giovedì, 27 gennaio 2022

L'interpretazione giuridica nelle strategie miste

Prof. Sergio Sabetta

 

Il fine delle parole è per definizione la descrizione, ossia la differenziazione nella caoticità dell’esistente.
Ogni termine giuridico può indicare un bene materiale o un preciso diritto su tale bene, nel primo caso vi è concordanza  sull’oggetto indicato come da tutti individuato e definito, nella seconda ipotesi necessita una concordanza nel contenuto del giudizio, in altri termini nel primo caso l’oggetto è per se stesso  quello individuato, un “assioma”, nel secondo caso vi è la necessità di concordare il contenuto e l’estensione del giudizio, come nell’ipotesi inversa della definizione di un bene immateriale.
Wittgenstein afferma nelle Ricerche filosofiche che “Una spiegazione serve a eliminare o a prevenire un fraintendimento dunque un fraintendimento che potrebbe sopravvenire in assenza della spiegazione; non ogni fraintendimento ch’io possa immaginare. Può facilmente sembrare che ogni dubbio indichi soltanto l’esistenza di una lacuna nei fondamenti; cosicché una comprensione sicura è possibile soltanto quando mettiamo in dubbio tutto ciò che può essere oggetto di dubbio, e poi rimuoviamo tutti questi dubbi.”, nell’eliminare il più possibile i fraintendimenti vi è una sostituzione di espressioni, una analisi attraverso quella che Wittgenstein chiama “scomposizione”, si tende ad una completa esattezza in realtà presunta.
Il linguaggio espressione del pensiero ha una sua logica che “rappresenta un ordine, e precisamente l’ordine a priori del mondo, vale a dire l’ordine delle possibilità che devono essere comuni al mondo e al pensiero” ma in realtà “ci sentiamo insoddisfatti di ciò che nella vita quotidiana si chiama “proposizione”, “parola”, “segno” (Wittgenstein).
Noi non guardiamo i fenomeni, ma attraverso i fenomeni le “possibilità” dei fenomeni, in altre parole richiamiamo alla mente “il tipo di enunciati che facciamo intorno ai fenomeni” (Wittgenstein).
Nasce il problema della definizione dei giudizi quali la colpa, da quanto finora descritto ne deriva l’impossibilità di quella che Wittgenstein definisce la “completa esattezza” proprio per la mancanza di quella che viene indicata come concordanza di giudizi a seguito di un comune ordine a priori del mondo.
Ne consegue che la descrizione normativa dei giudizi è una indicazione di via, una traccia che solo successivamente verrà precisata e riempita attraverso “strategie miste”, ma prima che attraverso la strategia mista dell’interpretazione si definisca il giudizio dovranno definirsi le scale di valore degli interpreti.
Ogni giocatore ha una propria strategia pura che nel considerare l’insieme lo valuta secondo una propria o più scale di valori, si tratta di un primo livello, solo in un secondo livello vi è un compenetrarsi di scale di valori e una razionalità derivante dal punto di vista del gioco nella sua interezza, emerge che “i processi inconsci sono quelli pienamente razionali, mentre è il pensiero conscio a non esserlo completamente”( Méro).
Il procedimento logico-deduttivo con cui si vuole definire un giudizio normativo è di per sé stesso insufficiente in quanto nel procedimento logico vengono a negarsi le scale di valori legate alle emozioni secondarie, manifestazioni relative ad un immaginario, che originano i marcatori somatici, solo il ripetersi dei giochi attraverso la probabilità crea il vissuto razionale, infatti scrive Méro “non esiste una sola e ben definita strada verso la razionalità”.
La razionalità è uno strumento di comunicazione efficace del linguaggio che permette di differenziare per catalogare e ordinare la complessità dell’esistere in un ambito definito di spazio/tempo, tuttavia essa di per sé stessa non è sufficiente come strumento generale di pensiero per acquisire e definire una conoscenza del mondo.

Prof. Sergio Sabetta

 

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LaPrevidenza.it, 25/09/2011

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