giovedž, 22 aprile 2021

La Corte Costituzionale non guarda in faccia a nessuno... nemmeno lo spread

Massimo Greco

 

Per quanto criticato, avversato e, quasi quotidianamente, denigrato, lo Stato democratico è il modello di governance delle decisione pubbliche che più degli altri riesce a garantire legalità e giustizia. E, in questo contesto ordinamentale, in cui gli alfieri dello Stato moderno hanno danno il loro contributo (da Hobbes a Rousseau, da Marx a Locke, da Voltaire a Montesquieu, da Kant a Hegel) la presenza di un organo terzo, autonomo, imparziale e indipendente a cui affidare la funzione di custode della Costituzione e di vegliare sul vitale principio della separazione dei poteri è fondamentale.

 

Tale importante attribuzione è stata individuata da quasi tutte le democrazie moderne nella Corte Costituzionale, ovvero in quel Giudice delle leggi al quale spetta l’ultima ed inappellabile parola ed al quale il tumultuoso e repentino cambiamento sociale, economico, politico ed istituzionale affida la responsabilità di interpretare in chiave poliarchica i quotidiani rapporti tra Stato-Nazione e cittadini.

 

Nel nostro Paese, in cui la crisi finanziaria contribuisce non poco ad esaltare il deficit politico ed istituzionale, sempre più bisognoso di essere colmato secondo un approccio work in progress, la Corte Costituzionale rappresenta il vero, e verosimilmente unico, punto di riferimento certo sia per la società civile che per quella politica.

 

Basta avvicinarsi al suo sito istituzionale presente nella rete al link www.cortecostituzionale.it per respirare l’autorevolezza delle tante decisioni assunte da una squadra di quindici Giudici tutti rigorosamente vaccinati con dosi massicce di competenza, etica, senso di appartenenza allo Stato, principio di legalità, sacralità del diritto e della giustizia.

 

Tra le tante sentenze depositate ed immediatamente leggibili sul citato portale, le ultime due contribuiscono ad irrobustire il nostro convincimento. Trattasi delle sentenze n. 198  e n. 199 entrambe del 17 luglio 2012.

 

Con la sent. n. 198, per ciò che concerne le questioni che più ci hanno incuriosito in questi mesi, la Corte Costituzionale afferma un principio di diritto la cui immanenza nei rapporti tra Stato e Regioni a statuto speciale non viene messa in discussione neanche in tempi di crisi finanziaria. Viene infatti affermato che “La disciplina relativa agli organi delle Regioni a statuto speciale e ai loro componenti è contenuta nei rispettivi statuti. Questi, adottati con legge costituzionale, ne garantiscono le particolari condizioni di autonomia, secondo quanto disposto dall’art. 116 Cost. L’adeguamento da parte delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome ai parametri di cui all’art. 14, comma 1, del decreto-legge n. 138 del 2011 richiede, quindi, la modifica di fonti di rango costituzionale. A tali fonti una legge ordinaria non può porre limiti e condizioni…”.

 

E’ la migliore risposta che poteva arrivare a chi continua a domandarsi se le norme della spending review relative alla riduzione del numero delle Province, con particolare riferimento ai sei mesi concessi dall’art. 17, comma 5, del d.l. n. 95/2012 per l’adeguamento ai principi ivi contenuti, sono immediatamente applicabili ad una Regione a statuto speciale come la Sicilia.

 

L’ordinamento siciliano, com’è noto, gode di potestà esclusiva nelle materie espressamente previste nello Statuto. L’art. 15 dello Statuto, in particolare, al 1° comma così recita: “le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana”. Il 2° comma del medesimo articolo così dispone: “L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Peraltro, la medesima Corte Costituzionale si è già pronunciata sulla specifica questione agitata intorno all’ente intermedio siciliano così statuendo: “quest’ultima Regione, infatti, secondo l’art. 15, terzo comma, del suo statuto, è titolare della potestà legislativa esclusiva <<in materia di circoscrizione, ordinamento (e controllo) degli enti locali>> e in tale potestà è pacificamente compresa quella di istituire, con proprie leggi (v. art. 6 della legge regionale 6 marzo 1986, n. 9, e art. 1 della legge regionale 12 agosto 1989, n. 17), i <<liberi consorzi comunali>> che, nella Regione siciliana, sotto la denominazione <<province regionali>> (art. 3 della medesima legge regionale n. 9 del 1986), hanno preso il posto delle province (art. 15, primo e secondo comma, dello statuto siciliano)”[1].


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LaPrevidenza.it, 25/07/2012

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