sabato, 15 agosto 2020

La cooperazione nel delitto colposo ex art. 113 c.p. Vicende della fattispecie e difficoltà interpretative

Giuseppe De Luca - Avvocato e Segretario Generale comunale

 

Il nostro legislatore ha da sempre tenuto un atteggiamento di estremo rigore verso le diverse tipologie di reati consumati da più persone.
Tanto, per la considerazione del maggior allarme sociale suscitato dall'’impresa delinquenziale ogni qualvolta essa nasca dalla collaborazione più o meno stabile di più soggetti.
Tale assunto è diventato via via di sempre maggior attualità: sia per il progressivo diffondersi delle più diverse forme di associazionismo a delinquere; sia per il profilarsi di nuove e diverse tipologie di reato imposte dal fenomeno delle attività specialistiche d’équipe e dalla globalizzazione economica ed informatica caratterizzantesi per il necessario frazionamento e allo steso tempo collegamento dei processi produttivi.
La disciplina in tema di cooperazione nel delitto colposo ha così conosciuto una rinnovata attenzione ed una speculazione dottrinale e giurisprudenziale superiori a quanto avvenuto prima che iniziasse il secondo millennio. A dire il vero non può negarsi che se ne fosse parlato anche prima ed anche molto; tuttavia l’ermeneutica prevalente ad oggetto la cooperazione colposa aveva piuttosto messo in risalto gli aspetti più deteriori della previsione codicistica.
Si era infatti affermato a più riprese che la disciplina contenuta nell’articolo 113 del codice penale difettasse innanzitutto di quei caratteri di tassatività e determinatezza cui dovrebbe essere informata qualsiasi norma all’interno di un sistema giuridico retto dal principio di legalità; in particolar modo in quello penale in cui esso assurge a valore costituzionale ex art 25 della Carta Fondamentale. Si osservava cioè che il dettato dell’art 113 palesasse una non perspicua chiarezza nel perimetrare i contorni della fattispecie delittuosa, in
evidente distonia col portato dell’art 1 del codice penale.
Ma vi è di più se pensiamo al fatto che proprio muovendo da tali rilievi, ci si è interrogati sulla reale necessità di una norma siffatta, ritenendola un doppione di quanto già previsto in tema di concorso di persone nel delitto colposo.
L’approfondimento che ne è emerso ha però contribuito a contribuito a contrappuntare esattamente il reale spettro di operatività della norma, distinguendola e caratterizzandola opportunamente da fattispecie omologhe o affini.
L’investigazione in parola ha preso le mosse innanzitutto dall'’attento riferimento al tenore letterale della disposizione. L’articolo 113 del codice penale difatti non a caso utilizza una terminologia volta a punire tutte quelle persone che abbiano cooperato tra di loro cagionando l’evento delittuoso. La cooperazione indicata nella disposizione “de qua” ricomprende tutte quelle attività di collaborazione attraverso le quali più persone operano insieme ad altri per il raggiungimento di un fine comune; che contribuiscono allo svolgimento di un lavoro, alla buona riuscita di un’impresa, al prodursi di effetti che possano rappresentare il frutto della collaborazione.
La norma trova la propria “ratio” nella “voluntas legis” di stigmatizzare e rendere penalmente rilevanti tutte quelle azioni che per il loro collegamento richiedano una maggiore soglia di attenzione e di prudenza in capo ai soggetti attori coinvolti.
La manualistica si è notevolmente spesa  a fornire ipotesi, sia pure di scuola, che delineassero la reale applicabilità della norma: vi è chi ha indicato il caso dei campeggiatori che accendano un fuoco per scaldarsi così però ingenerando l’incendio del bosco; o ancora chi, come Padovani, ha raffigurato il caso dell’amico del conducente l’autoveicolo su cui viaggia, che esorti l’amico ad elevare la velocità di marcia così tuttavia contribuendo alla causazione di un grave incidente.

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LaPrevidenza.it, 18/06/2012

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