sabato, 15 agosto 2020

Il lavoratore reintegrato dal Giudice non può essere trasferito in una sede diversa da quella in cui prestava la propria opera alla data della fine del rapporto

Cassazione civile sez. lav., 16 maggio 2013, n. 11927

 

Con sentenza del 13 febbraio 2010, la Corte d'appello di Lecce, nel confermare la decisione del Tribunale di Taranto, in funzione di giudice del lavoro, con cui era stata dichiarata la illegittimità del licenziamento intimato dalla società Poste Italiane s.p.a. a \xx\, in data 3 novembre 2001, rilevava che: a) la società, nel dare esecuzione ad una sentenza del giudice del lavoro che aveva ritenuto la nullità del termine apposto al contratto di lavoro del xx, ordinandone la riammissione nel posto di lavoro, aveva invitato il lavoratore a riprendere servizio in una sede diversa da quella assegnata in origine e, poichè il medesimo non si era presentato, aveva intimato il recesso per ingiustificata assenza dal lavoro; b) l'assegnazione ad una sede diversa configurava un inadempimento contrattuale da parte della società, concretando un illegittimo trasferimento per non avere il datore dimostrato le ragioni poste a fondamento dello stesso ed avendo, anzi, l'appellato dato la prova che non ne sussistevano i presupposti, sì che il rifiuto della prestazione da parte del lavoratore doveva ritenersi giustificato, mentre il conseguente recesso della società si rivelava illegittimo. Di questa sentenza la società Poste Italiane s.p.a. domanda la cassazione, affidando l'impugnazione a due motivi, illustrati con memoria. Il lavoratore resiste con controricorso, depositando, altresì, memoria illustrativa...

Risulta accertato che il lavoratore aveva ottenuto dal giudice del lavoro la declaratoria di nullità dell'apposizione del termine al contratto di lavoro con la società Poste Italiane e la condanna di quest'ultima a riammetterlo in servizio nel posto precedentemente occupato; ma che la datrice di lavoro, in esecuzione del provvedimento giudiziale, aveva invitato al dipendente a prendere servizio in una sede diversa da quella assegnata in origine. Orbene, la giurisprudenza di questa Corte è costante nel ritenere che la ottemperanza del datore di lavoro all'ordine giudiziale di riammissione in servizio a seguito di accertamento della nullità dell'apposizione di un termine al contratto di lavoro implica il ripristino della posizione di lavoro del dipendente, il cui reinserimento nell'attività lavorativa deve quindi avvenire nel luogo e nelle mansioni originarie, atteso che il rapporto contrattuale si intende come mai cessato e quindi la continuità dello stesso implica che la prestazione deve persistere nella medesima sede, a meno che il datore di lavoro non intenda disporre il trasferimento del lavoratore ad altra unità produttiva, sempre che il mutamento della sede sia giustificato da sufficienti ragioni tecniche, organizzative e produttive (cfr. Cass. n. 8584 del 2007;

Cass. n. 976 del 1996). Nella specie, l'invito a riprendere servizio in una sede diversa da quella originaria non contemplava, per quanto accertato dai giudici di merito, alcuna motivazione e, dunque, la modifica della sede di lavoro è stata correttamente intesa dalla Corte d'appello come un trasferimento illegittimo che, in quanto assunto in palese violazione delle norme che lo disciplinano e delle regole di correttezza e buona fede, integra una condotta illecita implicante un inadempimento del contratto di lavoro, sì che nessuna comparazione di contrapposti interessi sarebbe stata consentita al giudice di merito; ne consegue, ulteriormente, che la mancata ottemperanza a tale provvedimento da parte del lavoratore trova giustificazione sia quale attuazione di un'eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.), sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti, non potendosi ritenere che sussista una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali, che imponga l'ottemperanza agli stessi fino a un contrario accertamento in giudizio (cfr. Cass. n. 26920 del 2008; n. 1809 del 2002).

Con questi presupposti, era ritenuto illegittimo il licenziamento per assenza dal servizio, intimato dalle Poste pur dopo la puntuale deduzione di illegittimità della nuova destinazione sollevata dal lavoratore nella lettera di risposta alla nota di addebito; e dunque la sentenza impugnata si sottrae alle censure mosse dalla ricorrente (negli stessi termini, v. da ultimo, Cass. 30.12. 2009 n. 27844).

Il secondo motivo va dichiarato inammissibile perchè non si comprende a quale risarcimento si riferisce la doglianza e non si specifica in che termini era stata avanzata la censura rispetto alla quale si deduce omessa pronunzia, che doveva, peraltro, farsi valere, per come formulata, non come vizio di motivazione, ma quale violazione dell'art. 112 c.p.c., ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 4.

Peraltro, è principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità quello alla cui stregua il giudice, allorchè annulli il licenziamento di lavoratore, illegittimo, deve ordinarne la reintegrazione nel posto di lavoro - provvedimento che vale a ripristinare la situazione anteriore al recesso - e condannare il datore di lavoro al risarcimento del danno, che va liquidato, secondo quanto espressamente previsto dal citato art. 18, come novellato dalla L. 11 maggio 1990, n. 108, art. 1, sulla base del parametro delle retribuzioni maturate dal momento del licenziamento (fermo il minimo delle cinque mensilità), salvo che il datore di lavoro non eccepisca e provi la sussistenza di fatti o circostanze idonee a determinare una riduzione del presuntivo ammontare del danno...

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LaPrevidenza.it, 14/06/2013

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