figlia a sofferenze fisiche o morali, ma piuttosto del profondo stato disagio in cui il F. si trovava a seguito della separazione dalla moglie; il tutto considerando anche che la bambina viveva abitualmente con la madre e solo saltuariamente aveva passato momenti di incontro con il padre.

 2. Ricorre per cassazione G.M., costituitasi parte civile per conto della figlia F.F., con atto sottoscritto dal difensore avv. A.C., il quale espone i seguenti motivi.

 2.1. Erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione in punto di elemento soggettivo del reato contestato.

 Usando la formula di proscioglimento “perché il fatto non costituisce reato” il G.u.p. ha implicitamente dato per accertata, sotto il profilo oggettivo, la condotta di maltrattamenti. Ma, trattandosi di reato per il quale è sufficiente il dolo generico, una volta provata la volontarietà della condotta (pesanti minacce e offese, umiliazioni, costrizioni fisiche, azioni fisicamente violente) e la consapevolezza della sua ripetitività, non potevano residuare dubbi sull’elemento soggettivo.

 2.2. Erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione in punto di mancata ravvisabilità, quanto meno, della fattispecie di abuso di mezzi di correzione e disciplina, di cui all’art. 571 cod. pen., dato che gli atti di violenza fisica e psicologica attuati dall’imputato avevano determinato uno stato di ansia nella bambina, che non gradiva restare sola durante la notte con il padre, integrante il requisito della malattia nel corpo o nella mente, nel senso più volte precisato dalla giurisprudenza.

Mariagabriella Corbi

 

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LaPrevidenza.it, 27/09/2012

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