domenica, 18 agosto 2019

Rimpatrio dei soggiornanti irregolari: dalla CGE stop alla normativa italiana

Corte di Giustizia dell'Unione europea, sentenza 28 aprile 2011, C-61/11 PPU - Dario Immordino

 

La normativa italiana che prevede l’irrogazione della  pena detentiva (da sei mesi a quattro anni in ragione delle specifiche circostanze) a carico dei cittadini di  paesi terzi che, nonostante l'ordine di allontanamento, permangano irregolarmente nel territorio nazionale, contrasta con l’acquis communitaires. Nello specifico la disciplina italiana contrasta con l'obiettivo di strutturare  una efficace politica di allontanamento e di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi che  soggiornino irregolarmente negli Stati membri perseguito dal legislatore comunitario attraverso la predisposizione di un corpus normativo basato su regole comuni e diretto a garantire che le persone interessate siano rimpatriate in maniera umana e nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali e della loro dignità. In particolare il reato di clandestinità previsto dall'ordinamento italiano si rivela incompatibile con le disposizioni della direttiva 2008/115 che disciplinano in maniera molto dettagliata la procedura che gli Stati devono adottare per il rimpatrio dei cittadini che soggiornano illegittimamente nel territorio dell'Unione. Dette disposizioni prevedono che solo in circostanze particolari, per esempio se sussiste rischio di fuga, gli Stati membri possono, da un lato, imporre al destinatario di una decisione di rimpatrio l'obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, di prestare una garanzia finanziaria adeguata, di consegnare i documenti o di dimorare in un determinato luogo oppure, dall'altro, concedere un termine per la partenza volontaria inferiore a sette giorni o addirittura non accordare alcun termine. Quando si renda necessario  procedere all'allontanamento le autorità nazionali competenti  devono farlo mediante le misure meno coercitive possibili, ed in ogni caso le stesse possono privare il soggiornante irregolare della libertà ricorrendo al trattenimento solo qualora l'esecuzione della decisione di rimpatrio sotto forma di allontanamento rischi, valutata la situazione caso per caso, di essere compromessa dal comportamento dell'interessato. Ma la disciplina comunitaria non si limita a disporre che la privazione della libertà deve costituire l’extrema ratio, ma circonda l’eventuale irrogazione della pena detentiva di adeguate garanzie in ordine, fra l’altro,  alla durata e  alla valutazione della persistenza delle esigenze che ne hanno giustificato l’adozione.  In particolare la privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e protrarsi solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio, deve essere riesaminata ad intervalli ragionevoli e cessare appena risulti che non esiste più una prospettiva ragionevole di allontanamento.

 La sua durata massima in ogni caso non può superare i 18 mesi, termine tassativo per tutti gli Stati membri.

 L'art. 16, n. 1, della direttiva, inoltre, prescrive che gli interessati siano collocati in un centro apposito e, in ogni caso, separati dai detenuti di diritto comune. In sostanza i Paesi UE devono in primo luogo adoperarsi per dare piena ed effettiva esecuzione alla procedure di rimpatrio. Nelle ipotesi in cui non siano riusciti ad eseguire le decisioni di rimpatrio procedendo all’allontanamento coattivo, gli Stati membri possono ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate  attraverso disposizioni che disciplinino le situazioni in cui non sia stato raggiunto l’ obiettivo del rimpatrio. Ma tale facoltà non può essere esercitata attraverso la previsione di una pena detentiva -  come quella prevista all'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo n. 286/1998 – a carico di un cittadino di un paese terzo che permane in maniera irregolare nel territorio nazionale, poiché simili misure non accelerano le procedure di allontanamento, ma anzi richiedono l’attivazione di procedimenti giurisdizionali e l’espletamento di una serie di adempimenti che ostacolano il celere ed effettivo rimpatrio dei soggiornanti irregolari  Ed in ogni caso le misure coercitive devono comunque rispettare i principi di proporzionalità ed efficacia dei mezzi impiegati e degli obiettivi perseguiti, che nel caso di specie impongono che  il trattenimento di una persona sottoposta a procedura di espulsione o di estradizione non si protragga oltre un termine ragionevole, vale a dire non superi il tempo necessario per raggiungere lo scopo perseguito. Gli Stati membri possono derogare alle norme e procedure prescritte dalla direttiva 2008/115 solo “in melius”, ossia introducendo o mantenendo disposizioni più favorevoli per i cittadini di paesi terzi che soggiornino irregolarmente nei propri territori rispetto a quelle stabilite dalla normativa comunitaria, purché compatibili con quest'ultima, mentre non possono  applicare norme più severe. Rispetto ad un tale quadro normativo non può che risultare incompatibile la previsione di una  pena detentiva di durata compresa tra i sei mesi e i quattro anni a carico dei cittadini di  paesi terzi che, nonostante l'ordine di allontanamento, permangano irregolarmente nel territorio nazionale. Ciò perché una simile disciplina , in ragione delle sue condizioni e modalità di applicazione, rischia di ritardare l'esecuzione della decisione di rimpatrio e compromettere la realizzazione dell'obiettivo prioritario perseguito dal legislatore comunitario, ossia la strutturazione di efficaci procedure e meccanismi di allontanamento e di rimpatrio dei soggiornanti irregolari.  Ad evitare la censura di incompatibilità non basta la circostanza che  la competenza in materia penale spetta agli Stati membri, perché ciò non esclude che in ogni caso anche in tale ambito la legislazione nazionale debba rispettare il diritto dell'Unione.  Tale obbligo discende in particolare dall'art. 4, n. 3, TUE, che fa carico agli Stati membri di adottare  « ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l'esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell'Unione» e di astenersi « da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell'Unione», compresi quelli perseguiti dalle direttive Né vale obiettare che la direttiva rimpatri non è stata trasposta nell'ordinamento giuridico italiano giacché, in ogni caso, i singoli cittadini sono legittimati ad invocare, contro lo Stato membro inadempiente, le disposizioni incondizionate e sufficientemente precise di una direttiva non attuata. In definitiva il giudice nazionale «dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva - segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni - e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri»...

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LaPrevidenza.it, 02/05/2011