sabato, 25 settembre 2021

Il demansionamento e le sue deroghe

dott. Gianluca de Cesare

 

L’ articolo 13 della legge n. 300/1970, in riforma dell’ articolo 2103 c.c., disciplinando, di fatto, il c.d. “demansionamento”, stabilisce testualmente che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all'attività svolta, e l'assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non può essere trasferito da una unità produttiva ad un'altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Ogni patto contrario è nullo”.

Questa norma, quindi, prescrive una determinazione chiara : il dipendente deve essere assegnato alla mansione per cui è stato assunto, tanto che puo’ integrarsi la fattispecie del “demansionamento” se il datore del lavoro conferisce al lavoratore un compito differente dall’ originario. Sicchè, la suesposta condizione è configurabile sia per sottrazione di compiti qualitativi che quantitativi, con il conseguente aumento del danno risarcibile in relazione alla privazione stessa.

A causa di questa particolare condizione che puo’ verificarsi sul luogo di lavoro, il dipendente puo’ agire in giudizio per chiedere la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione nelle mansioni svolte precedentemente e per cui è stato assunto. Oltre ciò, nel nostro ordinamento giurisprudenziale è possibile pretendere il risarcimento del danno cagionato, sia per il pregiudizio non patrimoniale, che per la durata della dequalificazione, violando l’ articolo 4 della Costituzione e, dunque, violando il diritto al libero esercizio della professionalità.

Tuttavia, si sono concretizzate delle deroghe in capo ai datori di lavoro, tanto da richiedere il necessario intervento della Suprema Corte, al fine di dirimere le relative controversie che si sono poste in essere nel corso degli anni. Di questo tenore è una fresca pronuncia della S.C. di Cassazione, datata 4 Marzo 2011 (sent. N. 5237), che ha statuito che in caso di accertato demansionamento professionale, la risarcibilita' del danno all'immagine derivato al lavoratore a cagione del comportamento del datore di lavoro presuppone che la lesione dell'interesse sia grave, nel senso che l'offesa superi una soglia minima di tollerabilita', e che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi. Specificatamente, N.C. adiva la Suprema Corte sostenendo di aver subito un demansionamento nel 1995, a causa di una “retrocessione” da “capo turno” ad “addetto sorveglianza”, nella Società per cui espletava le proprie mansioni. Il ricorrente, inoltre, deduceva che vi fosse un accertato danno alla vita di relazione, da perdita di professionalità e compromissione della capacità di concorrere nei raporti sociali ed economici e, quindi, di tipo patrimoniale. Costituitosi il contraddittorio, con controricorso ritualmente notificato e previa memoria ex art. 378 c.p.c., la Corte stabiliva che in caso di dequalificazione professionale, il riconoscimento del diritto del lavoratore non ricorre automaticamente. Infatti, nel caso de quo, il ricorso presentato dal lavoratore veniva rigettato, sostenendo il principio giurisprudenziale secondo cui il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale derivante dal demansionamento non può prescindere da una specifica allegazione avente ad oggetto la natura e le caratteristiche del pregiudizio stesso. Secondo la Corte, difatti, il presunto demansionamento risultava di entità talmente lieve da non poter aver superato la soglia di tollerabilità oltre la quale si concretizza il danno non patrimoniale.

Ci sembra, quindi, che questa statuizione possa rappresentare un significativo precedente nei giudizi ordinari che possono riguardare speculari controversie giuslavoristiche : il diritto alla professionalità è inalienabile ma derogabile, se non configura un danno concreto al lavoratore.

Dott. Gianluca De Cesare

 

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LaPrevidenza.it, 12/05/2011

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