lunedž, 25 gennaio 2021

False dichiarazioni rese alla Polizia Giudiziaria - Art. 378 - Favoreggiamento personale

Avv. Vincenzo Mennea

 

Art. 378. Favoreggiamento personale

Avv. Vincenzo Mennea

[1] Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce la pena di morte 1 o l'ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa, è punito con la reclusione fino a quattro anni.

[2] Quando il delitto commesso è quello previsto dall'articolo 416 bis, si applica, in ogni caso, la pena della reclusione non inferiore a due anni.

[3] Se si tratta di delitti per i quali la legge stabilisce una pena diversa, ovvero di contravvenzioni, la pena è della multa fino a euro 516.

[4] Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando la persona aiutata non è imputabile o risulta che non ha commesso il delitto.

 

Si ritiene che il favoreggiamento personale protegga l’interesse dell’amministrazione della giustizia al regolare svolgimento delle investigazioni e delle ricerche che sono finalizzate ad un procedimento penale.

Si pone come reato offensivo nell’interesse della giustizia al regolare svolgimento del processo penale, perché i fatti che lo integrano tendono a fuorviare o ad ostacolare l’attività di accertamento e repressione dei reati.

È un reato comune, perpetrabile da qualunque soggetto.

Presuppone che sia stato commesso un reato e che l’agente non vi abbia partecipato.

L’art. 378, 1° comma descrive la condotta di favoreggiamento come l’aiuto che interviene dopo che fu commesso un delitto.

Costituisce, aiuto penalmente rilevante anche il silenzio, la reticenza, il rifiuto di fornire notizie, finalizzati a consentire all’autore di un delitto l’elusione investigativa.

È stato ritenuto responsabile di favoreggiamento, chi abbia reso false dichiarazioni alla Polizia Giudiziaria in sede di sommarie informazioni per sviarle;

colui che abbia creato un falso alibi all’imputato oppure abbia convalidato il falso alibi dato all’imputato.

Il favoreggiamento personale è un reato di pericolo e non richiede che la condotta consegua l’obiettivo voluto dall’agente. Essa deve consistere, infatti, in una attività che abbia frapposto un ostacolo, anche se limitato o temporaneo, allo svolgimento delle indagini, che abbia provocato una negativa alterazione quale che sia, del contesto fattuale all’interno del quale le investigazioni e le ricerche erano in corso o si sarebbero comunque dovute svolgere, in questo caso vi è un turbamento della funzione giudiziaria e non si richiede che le investigazioni siano effettivamente fuorviate, ma basta che la condotta dell’agente abbia l’attitudine e possa conseguire lo scopo di aiutare il colpevole a eludere le investigazioni che sono in corso, e quindi si ha uno sviamento delle indagini in ordine alla esatta e puntuale ricostruzione dei fatti.

Sviare le indagini significa eludere le investigazioni, sottrarsi alle ricerche di questa, significa vanificare gli sforzi della polizia giudiziaria o dell’A.G. rivolti a scoprire e trovare le prove per accertare se e da chi sia stato commesso un reato.

La condotta, nel delitto di favoreggiamento personale, consiste nell’aiutare taluno a eludere le investigazione dell’autorità, o sottrarsi alle ricerche di questa.

Il delitto di favoreggiamento personale è punibile a titolo di dolo generico. È peraltro necessario che l’agente abbia consapevolmente aiutato taluno ad eludere le investigazioni dell’autorità o a sottrarsi alle ricerche, richiede la volontà di una condotta, cioè la consapevolezza che la propria condotta si risolve in un aiuto a favore di chi è sottoposto alle investigazioni.

È prevista una circostanza aggravante che si realizza quando il delitto precedentemente commesso è quello previsto dall’art. 416 bis, in tal caso si applica la pena della reclusione non inferiore a due anni.

-Il favoreggiamento personale si consuma nel momento nel quale è stato prestato l’aiuto ad eludere le investigazioni dell’autorità (senza che l’ a.g. se ne accorga?).

Integrano il reato di favoreggiamento personale le false indicazioni rese all'autorità di polizia giudiziaria che siano dirette a non consentire l'identificazione del colpevole, a nulla rilevando che le investigazioni dell'autorità siano effettivamente eluse, in quanto è sufficiente che la condotta dell'agente abbia l'attitudine, sia pure astratta, a intralciare il corso della giustizia, sicché nessun rilievo scriminante può essere attribuito alla loro ininfluenza nel caso concreto.

-Ai fini della configurabilità del reato di favoreggiamento personale, è sufficiente che sia stata posta in essere un'azione diretta ad aiutare taluno ad eludere le investigazioni o a sottrarsi alle ricerche dell'autorità, mentre non è necessario che la detta azione abbia realmente raggiunto l'effetto di ostacolare le investigazioni o intralciare le ricerche, e nessun rilievo assume l'ininfluenza concreta del comportamento dell'agente sull'esito delle indagini. Ne consegue che il delitto è configurabile anche quando il soggetto esaminato dalla polizia neghi la conoscenza di fatti a lui noti, nè il delitto è escluso dall'eventuale concomitanza di informazioni già in possesso dell'autorità inquirente, dal momento che la ricerca della verità esige una pluralità di elementi, il cui apporto non può essere rimesso al giudizio del singolo. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto la configurabilità del reato nell'ipotesi in cui il detenuto, curato per le lesioni riportate a causa di aggressione subita da parte di altri detenuti, fornisce sull'accaduto una versione falsa per aiutare i suoi aggressori). Cass. pen. Sez. VI 10.02.2000 n. 6235

Così come le false informazioni rese al PM – ex art. 371 bis.  Soggetto attivo può essere chiunque, purchè sia stato richiesto dal PM di fornire informazioni ai fini delle indagini a norma dell’art. 362 c.p.

La condotta tipica è quella modellata su quella della falsa testimonianza ex art. 372 c.p.

La mancata sottoscrizione del verbale da parte della persona richiesta di fornire informazioni non esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 371 bis c.p.

Le false dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria  non possono costituire l’oggetto materiale del reato di cui all’art. 371 bis, neanche se questa operi su delega del PM.

-Cass. pen. Sez. VI 24.10.2003 n. 46796

La norma incriminatrice contenuta nell'articolo 371-bis del c.p. mutua dalla falsa testimonianza di cui all'articolo 372 del c.p. struttura, finalità e ambito operativo: cosicché, in particolare, anche alla fattispecie incriminatrice delle false informazioni al pubblico ministero sono applicabili i canoni ermeneutici in tema di falsa testimonianza che ravvisano la sussistenza del reato ogni volta che i fatti sui quali il dichiarante falso o reticente ha deposto sono pertinenti alla causa e suscettibili di influenza sulla decisione.

-Cass. pen. Sez. VI 17.02.2000 n. 5255

La fattispecie criminosa di cui all'art. 371 bis c.p. è stata introdotta dal legislatore allo scopo di colmare la lacuna derivante dalla mancata previsione di sanzione penale nel caso in cui la falsità o la reticenza siano commesse dalla persona informata sui fatti in dichiarazioni rese al p.m. La norma è quindi del tutto analoga a quella dell'art. 372 c.p. che punisce la falsa testimonianza. Da ciò deriva che anche il reato di false informazioni al p.m. costituisce una ipotesi delittuosa specifica rispetto al reato di favoreggiamento personale che prevede qualsiasi condotta idonea a frustrare le investigazioni o le ricerche dell'autorità, mentre l'art. 372 c.p. contempla la specifica condotta di colui che depone come testimone. (Nel caso di specie la Corte suprema ha ritenuto l'esattezza della decisione secondo la quale era stata riconosciuta la sussistenza del favoreggiamento nel comportamento di più persone che si erano accordate per nascondere circostanze rilevanti idonee a favorire l'impunità di terzi e che poi avevano reso false dichiarazioni al p.m., escludendo, conseguentemente, la causa di non punibilità della ritrattazione, non prevista per il reato di favoreggiamento).

Tra il reato di false dich. al PM ex art. 371 bis e quello di favoreggiamento personale ex art. 378 c.p., esiste sicuramente una identica oggettività giuridica tutelata, vale a dire l’interesse statale al buon andamento delle indagini, così come tra le due condotte tipiche esiste l’elemento comune fattuale rappresentato dalla condotta agevolatoria idonea a consentire a taluno di eludere le indagini. Pertanto nel caso previsto  dall’ art. 371 bis, la fattispecie criminosa si concretizza in dichiarazioni false o reticenti rese al PM- posta in essere da persone informate sui fatti nell’ambito di un procedimento penale già avviato. La norma è quindi del tutto analoga a quella dell’art. 372 c.p. che punisce la falsa testimonianza.

Altra questione è quella della sussistenza del delitto nel caso le false dichiarazioni vengono rese non al PM, ma alla polizia giudiziaria, quando queste assumono informazioni da persone diverse dall’indagato, di propria iniziativa, (da persone che hanno molto da dire), a norma dell’art. 351 c.p.p. o su delega del PM.

 La polizia giudiziaria assume sommarie informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini. Si applicano le disposizioni del secondo e terzo periodo del comma 1 dell'articolo 362.

La condotta di chi fornisce false indicazioni alla polizia giudiziaria resta dunque quella del reato di favoreggiamento personale.

La norma in esame attribuisce alla p.g. il potere di assumere sommarie informazioni dalle persone non sottoposte alle indagini: persona offesa, danneggiato, e qualsiasi altro soggetto informato sui fatti per i quali si procede.

Sia gli ufficiali che gli agenti di polizia giudiziaria possono assumere, sia d'iniziativa che su delega del P.M., informazioni dai potenziali testimoni. A tale attività si applicano, in virtù dell'espresso richiamo all'art. 362, seconda e terza parte da parte dell'art. 351, 1° co., ultimo periodo (introdotto dall'art. 4, 4° co., D.L. 8.6.1992, n. 306, convertito, con modificazioni, nella L. 7.8.1992, n. 356, e modificato dall'art. 13, 1° co., L. 1.3.2001, n. 63), le seguenti disposizioni: art. 197, sulla incompatibilità a prestare l'ufficio di teste; art. 198, 1° co., sull'obbligo di presentarsi e rispondere secondo verità, con ogni conseguenza in caso di inosservanza, poiché la mancata presentazione su convocazione della polizia giudiziaria può far insorgere la responsabilità per violazione dell'art. 650 c.p. mentre soltanto il P.M. può disporre l'accompagnamento coattivo ex artt. 133 e 377, ed il mendacio o il rifiuto di deporre innanzi al magistrato sono punibili ai sensi dell'art. 371 bis c.p., avanti la polizia giudiziaria essendo configurabile eventualmente solo il favoreggiamento o la calunnia.

L'assunzione di notizie dalle persone informate sui fatti va verbalizzata (art. 357, 1° co., lett. c) ed è pacifico che può essere utilizzata nella fase procedimentale per richieste al giudice  inclusa quella di emissione di misura cautelare e di mantenimento della stessa, per la decisione sull'applicazione di pena e sull'abbreviato, nonché, nel dibattimento, per le contestazioni nelle forme dell'art. 500.

Le sommarie informazioni assunte dalla p.g. ai sensi dell’art. 351 , hanno efficacia endoprocessuale nell’ambito delle indagini preliminari e possono essere utilizzate, da sole o insieme agli altri atti compiuti a norma dell’art. 348, per l’emanazione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale.

Il fatto che le sommarie informazioni rese alla p.g. da parte di persone che hanno riferito circostanze utili ai fini dell’indagine e al reperimento delle fonti di prova art. 351, non esclude che le stesse, debitamente documentate e destinate a formare il fascicolo del P.M. , possano essere utilizzate, nell’ambito delle indagini preliminari da sole o unitamente agli altri elementi posti a fondamento della contestazione, nei limiti dell’art. 191, ai fini della valutazione della gravità degli indizi di colpevolezza per l’emanazione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale.

Pertanto la norma in esame attribuisce alla p.g. il potere di assumere sommarie informazioni delle persone non sottoposte ad indagine, persona offesa, danneggiato e qualsiasi altro soggetto informato sui fatti per i quali si procede e non altri.

Avv. Vincenzo Mennea

 

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LaPrevidenza.it, 06/10/2014

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