venerdì, 03 dicembre 2021

Il rifiuto emotrasfusionale dei testimoni di Geova: critiche alla Corte Suprema

Articolo del Dott. Mauro Di Fresco

 

Non è stato facile scrivere questa monografia né è stato agevole pubblicarla; è stata rifiutata da diverse testate giuridiche ed alcuni editori hanno trovato l’argomento dei testimoni di Geova “fuori luogo” e addirittura “imprudente”. Mi hanno avvertito che bisogna stare attenti se si vuole difendere alcune minoranze religiose (soprattutto se non godono del beneplacito cattolico), ma è stato proprio questo atteggiamento stranamente intimidatorio a convincermi che, invece, mi trovavo sulla strada giusta e che qualcuno doveva pur considerare, sempre sul piano strettamente giuridico, le motivazioni sottese alla sentenza che mi appresto a disaminare. La sentenza in esame, di primo acchito, mi pare gravemente lesiva dei diritti delle minoranze religiose e soprattutto del loro credo, che per via del catecumenismo, stanno perdendo la propria identità ideologica. I punti di diritto enunciati dalla Suprema Corte nella recente sentenza della III Sezione Civile del 21 febbraio 2007 n. 4211, a distanza di circa un anno dalla sua pronuncia, devono essere rivisitati alla luce di una diversa coscienza giuridica europea e dei precetti legislativi e di diritto comune. Imporre ad un essere umano un trattamento sanitario, benché benevolo, almeno dal punto di vista strettamente medico e umano, non dettato da malizia e intolleranza, rimane sempre e comunque un atto violento che offende e lede, anche irreversibilmente, la persona che lo subisce, distruggendone, alcune volte, la coscienza e la visione religiosa dove la realtà fisica corrisponde e si incontra con quella ideologica.

 

Alcuni hanno detto che si cura la carne ma si distrugge l’anima.

 

Senza entrare nella questione puramente dottrinale dei testimoni di Geova, tra l’altro di difficile comprensione per un magistrato di diversa fede (o ateo), il problema sollevato dall’attore è senz’altro di importanza fondamentale e attuale e non può essere liquidato così come ha fatto la Suprema Corte. La Corte Suprema costruisce in sentenza un preambolo di scarso impegno fondando l’istituto del consenso informato su due aspetti: l’articolo 5 della legge 28 marzo 2001 “Ratifica ed esecuzione della convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina” e l’art. 40 del Codice di deontologia medica, il quale prescrive che non è “consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona”. Argomenta la Corte che era chiaro il dissenso emotrasfusionale del paziente prima dell’intervento ma non si può sapere con certezza se lo stesso avrebbe reiterato tale dissenso anche in presenza di pericolo di vita; nel dubbio i medici avrebbero fatto bene a trasfonderlo. A sostegno di tale tesi gli ermellini citano gli artt. 8 e 9 della Convenzione succitata e precisamente che gli interventi di urgenza indispensabili sono legittimi anche in presenza di un dissenso semprechè i medici prendano in considerazione “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà”. I punti su cui si fonda il rigetto del ricorso sono principalmente due e riguardano la considerazione del dissenso e l’attualità del consenso. Secondo i Giudici il dissenso espresso dal testimone di Geova al momento dell’intervento chirurgico, non era più attuale in caso di un aggravamento delle condizioni cliniche e quindi non era più valido. Esaminiamo criticamente i due aspetti qui rilevanti e che hanno fondato la ratio di altre pronunce negative sia delle corti di merito che di legittimità....

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LaPrevidenza.it, 09/04/2011

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