giovedì, 27 gennaio 2022

La ricorrente ricerca della flessibilità nelle mansioni  

Prof. Mario Meucci

 

Sul n.4/2010 della rivista giuridica della Confindustria (notoriamente il “Massimario di giurisprudenza del lavoro”) alcuni sostenitori delle tesi datoriali si sono prodotti in  considerazioni per noi incondivisibili, nel tentativo di stravolgere - tramite una interpretazione e/o prospettazione interessata - la protezione accordata dall’art. 2103 c.c. (nel testo introdotto dall’art. 13 dello Statuto dei lavoratori) alle mansioni e alla professionalità dei lavoratori.

Riferiamo di seguito le considerazioni più criticabili.

Tra le prime spicca quella (tanto astratta da suscitare sconcerto o ilarità) secondo cui non sussisterebbe un diritto del lavoratore a disimpegnare concretamente la propria prestazione ma potrebbe essere lasciato anche inattivo, purché retribuito, o secondo una variante terminologica «esonerato dallo svolgimento della prestazione, venendogli così restituita tutta la sua libertà» (sic!). Premurandosi i sostenitori di precisare che mentre nel caso di inutilizzazione totale del lavoratore confinato in inattività, si potrebbe incorrere nella violazione dell’equivalenza tra le mansioni vietata dall’art. 2103 c.c. o dell’art. 2087 c.c. che tutela la «personalità morale» del lavoratore inibendo le mortificazioni della sua dignità, nel caso in cui al lavoratore venga  «restituita tutta la sua libertà» e quindi privato di ogni compito, non si concretizzerebbe a carico del datore di lavoro alcun inadempimento. In quanto - essi spiegano, peraltro in plateale contrasto con la consolidata giurisprudenza e la migliore dottrina giuslavoristica  – non esisterebbe nel nostro ordinamento un diritto del lavoratore «a lavorare». Diritto che viene da dottrina e giurisprudenza fondato sugli artt. 2, 4 e 35 Cost. in quanto il lavoro non è finalizzato solo ad assolvere la funzione di sostentamento economico personale e familiare tramite il corrispettivo retributivo ma anche  la funzione (importantissima dal lato esistenziale e sociale) di consentire l’estrinsecazione e la realizzazione della personalità del lavoratore nella comunità intermedia dell’impresa, in tal modo salvaguardandone la dignità.

Un’altra perla che ci è stato consentito di riscontrare negli scritti pubblicati nella precitata rivista si sostanzia nel portare acqua al mulino datoriale della massima flessibilità del lavoratore nelle mansioni di assunzione o in quelle successivamente acquisite in ragione di maturazione professionale o progressione in carriera e in ruolo.

Sostanzialmente si prospetta una nuova nozione dello ius variandi datoriale, notoriamente circoscritto dall’art. 2103 c.c. nell’ambito di mansioni tra di loro «equivalenti» e dal diritto del lavoratore ad «essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione». Diritto funzionale all’inibizione virtuale di  dequalificazioni e demansionamenti.

Alla normativa impositiva del requisito dell'equivalenza ed inibente il declassamento è stato, infatti, da tempo anche riconosciuto un valore superindividuale, cioè dell'essere l’art. 2103 c.c. teso non solo alla salvaguardia della dignità e personalità del singolo ma alla tutela del più elevato ed ampio «interesse della collettività che il patrimonio di nozioni, di esperienza e perizia acquisita dal lavoratore nell'esercizio dell'attività non venga sacrificato alle esigenze dell'organizzazione aziendale del lavoro ed al profitto dell'impresa»  mediante l'assegnazione «del dipendente a mansioni inferiori che non consentano, nel loro espletamento, l'utilizzazione ed il conseguente perfezionamento del patrimonio professionale già acquisito, salvaguardandone il livello professionale acquisito e garantendo lo svolgimento e l'accrescimento delle sue capacità professionali, con le conseguenti prospettive di miglioramento professionale» .

Prof. Mario Meucci

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LaPrevidenza.it, 12/09/2011

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