sabato, 27 novembre 2021

Contribuzione datoriale alla previdenza integrativa e incidenza sul T.f.r.

Prof.  Mario Meucci

 

Con due sentenze emesse nel corso di quest’anno – rispettivamente Cass. 12/1/2011, n. 545 e Cass. 30/9/2011, n. 20105 – la sezione lavoro della Cassazione ha, per così dire, “fatto pace” con l’orientamento difforme della Corte costituzionale che, tramite le sentenze n. 421 del 1995, nn. 178 e 393 del 2000, aveva affermato (a differenza della Cassazione sostenitrice della natura di “retribuzione differita con funzione previdenziale” delle contribuzioni datoriali ai fondi di previdenza) il carattere di “contribuzione previdenziale” dei versamenti datoriali ai fondi di previdenza integrativa, nel quadro legislativo posteriore al d.lgs. n. 123/1993, istitutivo della previdenza complementare.

Con la sentenza n. 421 del 1995, la Consulta – modificando il proprio precedente orientamento di cui alla sentenza n. 427 del 1990, antecedente all’istituzione della previdenza complementare con d.lgs. n. 123/1993 – affermò che «le contribuzioni degli imprenditori al finanziamento dei fondi non possono più definirsi “emolumenti retributivi con funzione previdenziale” ma sono strutturalmente contributi di natura previdenziale». Tramite poi la sentenza n. 393 del 2000 - una volta asserita l’esistenza di «un collegamento funzionale tra previdenza obbligatoria e previdenza complementare», idonea a collocare «quest’ultima nel sistema dell’art. 38, secondo comma, Cost.» - la Corte costituzionale è giunta ad attribuire alla contribuzione dei datori di lavoro alle forme di previdenza complementare natura di vera e propria contribuzione previdenziale. Con la conseguenza – implicita o induttiva, più che esplicita – che alle prestazioni pensionistiche complementari si dovesse riconoscere strutturalmente analoga natura previdenziale (e non già, od anche, retributiva). Natura previdenziale discendente anche (se non addirittura, soprattutto) dalla riscontrata funzionalizzazione legislativa della previdenza complementare alla soddisfazione dei bisogni della previdenza pubblica.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione (anche a sezioni unite) ha, invece, insistito nell’affermare - in stridente contrasto con il giudice delle leggi - che le prestazioni pensionistiche integrative o complementari sono, anch'esse come il TFR, «retribuzione differita con funzione previdenziale».

Nella sentenza a sezioni unite n. 974/1997, la Cassazione ha, infatti, asserito che «i trattamenti pensionistici integrativi, erogati a seguito della costituzione di fondi speciali previsti dalla contrattazione collettiva, privi di autonoma soggettività, hanno natura di debiti di lavoro, anche se sono esigibili dopo la cessazione del rapporto di lavoro, essendo in nesso di corrispettività con la prestazione lavorativa a causa dell'interdipendenza con la durata del servizio e la misura della retribuzione ricevuta». Aggiungendo che, pur possedendo natura retributiva, «in relazione alla loro funzione previdenziale (che spiega la sottrazione alla contribuzione previdenziale dei relativi accantonamenti, disposta - in via di interpretazione autentica dell'art. 12 della legge 30 aprile 1969, n. 153 - dall'art. 9 bis del d.l. 29 marzo 1991 n. 103, aggiunto dalla legge di conversione 1 giugno 1991, n. 166), sono ascrivibili alla categoria delle erogazioni solo in senso lato in relazione di corrispettività con la prestazione lavorativa». Cosicché «l’esclusione delle contribuzioni – destinate ai fondi istituiti per la erogazione di prestazioni previdenziali integrative – dalla base imponibile dei contributi obbligatori di cui all’art. 12, l. n.153/1969 non può che accentuare la “funzione previdenziale” di tali prestazioni, pur lasciando inalterato l’elemento strutturale della retribuzione come prestazione alla quale il datore di lavoro è tenuto in forza del rapporto di lavoro e non alla stregua di un distinto rapporto previdenziale o assistenziale».

L'affermato principio di diritto è stato ripreso....

Prof. Mario Meucci

 

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LaPrevidenza.it, 07/11/2011

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