giovedì, 02 dicembre 2021

Nullità parziale del contratto: integrazione e sostituzione delle clausole contrattuali. Ambito  e limiti dell’intervento del giudice

Giuseppe De Luca, Avvocato e Segretario Comunale Generale

 

Il principio di conservazione pervade l’intero nostro ordinamento giuridico. Nel diritto civile tale principio è espressamente codificato dalla normativa codicistica (art.1367) la quale prevede che, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno. Anche in altre branche del diritto può trovarsi traccia di tale principio. Si pensi al diritto amministrativo laddove la novella del 2005   ha riformato la legge sul procedimento amministrativo (legge 241/90) inserendo l’art 21 octies il quale ha sancito la non annullabilità del provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata dell’atto, il suo contenuto dispositivo non potrebbe essere diverso da quello adottato; ugualmente è a dirsi per il caso della mancata comunicazione dell’avvio del procedimento la quale non implica l’annullabilità ogni qualvolta l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Nello stesso diritto processuale vi è traccia del principio di conservazione laddove si prevede che la nullità non possa mai essere pronunciata se l’atto ha comunque raggiunto lo scopo cui è destinato (art 156 c.p.c.) oppure allorquando, nulla disponendo la legge, la parte interessata abbia rinunciato espressamente ad eccepire  la nullità o abbia accettato gli effetti dell’atto, o, ancora, si sia avvalsa della facoltà al cui esercizio l’atto nullo era preordinato (art 183 c.p.p.). Pure nel settore giuslavoristico infine, può accadere che le clausole nulle, perché violative di principi inderogabili, siano automaticamente sostituite dalle norme codicistiche (art 2066 c.c.), dalle leggi speciali, come ad esempio in materia previdenziale (art 2115 c.c.), o infine dalla contrattazione collettiva (art 2077 c.c.).
Nell’ordinamento privatistico, il principio di conservazione, dettato in materia contrattuale dall’art 1367 c.c., trova applicazione nella disciplina della conversione del contratto, ove è previsto che il contratto nullo possa produrre gli effetti di un contratto diverso del quale contenga i requisiti di sostanza e di forma, qualora, avuto riguardo alla scopo delle parti, debba ritenersi che esse lo avrebbero ugualmente voluto se avessero conosciuto la nullità (art 1424 c.c.).
Anche la disciplina della nullità parziale del contratto prende le mosse dal principio di conservazione. Al riguardo l’art 1419 del codice civile prevede testualmente, al primo comma, che la nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto solo laddove risulti che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto colpita dalla nullità. Tale previsione viene specularmente riproposta anche in caso di nullità parziale del contratto plurilaterale: difatti l’art 1420 sancisce che la nullità invalidante il vincolo di una sola delle parti non sia preclusiva della validità del contratto ogni qualvolta la partecipazione di un soggetto non debba, secondo le circostanze, considerarsi essenziale.
In caso di nullità parziale del contratto è possibile l’integrazione o la sostituzione delle clausole contrattuali: l’integrazione del contratto, pur essendo codificata in talune norme codicistiche è stata, ciò nondimeno, per la vaghezza delle stesse, oggetto di un lungo travaglio dottrinale e giurisprudenziale: travaglio involgente il tema dei limiti derivanti all’autonomia contrattuale dall’ingerenza del legislatore o dai poteri azionabili dal Giudice in sede di interpretazione. In particolare ci si è affannati a determinare quale fosse il reale spettro di operatività della disposizione di cui all’art 1374 c.c. la quale prevede che il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge, o, in mancanza, secondo gli usi e l’equità. Proprio il riferimento all’equità è stato lungamente dibattuto: ci si è infatti chiesto se oltre la possibilità normativamente prevista per il giudice di definire secondo equità talune clausole contrattuali (per tutte valga esemplificativamente la fissazione secondo equità della misura della provvigione nel contratto di mediazione), vi fosse altresì un più generale potere dello stesso di ricondurre il contratto ad equità. A tale stregua l’integrabilità del contratto secondo equità ex art 1374 può rappresentare il grimaldello attraverso il quale azionare l’intervento ex officio del giudice. Ci si è chiesti, ad esempio, se fosse configurabile un generale potere giudiziale di riconduzione ad equità nel caso di contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o formulari; potere da esercitarsi al di là della formale e spesso inappagante tutela offerta dagli articoli 1341 e 1342 c.c. e dall’art 33 del Codice del consumo per le clausole vessatorie nei contratti conclusi tra professionista e consumatore. Ci si è ad esempio domandati, ancora, quale margine di intervento residuasse al giudice per intervenire quando un contratto violasse l’ordine pubblico economico, come nel caso della cosiddetta clausola oro, o quando un accordo tra soci fosse stipulato col solo fine di estromettere o ridurre a minoranza la partecipazione di un altro socio. Più in generale sono stati attentamente vagliati i limiti dell’intervento giudiziale nei casi riconducibili al cosiddetto abuso del diritto. Sul punto può osservarsi come sempre più spesso sono riconosciuti nuovi e diversi poteri azionabili d’ufficio dal giudice attraverso un’interpretazione estensiva delle norme codicistiche. Si pensi, proprio in tema di nullità, alla rilevabilità d’ufficio della stessa; se originariamente si riteneva che il giudice fosse legittimato a rilevarla soltanto nei casi in cui i privati intendessero avvalersi di un contratto nullo, successivamente si è pian piano fatto strada un orientamento di segno diverso: si è cioè riconosciuto al giudice il potere di rilevare la nullità anche quando le parti abbiano dimostrato di non volersi avvalere del contratto avendone ad esempio chiesto la risoluzione. In tal caso l’ampliamento dei poteri d’ufficio del giudice è stato opportunamente motivato evidenziando che in caso contrario si potrebbe verificare la possibilità di intentare un’azione risarcitoria a seguito della risoluzione contrattuale, mentre invece alcun risarcimento dovrebbe potersi legare ad un contratto radicalmente nullo. Un ulteriore strumento di integrazione contrattuale può essere riconosciuto negli articoli 1366 e seguenti del codice civile in tema di interpretazione del contratto. Tali disposizioni sono usualmente qualificate come norme di interpretazione oggettiva o integrativa del contratto. Vi è innanzitutto l’articolo 1366 sull’interpretazione del contratto secondo buona fede: questa disposizione, difatti, viene spesso richiamata nei casi di abuso del diritto per sanzionare pratiche contrattuali emulative. La stessa categoria dei cosidetti effetti protettivi del contratto nei confronti dei terzi sembra confortare un orientamento sempre più marcatamente volto a tutelare la parte contrattualmente debole. Di seguito c’è poi il predetto articolo 1367 in materia di conservazione del contratto, che abbiamo già visto essere il portato di un principio pervasivo dell’intero ordinamento. Sempre nel segno della riconduzione del contratto ad equità è previsto, nel caso di espressioni che possono avere più sensi, il dovere del giudice, nel dubbio, di interpretarle nel senso più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto (art 1369 c.c.); oppure, ancora, l’interpretazione contro l’autore delle clausole dubbie inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli e formulari predisposti da uno dei contraenti (art 1370 c.c.); o, infine, il dovere di interpretare il contratto che rimanga oscuro, malgrado l’applicazione delle predette norme, nel senso meno gravoso per l’obbligato, se a titolo gratutito, e nel senso che realizzi l’equo contemperamento degli interessi delle parti, se a titolo oneroso.
Vi sono poi dei casi...

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LaPrevidenza.it, 25/10/2011

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