giovedý, 04 marzo 2021

Alla ricerca della perfezione. L'eccellenza e la normalità

Sergio Sabetta

 

Il concetto di perfezione è rimasto nell’età contemporanea fissato “ come integrità del tutto o rispondente al fine”( Abbagnano), secondo una riduzione operata da S. Tommaso e canonizzata da Kant in termini metafisici di una definizione più ampia di Aristotele che comprendeva un significato non metafisico, quale eccellenza che non può essere sorpassata in cui si esprime un rapporto relativo di una cosa ad un
determinato ordine nell’ essere “perfetto”. Questo identificare la perfezione con l’assoluto, quindi con la totalità dell’essere (Bergson) o con la teologia di un fine (Kant), riduce e perde per strada l’eccellenza aristotelica la quale introduce una relatività al contesto dell’operare umano anche se questo contiene in sé e non può essere separato dall’aspetto teleologico di un proprio fine. La perfezione dell’essere si risolve nell’assoluto astratto ed infinito, in un costante presente nel quale l’essenza è un equilibrio simmetrico costante, una omeostasi infinita, al contrario l’eccellenza è una perfezione soggettiva relativa al contesto, essa deriva dal suo rapporto con l’oggetto del momento che si risolve in un divenire evolutivo verso un tendenziale infinito. In questa ricerca della perfezione vi è un soggettivo con la soddisfazione delle proprie esigenze nel contesto del suo agire e un oggettivo lavorativo teso al cambiamento, alla trasformazione del contesto stesso con finalità teleologiche, il collante sociale viene oggettivizzato nel diritto secondo il modello culturale espresso dal gruppo sociale dominante. La perfezione lavorativa si esprime tanto nell’eccellenza dell’artigiano che diventa nella produzione industriale e post-industriale dei servizi la ricerca della Qualità Totale, quanto nell’abbattimento dei costi derivanti dagli sprechi (muda) e nel superamento della continua variabilità dei processi ( mura) che sono causa nell’analisi dei flussi di valore di instabilità e incertezza, un pensiero snello (lean thinking)  il quale nella propensione al miglioramento continuo diventa una filosofia. Il flusso del valore è esattamente l’insieme delle attività che contribuiscono a creare quello che il cliente desidera e per cui è disposto a pagare (Antognazza- Fiorillo), la variabilità eccessiva è alla base degli sprechi per un sovraccarico delle risorse questo porta obbligatoriamente prima ad una visione di sistema e solo successivamente all’uso degli strumenti necessari (Secchi). Gli sprechi possono anche definirsi come “sprechi di conoscenza” che si risolvono, tolti i casi dolosi in quanto finalizzati alla sottrazione di risorse, in una  dispersione per la presenza voluta o meno di barriere comunicative, ne consegue una possibile inazione per insufficiente conoscenza o una altrettanta pericolosa auto illusione di capacità decisionale per decisioni prese a sensazione (Pietrobelli). La ricerca delle eccellenze e la creazione di oasi in cui tali eccellenze dovrebbero svilupparsi, per poi travasarsi nella normalità del quotidiano attraverso l’esempio e l’emulazione è in molti casi uno specchio narcisistico, in altri una copertura dell’inefficienza  quotidiana di molte altre realtà, la mancanza delle virtù etiche necessarie impedisce il trasferimento del pensiero e l’emulazione positiva che ci si aspetterebbe si ché le eccellenze si trasformano in fortini assediati in cui richiudersi. Come ci viene ricordato “la politica è un partner bizzarro dell’economia: da un lato, rappresenta l’essenza della democrazia di cui il libero mercato si nutre; dall’altro, per gli egoismi delle singole parti di cui è portatrice di interessi, porta frequentemente a decisioni ( o a posticipare decisioni fondamentali) che mettono a repentaglio la razionalità dell’economia stessa” ( 5 – G. Verona, Sopravvivenza o crescita? Dal dilemma del manager al dilemma del politico, 3-7, E. & M.-SDA Bocconi, ETAS, 6/2011).

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LaPrevidenza.it, 21/10/2012

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