sabato, 22 settembre 2018

Se il premio è sbagliato

Pierino Asquini - Consulente aziendale

 


Nel 2017 Inail ha realizzato un avanzo di 1,6 miliardi di euro. "TROPPI!" Secondo il Presidente dell'Organismo di Controllo Giovanni Luciano "sarebbe meglio avere minore positività economica ma migliori prestazioni " aggiungendo che occorre "più sostegno alla formazione ..e (udite, udite) ... più riduzione del costo di lavoro per le imprese (premio da pagare). Quindi secondo il massimo Organismo è giusto Aumentare le prestazioni a favore dei lavoratori e ridurre i costi alle aziende. Dunque appare ancora più assurdo, surreale, Kafkiano il comportamento Inail che, immoralmente, non rimborsa le aziende ( che producono posti di lavoro, trasparenti ed oneste sino all'autolesionismo). La denuncia nell'articolo di Asquini, quindi, parla dell'oggi e di molte aziende "troppo oneste per avere diritti". La politica, in questo dov'è?.


Fate attenzione. 

Abbiate scrupolo nella gestione del rapporto assicurativo con Inail perché meritevole di attenzione e cura in ragione delle tutele per i lavoratori ed in ragione del costo tutt'altro che marginale del premio. Succede con frequenza rilevante che le aziende corrispondano un premio a Inail diverso da quello effettivamente dovuto: in alcuni casi il premio che si sarebbe dovuto pagare è superiore a quanto corrisposto. In questa fattispecie la azienda, quasi sempre in buona fede, "evade" parzialmente il premio e si sottopone alle conseguenze che ne potrebbero scaturire. Una verifica ispettiva e l'azienda "distratta" si troverebbe a corrispondere il premio evaso con retroattività quinquennale maggiorata di sanzioni ed interessi. Detto che, a grandi linee gli errori sono riconducibili a due situazioni diverse: erronea classificazione e erronea imputazione di masse salariali (mancata regolazione attiva) il presupposto è che la responsabilità dell'errore sia addebitabile al datore di lavoro. Cosa succede quando la situazione è inversa ovvero quando l'azienda ha pagato un premio superiore al dovuto? L'azienda ha diritto al rimborso di quanto, per errore, pagato in eccesso? Si tratterebbe banalmente dell'indebito oggettivo come previsto dall'articolo 2033 del Codice Civile ma, nella pratica in molti casi Inail oppone alla norma generale l'art. 16 e 17 del D.M. 12 dicembre 2000. Gli articoli sopra citati introducono rispetto alla precedente e diversa normativa (giugno 1988)  l'irretroattività delle rettifiche, se a favore delle aziende, qualora l'errore sia addebitabile al datore di lavoro. 

E' l'azienda che dichiara (denuncia di esercizio) quale attività svolge. Quindi, ribadiamo: attenzione e scrupolo perché il rischio concreto è non poter ottenere il rimborso delle eccedenze ma i citati articoli regolano la "Rettifica della classificazione delle lavorazioni...." e non la regolazione passiva. Inail estende ed applica la irretroattività anche ai rimborsi derivanti da erronee comunicazioni salariali (regolazione passiva e eccedenze di premio): è come se si volesse regolare le quote rosa ispirandosi allo ius primae noctis. Ci sembra scorretto il comportamento dell'Istituto che "per consolidata prassi" ovvero per abitudine estende, pro domo sua, il principio di irretroattività anche a fattispecie che nulla hanno a vedere con le classificazioni (art. 16 e 17) Nella pratica il meccanismo è noto: la azienda (o datore di lavoro se si preferisce) paga annualmente ed anticipatamente un premio calcolato in base alle retribuzioni ed al tipo di attività svolta (classificazione ). Si tratta, per la azienda, di un obbligo di legge determinato negli anni con diversi interventi del legislatore e che sanciscono e regolano tale obbligazione: le aziende (tutte) comunicano tutti i dati all'Istituto per la determinazione del premio. Tutte le comunicazioni aziendali verso Inail sono mere esternazioni di scienza e di giudizio e non atti negoziali e dispositivi. La fattispecie di errore più frequente è detta "regolazione passiva" ed è la mancata regolazione ovvero l'errore di imputazione di masse salariali che determina un'eccedenza o un premio indebito. Peraltro siamo di fronte ad una situazione paradossale poiché solo con un errore, più o meno comprensibile, si determina un eccedenza o un indebito per mancata regolazione passiva: è lapalissiano. Ne consegue che l'Istituto, nei fatti, non riconosce alcun diritto al rimborso neanche quelli previsti dalla Legge. 8 agosto 1995 n. 335 e chiariti con circolare Inail n. 32 del 1996 e 37 del 1997. Non solo: la Carta dei Servizi adottata dallo stesso Istituto prevede il rimborso delle eccedenze entro 60 giorni dalla richiesta. Si consideri anche che, di fatto, un premio eccedente il dovuto ha il valore, per Inail, dell'arricchimento senza causa perché riceve un maggior premio senza avere un maggior rischio. Banalizzando, è come pagare la RCA per dieci auto pur possedendone cinque. Tutto questo, ovviamente, senza che i lavoratori ne traggano anche il ben che minimo vantaggio o beneficio. Ovviamente, visti i tempi ed i costi di una azione giudiziaria il primo effetto è che le aziende rinuncino ai loro diritti: soprattutto quelle piccole e medie. Per intendersi la questione non è (solo) legale o giuridica: la questione è morale. E' morale porre ostacoli pretestuosi( "per prassi consolidata") al diritto di una azienda che, ovviamente, se chiede un rimborso di sicuro non fa parte della schiera di evasori e sfruttatori del lavoro nero?

Questo comportamento ha un effetto collaterale: dà giustificazioni improprie a chi sfrutta i lavoratori impiegandoli in nero. In fondo, in fondo chi il premio Inail non si sogna di pagarlo non chiederà mai un rimborso. Siamo, quindi, in presenza di un comportamento che indirettamente premia i furbetti e i disonesti. Per una azienda contenere i costi (nel rispetto di leggi e norme) vuol dire maggiori possibilità nella creazione di posti di lavoro: basterebbe riconoscere da parte Inail che anche l'errore è un diritto. Generalmente l'Inail fa leva sul fatto che l'errore aziendale è comunque una dichiarazione di scienza ed in ragione di ciò la rettifica non può avere effetto retroattivo. Diverse sentenze della Cassazione hanno condiviso la posizione dell'Inail. Brutalmente: dichiarazione di scienza = irretroattività. Tutte le sentenze della Cassazione favorevoli all'Inail sulle cosiddette dichiarazioni di scienza sono riferite all'erronea Classificazione e non alla Regolazione passiva. Le sentenze si rispettano, ovviamente, ma si è venuta a creare una situazione paradossale. La dichiarazione dei redditi è emendabile, e le maggiori tasse ripetibili (rimborsabili) nei termini della prescrizione, proprio perché è una dichiarazione di scienza (Cassazione Sezioni Unite 25 ottobre 2002 n. 15063). Quindi la Cassazione, quando c'è dichiarazione di scienza verso lo Stato intima allo stesso di rimborsare l'eccesso mentre a favore dell'Inail è legittimo quello che volgarmente si dice "Chi ha dato, ha dato, ha dato ...". In sintesi Inail è più difesa e tutelata dello Stato. L'argomento è vasto e complesso ed è una ragione in più per raccomandare alle aziende una maggiore attenzione e scrupolosità perché: è giusto pagare il premio giusto.

(Pierino Asquini)
Invia per email

LaPrevidenza.it, 22/08/2018