sabato, 24 agosto 2019

Il sistema integrato delle comunicazioni

Corte costituzionale, Sentenza 15.7.2010 n. 255 - D.ssa Mariagabriella Corbi

 

La Rai è sempre più sotto il controllo del governo.  Il Protocollo sul Sistema di Radiodiffusione Pubblica negli Stati Membri abbina il servizio pubblico radiotelevisivo alle esigenze democratiche, sociali e culturali della società e alla preservazione della molteplicità dei veicoli d’informazione e comunicazione, ed il relativo finanziamento – ci si riferisce al canone Rai -.. La UE decentra agli stati membri la scelta dei parametri da adottare per il rispetto di tali esigenze democratiche, ma, altresì, la creazione di un organo di controllo che, oltre ad assicurare  tale servizio, deve stilare periodici rapporti sull’osservanza delle regole.

La sentenza della Corte Costituzionale (255/2010) interviene al fine di dirimere un ennesimo conflitto di competenza creatosi con la Regione Piemonte.

Oggetto della diatriba sono gli Artt. 3, c. 1°, e 8, c. 2°, della legge della Regione Piemonte 26/10/2009, n. 25. Ovvero la difformità nei confronti del testo unico della televisione, per esclusione del SIC della "stampa quotidiana e periodica" e della "pubblicità esterna" . Tale atto comporta la violazione dei principi base fissati dalla legge statale per l’equa  disciplina del mercato per evitare la creazione di situazioni di dominio.

In tale sentenza l’Avvocatura dello Stato traccia “una definizione di «sistema integrato delle comunicazioni» diversa da quella stabilita – nell’àmbito di un complesso normativo statale diretto a regolare il mercato al fine di impedire il formarsi di posizioni dominanti − dall’art. 2, comma 1, lettera l), del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico della radiotelevisione). Secondo il ricorrente, la suddetta disposizione di legge regionale, non ricomprendendo nel settore economico individuato dal «sistema integrato delle comunicazioni» le attività della «stampa quotidiana e periodica» e della «pubblicità esterna» − incluse in tale settore dalla norma statale sopra citata −, «contrasta con i princípi fondamentali e travalica i limiti posti dalla legislazione regionale dall’art. 12 dello stesso decreto legislativo» n. 177 del 2005 e, pertanto, víola l’evocato parametro costituzionale, nella parte in cui quest’ultimo riserva alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la materia «tutela della concorrenza»”.

La difesa della Regione Piemonte  ribatte tali accezioni facendo notare che: “ a) con riguardo alle censure rivolte al comma 1 dell’art. 3 della legge reg. n. 25 del 2009, che tale disposizione è inserita nel contesto di alcuni articoli della stessa legge, diretti, per una scelta discrezionale della Regione, a «favorire e promuovere determinati interventi con determinate caratteristiche» e, quindi, è estranea alla materia della tutela della concorrenza; b) con riguardo alle censure rivolte al comma 2 dell’art. 8 della medesima legge regionale, che tale disposizione è operativa solo subordinatamente e condizionatamente all’intesa con il Ministero dello sviluppo economico e, pertanto, non è idonea ad arrecare alcun vulnus alle competenze statali.”

Secondo la Corte “il denunciato comma 1 dell’art. 3 stabilisce «Ai fini della presente legge, per “sistema integrato delle comunicazioni” si intende il settore che comprende le seguenti attività: a) editoria fruibile attraverso internet; b) radio e televisione; c) cinema; d) iniziative di comunicazione di prodotti e servizi; e) sponsorizzazioni». Il suddetto art. 3 costituisce il Capo II dei complessivi cinque capi di cui è composta la legge regionale, denominato «Interventi a sostegno del sistema integrato delle comunicazioni di pubblica utilità»” e terminando “Questa Corte ha costantemente affermato che, in forza dell’evocato parametro costituzionale, la disciplina, anche di dettaglio, dei tributi statali è riservata alla legge statale e che, pertanto, l’intervento del legislatore regionale su tali tributi è precluso, ancorché diretto soltanto ad integrarne la disciplina, salvo che l’intervento sia consentito dalla stessa legislazione statale (sentenze n. 123 del 2010; n. 298 e n. 216 del 2009; n. 2 del 2006; n. 397 del 2005)”. Pertanto ha pronunciato “ l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 2, della legge della Regione Piemonte 26 ottobre 2009, n. 25 (Interventi a sostegno dell’informazione e della comunicazione istituzionale via radio, televisione, cinema e informatica);

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, della medesima legge regionale n. 25 del 2009 promossa dal Presidente del Consiglio dei ministri, in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione, con il ricorso indicato in epigrafe”.

In precedenza tale orientamento era stato già consolidato (v. sentenza della Corte Costituzionale n. 81 del 1963 richiamata nella sentenza n. 284 del 2002) nel valutare il canone di abbonamento alla televisione come “imposta” e non come “tassa”.
Anche la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha ribadito che il canone di abbonamento radiotelevisivo si basa sul principio di una prestazione tributaria, a norma di legge, “non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo (sentenza Corte di Cassazione – SS.UU. del 20 novembre 2007, n. 24010)”.
Bisogna anche rammentare  quanto asserito dall’Agenzia dell’Entrate : “In base alla disposizione recata dall’articolo 1 del RDL 21 febbraio 1938, n. 246, il detentore di “(…) uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento giusta le norme di cui al presente decreto. (…)”.

 Mariagabriella Corbi

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LaPrevidenza.it, 12/12/2010