domenica, 29 novembre 2020

Ustione alle mani da prodotti caustici: la bidella ha diritto al risarcimento in danno biologico 

Consiglio di Stato, Sezione V, Sentenza 22.6.2011 n. 3776

 

Il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, sez. II, con la sentenza n. 1806 del 17 luglio 2006, nella resistenza dell'intimata Azienda Lombarda per l'Edilizia Residenziale di Milano, già Istituto Autonomo Case Popolari, respingeva il ricorso proposto dalla signora La. Na., dipendente della predetta amministrazione con qualifica di custode addetta alle pulizie dello stabile sito in Milano, via Rimini, n. 25/2, per l'accertamento e la declaratoria, per un verso, che l'incidente di cui era rimasta vittima in data 5 aprile 1994 (ustioni alle mani ed al braccio destro da utilizzazione di prodotti caustici forniti per la pulizia dello stabile malgrado l'uso di guanti di gomma) era occorso in occasione di lavoro, e, per altro verso, che l'A.L.E.R. di Milano era tenuto al risarcimento del danno differenziale derivante dai danni permanenti conseguenti all'infortunio (consistenti in un eczema piodermizzato all'arto superiore destro e da parestesie e disestesie alla mano destra, scatenatesi al semplice contatto da acqua fredda, con comparsa di ponfi al contatto con la polvere di casa, nonché deficit scenico all'arto superiore destro), inteso come danno biologico, sia per l'invalidità temporanea che per quella permanente, e come danno morale, con condanna della predetta azienda al pagamento della complessiva somma di Lire 102.196.000, corrispondenti a Euro. 52.779,80 (di cui Lire 50.796.000, a titolo di danno biologico da invalidità permanente, quantificata nella misura del 16%; Lire 26.440.000, per il danno biologico da invalidità temporanea riferita a 330 giorni di malattia ragguagliati a Lire 80.000 giornaliere; Lire 25.000.000 a titolo di danno morale).

 Respinta l'eccezione di difetto di giurisdizione, sollevata dall'intimata azienda, il predetto tribunale, pur dando atto che non era necessaria alcuna attività istruttoria per accertare l'effettivo verificarsi dell'infortunio sul lavoro, riteneva tuttavia infondata la domanda della ricorrente sia perché, come risultava dalle determinazioni dell'I.N.A.I.L. (rimaste peraltro non ritualmente contestate), dal predetto infortunio non era residuata alcuna conseguenza di carattere permanente (irrilevante al riguardo essendo l'argomentazione dell'interessata circa la presunta franchigia applicata dall'istituto assicuratore, franchigia di cui non vi era alcuna traccia nell'accertamento del predetto istituto e che comunque, essendo limitata al 10% - e non al 20%, come dedotto dall'interessata - non avrebbe potuto trovare applicazione nel caso in esame in cui il pregiudizio permanente era superiore a tale soglia), sia perché non vi era alcuna prova né che i danni permanenti fossero incidenti sulla capacità lavorativa specifica dell'interessata, né che tra questi e l'infortunio sussistesse l'indispensabile nesso di causalità; era inoltre infondata anche la domanda tesa al riconoscimento del c.d. danno morale, sia perché il fatto illecito da cui erano derivati gli asseriti danni non integrava gli estremi del reato, sia perché in ogni caso alcuna prova era stata data di detto danno, sub specie di danno non patrimoniale, mentre quanto alla domanda relativa al risarcimento del danno biologico, quest'ultimo aveva già trovato integrale soddisfazione nell'indennizzo liquidato dall'I.N.A.I.L...

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LaPrevidenza.it, 08/05/2012

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