sabato, 26 settembre 2020

Il contratto di lavoro a progetto, le modalità di organizzazione della attività produttiva e la specificità delle relative mansioni

Dott. Massimo Pipino

 

Il significato ed i contenuti pratici del concetto di “progetto” che nell’ambito del settore privato definisce i contratti da cui discendono le cosiddette “collaborazione coordinate e continuative”, stipulati ai sensi dell’articolo 61 del D. Lgs n. 276/2003, sono tuttora oggetto di dibattito e di  interpretazioni talora assai distanti.
Da una parte, infatti, è posizionata la dottrina che, omologandosi ai contenuti della prima delle circolari emanate in materia (Vedi nota n. 1), la Circolare Minlavoro n, 1/2004, parrebbe essersi attestata su di una lettura, si potrebbe dire “normalizzanti”, con ciò intendendosi una interpretazione secondo la quale non sarebbe necessario ai fini della legittimità del rapporto contrattuale la possibilità di distinguere in modo chiaro e netto tra l’attività dell’impresa committente e la prestazione del collaboratore a progetto. Per la maggior parte degli autori il cosiddetto “progetto” consiste semplicemente in una “mera modalità organizzativa della prestazione”,  una sorta di “involucro” all’interno del quale deve essere portata a termine la prestazione contrattualizzata. Secondo una lettura così impostata, oggetto dell’obbligazione dedotta dal contratto, può essere rappresentata da qualsiasi tipo di attività, anche di natura del tutto ordinaria, a patto che sia connessa funzionalmente all’attività principale, ma potrebbe essere o consistere in una attività secondaria o accessoria dell’impresa in questione, a patto che la prestazione medesima risulti agevolmente identificabile in base ad una analisi dei risultati della prestazione, a sua volta configurabile come finale o parziale) in quest’ultimo caso sarebbe ravvisabile non un progetto compiuto ma una programma di attività o parte di esso).
Dall’altra deve essere rimarcata la posizione assunta da una parte della giurisprudenza secondo cui a comprovare la genuinità del rapporto di lavoro a progetto deve potersi riscontrare un elemento, peraltro non esplicitamente previsto dal legislatore, consistente nella specificità della prestazione, il che significa che deve potersi riscontrare nei contenuti e nelle mansioni affidate al lavoratore a progetto un quid di diversità tra l’attività oggetto della collaborazione (e pertanto del progetto) rispetto a quella che risulta essere l’attività propria, o eventualmente anche accessoria dell’impresa committente. Ad esempio di questa impostazione si può portare la sentenza 5 aprile 2005 del Tribunale di Torino che si è espresso con riguardo all’attività di promozione di contratti di telefonia, attività posta in essere da parte di soggetti inseriti all’interno di una struttura commerciale e tutti assunti con contratti a progetto. Nella pronuncia di cui sopra, il Tribunale di Torino ha sottolineato che la “specificità” del contratto a progetto consiste precisamente nel progetto che deve essere posto in essere, rappresentando quindi il requisito che consente di distinguere tra l’organizzazione aziendale propria e l’attività del collaboratore, tanto che “eliminando la collaborazione deve  - necessariamente – residuare una organizzazione aziendale”, altrimenti quest’ultima sarebbe dissolta nell’attività dei collaboratori. Da qui il rilievo dell’incompatibilità con il dettato normativo di situazioni in cui si rileva l’esistenza di “centinaia di contratti a progetto standardizzati in tutto e per tutto, ed identici altresì all’oggetto sociale”. Manifestando un approccio meno deciso, altre sentenze richiedono che l’obbligazione contrattualizzata nel contratto di lavoro a progetto sia “precisa, delimitata funzionalmente e temporalmente, inerente ad un (preciso) risultato finale (vedi nota 2), pur sottolineando che “il risultato cui è finalizzata l’attività del collaboratore non può essere quello cui tende l’organizzazione del committente quale interesse finale dell’impresa, ma è quello dotato di una sua compiutezza e autonomia ontologica reso all’impresa quale adempimento alla propria obbligazione, volta alla realizzazione di un bene o di un servizio in vantaggio del committente”. Il requisito fondamentale della “non totale coincidenza o sovrapposizione) tra l’attività affidata al collaboratore e quella esercitata dall’impresa è sottolineato dalle circolari ministeriali n. 17 del 2006 e n. 4 del 2008, peraltro da più parti criticate per l’eccessiva rigidità della loro impostazione. L’attenzione più spiccata verso il contenuto concreto piuttosto che verso le modalità con cui viene realizzata la prestazione contrattualizzata è il tratto caratteristico e comune delle richiamate circolari, al punto di (nella n. 4 del 2008) procedere all’individuazione precisa e puntuale di una serie di attività che, a priori, vengono ritenute incompatibili con il regime contrattuale a progetto ne con la sua caratterizzazione nel senso attività autonoma: si tratta di attività caratterizzate da elementi di ripetitività, elementarità e predeterminate che appaiono difficilmente riconducibili ad un vero e proprio progetto (addetti alla distribuzione di bollette; alle pulizie; baby sitter; baristi; camerieri; estetiste; addetti a lavori di facchinaggio; letturisti di contatori; muratori ed operai nel settore delle costruzioni; addetti all’attività di segreteria).
Nella sequenza circolari – giurisprudenza e viceversa innescatasi dal 2004 al 2008 non è dunque difficile intravedere un elemento causale costituito da una posizione successivamente più rigida tesa a restringere gli spazi di autonomia lasciati alle parti nel determinare il regime di svolgimento dell’attività prescelta, funzionale alla riduzione degli spazi usufruibili per un utilizzo incongruo e non aderente ai desiderata del legislatore del contratto di lavoro a progetto. A ben vedere, tuttavia, le argomentazioni su cui si viene a basare la progressiva riduzione del campo d’azione dei privati paiono essere non solo eccentriche rispetto ai risultati chen si propongono di raggiungere (riconoscere la presenza fattuale di lavoro subordinato anche in ipotesi di rapporti effettivamente privi di tale connotazione), ma anche sfasate da un punto di vista logico rispetto alle disposizioni legislative di riferimento (essenzialmente, l’articolo 61, comma 1, D.Lgs n. 276/2003) nonché poco rispettose da un punto di vista storico delle pregresse consolidate acquisizioni in materia soprattutto per quanto riguarda la rilevanza della natura della prestazione nell’ambito della qualificazione del lavoro subordinato diversificato, proprio in base alla natura della prestazione, da quello autonomo....

Dott. Massimo Pipino

Documento integrale

Allegato: contratto_a_progetto_dr_pipino.pdf
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LaPrevidenza.it, 05/03/2011

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