sabato, 15 agosto 2020

Equa riparazione: via libera anche se il risarcimento è irrisorio

cassazione civile, sezione II, sentenza Sentenza 24.7.2012 n. 12937

 

1. - Con l'unico motivo di ricorso (rubricato violazione e falsa applicazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 e degli artt. 1226 e 2056 cod. civ., nonchè vizio di motivazione), il ricorrente si duole della esiguità dell'indennizzo riconosciuto in suo favore per ogni anno di ritardo, sostenendo che le ragioni addotte dalla Corte d'appello, e segnatamente quella relativa alla minima entità della posta in gioco, sarebbero del tutto inidonee a giustificare lo scostamento dal criterio liquidatorio - Euro 750,00 per i primi tre anni di ritardo ed Euro 1.000,00 per ciascuno dei successivi anni - invalso nella giurisprudenza della Corte di cassazione.
2. - La censura - da scrutinare nel contesto della disciplina anteriore alle modifiche apportate dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 55 (Misure urgenti per la crescita del Paese), in corso di conversione ma non applicabile ratione temporis (posto che lo ius superveniens si applica ai ricorsi per equa riparazione depositati a decorrere dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto) - è infondata.
2.1. - E' principio acquisito quello secondo cui il parametro per indennizzare la parte del danno non patrimoniale subito nel giudizio presupposto va individuato nell'importo non inferiore ad Euro 750,00 per anno di ritardo, alla stregua degli argomenti svolti nella sentenza di questa Corte 8 luglio 2009, n. 16086.
Richiamando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (in particolare, una serie di sentenze della Grande Camera del 29 marzo 2006), la citata pronuncia - rilevato che gli importi concessi dal giudice nazionale a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale possono essere anche inferiori a quelli liquidati dal giudice europeo, "a condizione che le decisioni pertinenti" siano "coerenti con la tradizione giuridica e con il tenore di vita del Paese interessato", e purchè detti importi non risultino irragionevoli - ha reputato come adeguata una soglia pari al 45% del risarcimento che la Corte di Strasburgo avrebbe attribuito. Di qui l'affermazione che la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata, stante l'esigenza di offrire un'interpretazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, idonea a garantire che la diversità di calcolo non incida negativamente sulla complessiva attitudine ad assicurare l'obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando il possibile profilarsi di un contrasto della medesima con l'art. 6, par. 1, della Convenzione, come interpretato dalla Corte europea.
Si è anche chiarito che la quantificazione in misura non inferiore a Euro 750,00 vale per i primi tre anni eccedenti la durata ragionevole; mentre, per il periodo successivo, la soglia minima sale a 1.000,00 Euro, in quanto l'irragionevole durata eccedente tale periodo comporta "un evidente aggravamento del danno" (così Cass., Sez. 1, 14 ottobre 2009, n. 21840; Cass., Sez. 6-1, 30 luglio 2010, n. 17922; Cass., Sez. 6-1, 28 maggio 2012, n. 8471).
Secondo la giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, Cass., Sez. 6-1, 14 dicembre 2011, n. 26918) la valutazione dell'entità della pretesa patrimoniale azionata (c.d. posta in gioco), alla quale occorre procedere per accertare l'impatto dell'irragionevole ritardo sulla psiche della parte richiedente, al fine di giustificare l'eventuale scostamento, in senso sia migliorativo che peggiorativo, dai parametri indennitari fissati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, postula l'effettuazione di un giudizio di comparazione con la situazione socioeconomica dell'istante, tale da evidenziare la reale portata dell'interesse di quest'ultimo alla decisione, in ordine al quale il giudice di merito è tenuto a fornire una puntuale motivazione; ma la valutazione in esame, pur consentendo al giudice di merito di discostarsi da quei parametri, non legittima comunque il riconoscimento di un importo irragionevolmente inferiore a quello risultante dall'applicazione dei predetti criteri, dal momento che la liquidazione di un indennizzo poco più che simbolico o comunque manifestamente inadeguato contrasterebbe con l'esigenza, posta a fondamento della L. n. 89 del 2001, di assicurare un serio ristoro al pregiudizio subito dalla parte per effetto della violazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione.

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LaPrevidenza.it, 06/09/2012

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