martedì, 28 giugno 2022

Le prescrizioni legali in tema di nullità negoziale. Vicende e disciplina in deroga

Avv. Giuseppe De Luca - Segretario Generale comunale

 

La derogabilità alle prescrizioni legali in tema di nullità negoziale è legata a doppio filo con la corretta applicazione del principio di conservazione degli atti giuridici e con l’esatta perimetrazione delle materie sottratte alla disponibilità delle Parti.
Il principio di conservazione pervade l’intero ordinamento giuridico: esso è il criterio per il quale nell’interpretazione di una disposizione negoziale va preferita la soluzione che produce degli effetti rispetto ad un'altra che non ne produrrebbe. Non vi è sistema giuridico o branca del diritto che possa dirsi non informata al rispetto di tale canone ermeneutico.
In diritto amministrativo sono infatti presenti una serie di istituti attuativi del principio ci conservazione: si pensi alla cosiddetta conversione – provvedimento o anche all’omologa conversione – atto. Si pensi ancora alla vasta tematica della convalescenza dell’atto amministrativo viziato e del consolidamento e sopravvenuta inoppugnabilità dei provvedimenti viziati. Un principio talmente importante da essere stato recepito dallo stesso legislatore, il quale, nel novellare la normativa sul provvedimento amministrativo (L n 241 del 90) ha previsto la non annullabilità del provvedimento amministrativo a carattere vincolato ogni qualvolta sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
Anche  la materia processuale risente del principio in parola: si pensi alle norme processual civilistiche e a quelle di procedura penale laddove prevedono che la nullità non può mai essere pronunciata, se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato.
Il carattere pervasivo del principio di conservazione ha come ratio sottesa quella di evitare che le attività giuridiche, siano esse a carattere sostanziale, oppure a carattere procedurale, debbano opportunamente svolgersi in una maniera che non risulti “diseconomica” rispetto al perseguimento dei fini e degli scopi prefissati. Di modo che appaia di volta in volta ragionevole procedere alla sanatoria dei vizi ogni qualvolta gli stessi non abbiano precluso almeno parzialmente la produzione di taluni effetti giuridici.
Anche in diritto civile il principio di conservazione trova cittadinanza attraverso un ampio spettro di operatività.
Sono infatti molteplici le disposizioni in tema di nullità negoziale suscettibili di deroga proprio perché informate al criterio di conservazione.
E’ innanzitutto lo stesso legislatore ad aver disciplinato taluni casi in cui il negozio nullo può tuttavia produrre effetti giuridici. Si pensi all’inserzione automatica di clausole nei contratti in sostituzione di quelle difformi opposte dalle parti. Si pensi ancora alla disciplina della nullità parziale di un contratto se risulta che i contraenti lo avrebbero ugualmente concluso anche senza quella parte del suo contenuto colpita dalla nullità; o ancora al caso in cui le singole clausole nulle siano sostituite di diritto da norme imperative.
Si ricordi ancora, esemplificativamente, la disposizione di cui all’articolo 2126 del codice civile in tema di nullità del contratto di lavoro: nel caso di specie il legislatore ha ritenuto di dover contemperare il giusto ossequio al principio di legalità, con la tutela dei diritti retributivi del lavoratore, ritenuti preminenti in considerazione della copertura costituzionale offerta dall'’art 36 della Carta Fondamentale. Ecco quindi che pur laddove la prestazione lavorativa sia stata resa in violazione alla legge, ciò nondimeno la nullità del contratto di lavoro non produrrà effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall'’illiceità dell’oggetto o della causa; in ogni caso prevedendo che, pur qualora il lavoro sia stato prestato con violazione di norme poste a tutela dello stesso prestatore di lavoro, questi abbia in ogni caso diritto alla retribuzione.
In altri casi il legislatore lascia al Giudice l’esercizio di un potere integrativo dello strumento negoziale. In tal senso è paradigmatica la disposizione in materia di interpretazione del contratto di cui all’articolo 1367 del codice civile. tale norma, non a caso ritenuta, insieme a quelle di cui agli articoli 1366 e seguenti del codice, norma di “integrazione oggettiva” del contratto, prevede che nel dubbio, il contratto o le singole clausole debbano interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno.
Altre volte invece lo scrutinio del Giudice passa necessariamente attraverso l’indagine della volontà negoziale: è il caso della conversione del contratto nullo ex art 1424 del codice civile, laddove si prevede che il contratto nullo possa produrre gli effetti di un contratto diverso, del quale contenga i requisiti di sostanza e di forma, qualora, avuto riguardo allo scopo perseguito dalle parti, debba ritenersi che le stesse lo avrebbero comunque voluto pur nel caso in cui fossero state edotte della causa di nullità.
D’altronde è proprio il rigoroso riferimento alla volontà riposta nell’atto di autonomia privata a costituire il “discrimen” tra le ipotesi in cui la nullità negoziale sia suscettibile di essere derogata e quelle in cui, per converso, ciò non sia possibile trattandosi di materia sottratta alla disponibilità delle parti. E’ esemplare in tal senso la disciplina in tema di prescrizione e decadenza di cui agli articoli 2934 e seguenti del codice civile: se infatti il legislatore ha ritenuto “tout court” sottratta alla disponibilità delle parti la disciplina legale della prescrizione, diversamente è a dirsi in caso di decadenza, laddove è ben possibile che le parti modifichino la disciplina codicistica ogni qual volta essa afferisca a materia non sottratta alla disponibilità delle parti.

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LaPrevidenza.it, 21/06/2012

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