lunedì, 04 luglio 2022

Il rischio culturale

Prof. Sergio Sabetta

 

Molti studiosi  di scienze  sociali subiscono senza avvedersene un processo di identificazione con il sistema da loro studiato fino ad assumerlo come paradigma fornito di significato assoluto, selezionando per tale via le informazioni ricevute in contrasto con l’ipotesi accolta, ancor più quando manca una misura scientifica universalmente accettata a cui riferirsi, se poi subentrano dei precisi interessi per fermarsi il cerchio si chiude. Cultura, quale insieme di nozioni codificate da una comunità per affrontare e risolvere i problemi previsti dai modelli della società stessa, personalità, derivante dall’acquisizione di quella parte di cultura necessaria al singolo per vivere nella situazione del proprio settore comunitario, e società, ossia la codificazione in termini istituzionali di comportamenti già previsti, culturalmente necessaria per rendere economicamente efficiente il sistema con un minimo sforzo, fanno sì che gli individui acquisiscano un proprio status in riferimento alla posizione sociale specifica e un proprio ruolo rispetto alla mansione svolta. Tuttavia il campo formato dal convergere dei tre modelli coordinati fra loro può perdere la propria funzionalità di adattamento, se la “cultura” non riesce più a fornire quei modelli atti a risolvere efficacemente i problemi sociali secondo schemi comportamentali pre-definiti, il fallimento porterà alla compromissione della collaborazione sociale fino al possibile caos. La scarsa capacità culturale collettiva di adattamento, con la conseguente rigidità sistemica, porta l’individuo a ricercare nuovi modelli culturali e ad accettarli più facilmente, ma può anche condurre al fallimento personale nella ricerca di un nuovo modello efficace che si risolve nella frustrazione e nella nevrosi, reazione tipica di autoconservazione proprio di qualsiasi sistema organico o sociale.La depressione e il disadattamento sociale non è in rapporto esclusivamente alla eccessiva “durezza” della società ma soprattutto alla rigidità sociale che non riesce ad esprimere una speranza di auto trasformazione, la disfunzionalità e l’incoerenza storica nei rapporti, seppure collettivamente delirante, non per questo fa cessare il funzionamento del sistema sociale chiuso in sé che resta apparentemente valido fino al crollo per input esterni.Le convenzioni si radicano così profondamente che i limiti vengono ignorati non solo dalle istituzioni preposte alla regolamentazione, ma anche dagli stessi studiosi di scienze sociali.Nell’agire umano vi è una ciclicità che si rispecchia nell’economia, in particolare l’incertezza destabilizzante favorisce l’influenza del gruppo e nel seguirlo vi è un’ auto-alimentazione dell’azione che porta sempre agli stessi errori secondo un preciso rapporto causa – effetto, se tuttavia lo shock è provocato da fattori prevalenti esterni il sistema stesso riuscirà a riassorbirlo più facilmente, se al contrario lo shock deriva prevalentemente da fattori interni il riequilibrio e la ripresa avranno tempi lunghi.Il rischio implicito nell’agire è sempre innanzi tutto  un fattore culturale, sebbene controllato nella probabilità dell’accadimento da una crescente tecnologia, il crescere della complessità sia all’interno che tra sistemi non fa che trasferire il livello del rischio a fronte di una crescente sicurezza psicologica che nega la probabilità dell’accadimento stesso ispirandosi al crescere della tecnologia, nel manifestarsi della crisi le reazioni psicologiche andranno da una esaltazione di potenza nell’avere “controllato” le conseguenze del rischio, se non appositamente provocato, alla depressione per il rischio “subito” nelle sue conseguenze, come è accaduto nella recente crisi provocata dalla leva finanziaria dei Credit Default Swap ( CDS), dove il mercato appariva fornito...

 

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LaPrevidenza.it, 04/08/2012

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