martedž, 07 luglio 2020

Coppie omosessuali: more uxorio si, matrimonio no!

A cura D.ssa Mariagabriella Corbi

 

Il Collegio del Tribunale di Venezia ,  ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile, «nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso» ed ha “ribadito che si è in presenza di una prassi interpretativa, derivante da elementi testuali della legislazione ordinaria, risalente a ben prima dell’entrata in vigore della Costituzione, e che tale prassi contrasta (per quanto detto in precedenza) con norme e principi supremi di rango costituzionale, gli esponenti sostengono che, nel caso in esame, non si tratta di creare un istituto nuovo, o di affermare l’esistenza di un nuovo diritto (operazioni precluse al potere giudiziario), perché il diritto al matrimonio sussiste già ed ha chiari connotati, ma, pur essendo un diritto fondamentale, ne viene concesso il godimento soltanto alle persone eterosessuali.”

Il giudice a quo è stato chiamato al fine di dirimere un diatriba giuridica promosso dai signori G. M. ed S. G., entrambi di sesso maschile, in contrasto, ai sensi dell’art. 98 di detto codice, all’atto del 3 luglio 2008, col quale il rappresentate dello stato civile del Comune di Venezia ha rifiutato di procedere alla pubblicazione di matrimonio dagli stessi richiesta. Il rifiuto è stato motivato dall’ illegittimità di pubblicazione, perché in antitesi con la normativa vigente, costituzionale e ordinaria:  l’istituto del matrimonio nell’ordinamento giuridico italiano «è inequivocabilmente incentrato sulla diversità di sesso dei coniugi», come dovrebbe desumersi dall’insieme delle disposizioni che disciplinano l’istituto medesimo, del quale tale diversità «costituisce presupposto indispensabile, requisito fondamentale, a tal punto che l’ipotesi contraria, relativa a persone dello stesso sesso, è giuridicamente inesistente e certamente estranea alla definizione del matrimonio, almeno secondo l’insieme delle normative tuttora vigenti», tesi condivisa dalla giurisprudenza. Nel medesimo atto ci si rifà ad un parere del Ministero dell’interno, del 28 luglio 2004, dove si esplicita che «in merito alla possibilità di trascrivere un atto di matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso, si precisa che in Italia tale atto non è trascrivibile in quanto nel nostro ordinamento non è previsto il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso in quanto contrario all’ordine pubblico»; medesima conferma con circolare dello stesso Ministero in data 18 ottobre 2007.

La Carta di Nizza tutela i rapporti familiari a prescindere  dal fatto che trovino il loro fondamento nell'atto contrattuale del  matrimonio o siano diversamente costituite. Anche l'indicazione della diversità di sesso degli sposi decade, cosa che agevola il riconoscimento delle coppie omosessuali, già accettate da alcune legislazioni come quella olandese e belga. Nell'ottica di tali orientamenti legislativi e, di riflesso, culturali, va affrontato nei vari Paesi Europei la necessità di disciplinare le unioni non formalizzate. La convivenza può essere paragonata come mera situazione di fatto per garantire una più o meno ampia parificazione rispetto alle famiglie legittime. In alcuni casi si richiedono invece formalità, come la “registrazione” presso un pubblico ufficio  con annotazioni su di un registro. Questa scelta può valere in maniera parziale come accade in Catalogna e in Belgio oppure, può aspirare ad una "quasi" completa uguaglianza al matrimonio come si verifica nell' Olanda Danimarca, Norvegia e Svezia. Analogamente la legge francese sui “patti civili di solidarietà”, del 1999, accentua l'attenzione sugli accordi tra i conviventi ai quali compete la disciplina delle relazioni di coppia. La relativa notifica presso il tribunale è "condicio sine qua non" perché essi siano validi, non solo privatamente ma abbiano valenza pubblica con risvolti nel campo fiscale, assistenziale o delle abitazioni. Tale regolamentazione interessa in modo particolare le coppie omosessuali, come  si rinviene nella legislazione tedesca e danese. Il più dei casi , nel senso più ampio, riguarda indistintamente sia le coppie di sesso diverso sia stesso sesso: infatti ricorrono nella legge olandese, belga, catalana e francese. I punti in comune come l’abitazione, sanità, trattamento fiscale, diritti successori, che si pongono per le coppie eterosessuali sussistono anche per quelle omosessuali. In Italia, al contrario, si deficita di  una regolamentazione delle convivenze. Vari  progetti di legge, sotto egide diverse, si sono alternati nel tempo ma non sono mai approdati in Parlamento. Anche a livello comunale i tentativi di istituire registri o elenchi delle unioni civili, di valore simbolico, sono risultati vani e comunque annullati dal TAR, perché non conforme al principio di non discriminazione in ragione delle “tendenze sessuali” come sancito nel Trattato Istitutivo della Comunità Europea e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Nel diritto di famiglia, il principio indiscriminante dovrebbe interpretarsi nella "pari opportunità" di accesso alla formalizzazione del rapporto di coppia ma purtroppo, al momento, in Europa solo l’Olanda e il Belgio hanno ammesso il matrimonio omosessuale. Se è vero che la nostra Costituzione, nell’art. 29 "riconosce nella famiglia una società naturale eretta,sul matrimonio", è anche vero che l’art. 2 garantisce protezione ad ogni formazione sociale nella quale si svolge la "personalità umana" . Scaturisce di per sé che ad ogni unione, anche diversa da quella regolamentata dal contratto matrimoniale, che concretizzi un progetto di vita comune, alimentata dall’affetto e dalla solidarietà, va attribuita una valenza sociale/giuridica. L'attribuzione di un valore giuridico delle coppie di fatto, anche omosessuali, sebbene anche registrati nei libri di stato civile creerebbe  una situazione ottimale per migliaia di coppie per una condizione socialmente accettata e riconosciuta all'insegna del principio fondamentale di non discriminare. Nel nome dell' uguaglianza formale e sostanziale tra tutti gli individui è necessario, quanto meno, che i paesi europei, ancorati a visioni frastagliate di una realtà in continua evoluzione e movimento, affrontino questo tema e non eludessero più un appuntamento con la democrazia e il rispetto dei diritti e sentimenti umani.

Dopo  il naufragio dei "Dico" e "Pacs" si rende necessario una regolamentazione che consenta di ridurre la discrepanza fra la realtà sociale e veste formale delle unioni di fatto, un fenomeno in espansione che mette a dura prova anche il sistema giuridico. Anche l'evoluzione etimologica è significativa. Infatti negli ultimi trent'anni si è transitati: prima della riforma del diritto di famiglia si parlava di "concubinato" (con una vena negativa legata soprattutto alle norme penali); si e' poi passati alla "convivenza more uxorio" (termine palesemente fotografico di una realta' impostata con propria forza nel panorama sociale), e infine alla "famiglia di fatto" o "unione di fatto" ai giorni nostri.

Sulla base di detta premessa i Giudici si sono prodigati nella costruzione di un sistema simile a quello del diritto di famiglia.

Il precedente è stato creato dalla Cassazione che già nel 1993 aveva sancito il principio della validità degli accordi prematrimoniali purché stipulati in vista o nell'eventualità di una pronuncia di nullità del matrimonio. Pertanto in Italia gli accordi prematrimoniali in caso di matrimonio concordatario possono risultare pienamente efficaci. Sono stipulati sia mediante atto notarile sia per scrittura privata stilata tra i coniugi, alla luce del principio di autonomia negoziale delle parti: l'eventuale data certa potrà essere attribuita con la semplice spedizione tramite raccomandata.

Mariagabriella CORBI

Dottoressa in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare - Mediatrice Familiare

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LaPrevidenza.it, 01/05/2010

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