martedì, 09 agosto 2022

Il mero status di disoccupato non legittima il riconoscimento dell'assegno di mantenimento

Cassazione, sentenza 27.12.2011 n. 28870  

 

Con il primo motivo si deduce violazione dell'art. 111 Cost. e art. 155 cod. civ., nonchè motivazione carente, radicalmente e contraddittoria, per non aver la corte territoriale proceduto a una valutazione comparata dei redditi di entrambi i coniugi, prendendo in considerazione la sola posizione del ricorrente, e per aver disposto l'aumento del contributo per il mantenimento della prole sulla base della ritenuta persistenza dell'attività lavorativa dello stesso, dopo aver richiamato il contenuto della nota informativa concernente l'avvenuta assunzione, a tempo determinato, dal 12 settembre 2006 al 30 giugno 2007.

2.1 - Viene in proposito formulato il seguente quesito di diritto:

"Se si possa disporre l'aumento dell'assegno in favore dei figli minori senza tener conto dei redditi delle parti, non esplicitando il ragionamento logico giuridico seguito per giungere alla decisione dell'aumento, non tenendo in alcuna considerazione le informative dalle quali emergeva che nel periodo considerato l'obbligato era disoccupato".

2.2 - Il motivo è inammissibile, a causa della formulazione del quesito di diritto in maniera non conforme alla disposizione contenuta nell'art. 366 bis c.p.c., come applicabile, ratione temporis, nel presente procedimento, avuto riguardo alla pubblicazione del decreto impugnato nel dicembre dell'anno 2007. Alla stregua di tale dato normativo - la cui peculiarità rispetto alla già esistente prescrizione della indicazione nei motivi di ricorso della violazione denunciata consiste nella imposizione di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto al fine del miglior esercizio della funzione nomofilattica - l'illustrazione dei motivi di ricorso, nei casi di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto che, riassunti gli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito e indicata sinteticamente la regola di diritto applicata da quel giudice, enunci la diversa regola di diritto che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta applicare nel caso di specie, in termini tali che per cui dalla risposta che ad esso si dia discenda in modo univoco l'accoglimento o il rigetto del gravame.

Analogamente, nei casi di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l'illustrazione del motivo deve contenere (cfr., ex multis: Cass. S.U. n. 20603/2007; Cass., n. 16002/2007; Cass., n. 8897/2008) un momento di sintesi - omologo del quesito di diritto - che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

Come sopra evidenziato, nel motivo in esame sono prospettate doglianze che, intrecciandosi fra loro, ineriscono tanto a violazioni di legge, quanto a vizi motivazionali. Codesta commistione si riflette anche nella formulazione del quesito, che evidentemente si riferisce, da un lato, al principio di proporzionalità sancito dall'art. 155 c.c., e dall'altro all'obbligo di contribuzione in assenza di capacità reddituale dell'onerato.


 

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LaPrevidenza.it, 10/02/2012

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