martedž, 27 ottobre 2020

Dalla Corte di Giustizia Europea via libera alle tariffe massime obbligatorie per gli avvocati

Corte di Giustizia dell'Unione europea, sentenza 29 marzo 2011, C-565/2008 - Dario Immordino

 

Le norme italiane che impongono tariffe massime per gli onorari degli avvocati sono compatibili con le regole comunitarie funzionali a garantire alle attività non salariate (commerciali, industriali, artigianali o libere professioni) la libertà di esercizio su tutto il territorio comunitario, sotto il duplice profilo della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi, per giungere alla migliore localizzazione economica.

 Della spinosa questione della tariffa forense italiana, disciplinata dal Regio decreto-legge 27 novembre 1933 n. 1578, la Corte di Giustizia aveva già avuto modo di occuparsi in diverse circostanze, con riferimento in particolare alla compatibilità della procedura di adozione (ai sensi del citato dl la tariffa è deliberata dal Consiglio nazionale forense e successivamente approvata dal Ministro della Giustizia) con il divieto di intese restrittive della concorrenza tra associazioni di imprese (sentenza Arduino del 19 febbraio 2002) e alla legittimità comunitaria del divieto assoluto di derogare ai minimi tariffari (sentenza Cipolla e Macrino del 5 dicembre 2006).
La nuova pronuncia origina dal ricorso proposto dalla Commissione europea avverso la nuova disciplina italiana introdotta dal Decreto legge n. 223/2006 (Decreto Bersani), la quale, abrogate le tariffe fisse o minime applicabili agli onorari forensi, avrebbe mantenuto l'obbligo per gli avvocati di rispettare tariffe massime, giustificato con l’esigenza di garantire la protezione dei consumatori.
La Commissione, in particolare contesta la violazione degli attuali articoli 49 e 56 del TFUE (ieri articoli 43 e 49 TCE) sotto tre profili: intanto l’imposizione di un tariffario massimo obbligatorio, da applicarsi indipendentemente dalla qualità della prestazione, dal lavoro necessario per effettuarla e dai costi sostenuti per attuarla, costituirebbe un forte disincentivo allo stabilimento in Italia di avvocati di altri Paesi membri dell’UE “costretti” ad abbandonare il sistema di calcolo dei loro onorari vigente nel proprio ordinamento per adeguarsi al meccanismo italiano.

 In secondo luogo l’imposizione di un “tetto massimo” a prescindere dalla qualità e quantità del lavoro prestato ostacolerebbe la corretta remunerazione dei servizi prestati “dissuadendo taluni avvocati, i quali chiedono onorari più elevati di quelli stabiliti dalle disposizioni controverse, dal prestare temporaneamente i propri servizi in Italia, ovvero dallo stabilirsi in tale Stato membro”.
In terzo luogo il sistema di tariffazione italiano pregiudicherebbe “la libertà contrattuale dell'avvocato” impedendogli di adeguare la remunerazione richiesta alla specificità delle circostanze, compromettendo la capacità competitiva dei professionisti stabiliti in altri Stati membri, privati “di efficaci tecniche di penetrazione nel mercato legale italiano”
Alla luce di tutte queste considerazioni la Commissione ritiene che le norme nazionali italiane ostacolino il mercato delle professioni legali e non siano pertanto compatibili con le norme del Trattato.

La Corte respinge il ricorso sulla base della constatazione che le norme in questione non ostacolano effettivamente l'accesso al mercato delle professioni legali.

 In particolare, dividuata la nozione di "restrizione" con riferimento agli attuali articoli 49 e 56 del TFUE (ieri articoli 43 e 49 TCE) in tutte quelle misure che vietano, ostacolano o scoraggiano l'esercizio delle libertà fondamentali del mercato comune, la Corte precisa che le misure nazionali, per essere considerate come restrizioni, devono pregiudicare l'accesso al mercato degli operatori economici di altri Stati membri.

 Questo è il fulcrum della sentenza. La fissazione di tariffe massime per gli avvocati può rendere difficoltoso l'accesso degli gli avvocati di altri stati membri al mercato italiano dei servizi legali?
a questo interrogativo la Corte risponde che le misure italiane, essendo indistintamente applicabili a tutti gli operatori del mercato, non costituiscono "restrizione" secondo quanto appena affermato. Ciò in quanto, la circostanza che uno Stato membro applichi regole più severe e/o economicamente più vantaggiose rispetto agli altri Stati non basta di per sè ad affermare l'esistenza di una restrizione al mercato. Gli avvocati provenienti da Stati membri, pur dovendosi adeguare alle disposizioni italiane per il calcolo degli onorari, non sono tuttavia privati della possibilità di penetrare nel mercato italiano in condizioni di concorrenza normali ed efficaci.

 Rileva nella decisione della Corte, la indiscutibile flessibilità che caratterizza la normativa italiana relativa agli onorari degli avvocati, la quale consente - attraverso molteplici criteri - di individuare un corretto compenso per qualsiasi tipo di prestazione fornita dagli avvocati.
Nell'ordinamento italiano è difatti possibile aumentare gli onorari fino al doppio delle tariffe massime altrimenti applicabili, per cause di particolare importanza, complessità o difficoltà, o fino al quadruplo di dette tariffe per quelle che rivestono una straordinaria importanza, o anche oltre in caso di sproporzione manifesta, alla luce delle circostanze nel caso di specie, tra le prestazioni dell’avvocato e le tariffe massime previste. In diverse situazioni, inoltre, è consentito agli avvocati concludere un accordo speciale con il loro cliente al fine di fissare l’importo degli onorari.
In presenza di simili caratteristiche di generalità e flessibilità del sistema il semplice dovere degli avvocati stabiliti in Stati membri diversi dalla Repubblica italiana di adattarsi, per il calcolo dei loro onorari per prestazioni fornite in Italia, alle norme nazionali non determina una apprezzabile restrizione delle libertà di stabilimento e prestazione dei servizi, giacchè non vale di per sé a privare detti professionisti della possibilità di penetrare nel mercato italiano in condizioni di concorrenza normali ed efficaci.

Di conseguenza atteso che la Commissione non è riuscita a provare che le disposizioni controverse ostacolano l'accesso degli avvocati provenienti dagli altri Stati membri al mercato italiano di cui trattasi, le argomentazioni di censura non possono essere accolte.

Dario Immordino

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LaPrevidenza.it, 30/05/2011

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