lunedì, 04 luglio 2022

La ricerca del senso, ovvero la mancata utopia

Sergio Sabetta

 

 

Il crescere massiccio degli scambi, della mobilità e della rete hanno creato una comunicazione  virtuale veloce e sfumata che ha prevaricato la comunicazione reale  fondata sull’ascolto e il tempo, la quale vive in un alternarsi di comunicazioni e riflessioni. Parallelamente vi è stata una fuga verso un mondo virtuale fondato su l’immagine ed una felicità obbligata, dove l’insuccesso e il dolore non è previsto né ammesso pena l’esclusione sociale. Il concentrasi su questi stereotipi ha fatto perdere la riflessione sul sé e sulla capacità di costruire rapporti profondi nel tempo quale riflesso del proprio essere, ne è derivata una mancanza del senso che ha condotto alla nevrosi, in cui varie generazioni destabilizzate dai repentini cambiamenti hanno perso identità e ruolo finendo in una “depressione” da negare  anche mediante la chimica. La paralisi di idee, sentimenti e progetti emersa dalla violenza della crisi economica trasformata in una moderna “guerra” dai campi di battaglia virtuali, ha fatto perdere senso e significato al proprio agire. Una “guerra” virtuale dai danni psicologici e materiali “reali”, che unita al forte narcisismo coltivato nella società dell’immagine, impastato con i diritti alla persona variamente rivendicati, ha portato alla ricerca di un riconoscimento ma anche di una protezione reclamata. Viene meno la capacità utopica propria dell’uomo, ossia l’immaginare un futuro possibile e la capacità di realizzarlo, trasformando la realtà e gli ideali ad essa sottesi secondo i mezzi e le possibilità esistenti ( Abbagnano ), non quindi una utopia dell’irrealizzabile bensì una utopia del possibile propria di chi riesce a vedere la realtà che lo circonda nonché le sue potenzialità con nuove lenti e ne fornisce nuove letture. L’ impossibilità di accettare la sofferenza che è nel costruire svincolandola forzosamente in una artificiosa scissione dall’esaltazione che precede la creazione, determina il rifiuto sempre possibile dell’insuccesso in quanto segno di un destino negativo, che in senso calvinistico viene oggettivizzato in una misura economica valutaria. Gli istituti giuridici diventano quindi oggetto di una richiesta di protezione che da economica e materiale acquista una valenza psicologica, come nel caso del D. Lgs. 81/08 e delle successive integrazioni sullo stress da lavoro correlato, i quali vengono a travalicare matrici e probabilità del rischio, per assumere la funzione di una indiretta richiesta di conferma di un proprio io, di supporto alla paura di una propria mancata affermazione, in richieste che diventano pretese in funzione di una propria fragilità determinata dall’esaltazione dell’io in rapporto ad una fragilità dell’essere.

La normativa è una forma di comunicazione in cui, oltre al contenuto del messaggio e alla rilevanza del canale usato, si devono considerare altri fattori del contesto che vanno dal tipo di relazione interpersonale, alla personalità di colui che riceve l’informazione, fino al tempo storico in cui avviene la ricezione.

Come ci ricorda la psicolinguista Slama-Cazacu, i contesti degli insiemi organizzati funzionano come sistema di riferimento per gli elementi da cui sono costituiti, ossia permettono ai segni e agli elementi espressivi di variare a seconda dell’ area in cui sono inseriti, anche se al contempo rimangono costanti in quanto legati ad un sistema, la variazione del sistema determina quindi la variazione di senso per gli elementi costituenti la comunicazione stessa e nel sistema rientra anche l’aspetto culturale su cui poggiano le relazioni storiche interpersonali.

 

 

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LaPrevidenza.it, 18/08/2012

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