martedý, 25 giugno 2019

Mutui e prestiti alle società: via libera alla tassazione degli interessi

Cassazione civile, sez. trib., 4 2.2011 n. 2735

 

Col primo motivo di ricorso, l'Agenzia deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, artt. 43 e 95 TUIR e dell’art. 2697 c.c.; deduce, in particolare, che la prova che le somme versate dai soci in favore di società in nome collettivo o in accomandita semplice (o anche in favore di società di capitali in virtù del rinvio di cui all’art. 95, comma 2) si presumevano date a mutuo oneroso salvo che non risultasse il contrario dai bilanci allegati alla dichiarazione; di conseguenza, la CTR, ritenendo valida la superiore documentazione, avrebbe violato il superiore norma. Questa Corte (Cass. n. 12251/2010, n. 6093/2009, n. 7602/2006, n. 7980/2007 e n. 16393/2007) ha distinto tra i versamenti che comportano un credito di restituzione quale sono quelli in esame e i versamenti c.d. In conto capitale, per i quali non vi è obbligo di restituzione a carico della società e pertanto sono appostatati in una riserva del patrimonio netto, nella misura in cui non sono impiegati per ripianare perdite”. In particolare ha osservato che i versamenti operati dai soci in conto capitale (o con altra analoga dizione indicati), pur non incrementando immediatamente il capitale sociale, e pur non attribuendo alle relative somme la condizione giuridica propria del capitale (onde non occorre che siano conseguenti ad una specifica deliberazione assembleare di aumento dello stesso), hanno tuttavia, una causa che, di norma, è diversa da quella del mutuo ed è assimilabile a quella del capitale di rischio. Analogo discorso va fatto in ordine ai “versamenti c.d. In conto futuro aumento di capitale, che sono anticipi versati dai soci per la sottoscrizione di azioni o quote di futura emissione e per tale ragione sono destinati (almeno di regola) non al rimborso ma al l'imputazione al capitale, una volta perfezionata la procedura di aumento dello stesso”. La Corte, richiamando dottrina, inoltre, ha anche ricordato essere “irrilevante per la qualificazione della fattispecie la pattuizione di interessi, ben potendo il mutuo essere gratuito”. Il riferimento agli “apporti di danaro dei soci” (finanziamento diretto), peraltro, non esaurisce i possibili modi attraverso i quali un socio (come un terzo) può finanziare la società potendosi raggiungere lo stesso scopo, o scopo analogo, anche attraverso altri comportamenti (llart. 2467 c.c., comma 2 cit., infatti, parla di “finanziamenti di soci a favore della società ..., in qualsiasi forma effettuati”), quali (excerpta dalla stessa dottrina) l'accordare “dilazioni”, il non esercitare “un credito pecuniario libero ed esigibile nei confronti della società”, il non riscuotere “dividendi già deliberati, . . . canoni di locazione scaduti, compensi per prestazioni erogate alla società” (finanziamento indiretto). In ordine alla normativa fiscale, il D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 42, comma 2 (TUIR), per quanto interessa, dispone che “per i capitali dati a mutuo gli interessi, salvo prova contraria, si presumono percepiti alle scadenze e nella misura pattuite per iscritto” e che “se la misura non è determinata per iscritto gli interessi si computano al saggio legale”. Per il successivo art. 43, comma 1 (ora art. 4b; testo in vigore dal primo gennaio 1988 al 31 dicembre 2003), poi, “le somme versate alle società in nome collettivo e in accomandita semplice dai loro soci si considerano date a mutuo se dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo”. Quest'ultima norma, come emerge univocamente dal suo tenore letterale, pone una evidente presunzione (sia pure, come naturale, iuris tantum), ex art. 2727 c.c. - da qualificare legale perché è lo stesso legislatore che impone di trarre quella specifica conseguenza “da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato” - in ordine al “titolo” giuridico di qualsivoglia versamento di somme da parte dei “soci” in favore di una delle due società di persone previste nella stessa atteso che la legge impone di considerare “date a mutuo” le somme in questione tutte le volte che “dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo”, ovvero sia a “titolo” diverso dal “mutuo”. La stessa norma, inoltre, prevede che detta presunzione possa essere superata unicamente dal fatto che ll”altro titolo” giuridico (differente dal “mutuo”), costituente la fonte del versamento del socio, risulti “dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società”: l'indicazione nel bilancio detto di quel’”altro titolo” quindi, costituisce indefettibile condicio iuris per il (favorevole) superamento della presunzione legale detta (ferma, come ovvio, la necessità che, in ipotesi di contestazione, la società dia prova dell’esistenza di tale “altro titolo”)....

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LaPrevidenza.it, 28/08/2011