lunedì, 04 luglio 2022

Mail diffamatoria conseguente a precedenti fatti diffamatori verso la dirigenza determina il licenziamento per giusta causa

Cassazione civile, Sentenza 20.9.2016 n. 18404

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. NOBILE Vittorio - Presidente - Dott. VENUTI Pietro - Consigliere - Dott. MANNA Antonio - rel. Consigliere - Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo - Consigliere - Dott. DE GREGORIO Federico - Consigliere

ha pronunciato la seguente:  SENTENZA

sul ricorso 9681/2015 proposto da:  P.E., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUDOVISI 35, presso lo studio dell'avvocato MASSIMO LAURO, rappresentato e difeso dagli avvocati RAFFAELE RICCIO, MARZIANO PONTIN, giusta delega in atti; - ricorrente

contro

VIDEOTIME S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VAL GARDENA 35, presso lo studio dell'avvocato CRISTIANA DI LORETO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ERNESTO CAGGIANO, DANIELE INZANI, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n. 102/2015 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 26/01/2015 R.G.N. 1563/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/05/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA; udito l'Avvocato RICCIO RAFFAELE e Avvocato PONTIN MARZIANO; udito l'Avvocato CAGGIANO ERNESTO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIACALONE Giovanni, che ha concluso per l'inammissibilità e in subordine rigetto del ricorso.


Fatto 


Con sentenza depositata il 26.1.15 la Corte d'appello di Milano rigettava il reclamo proposto da P.E. contro la sentenza del Tribunale di Monza che ne aveva respinto l'impugnativa del licenziamento disciplinare intimatogli da Videotime S.p.A. il 21.5.13 per il contenuto - qualificato come diffamatorio nei confronti di due dirigenti aziendali - di una e-mail inviata dal lavoratore a numerosi altri dipendenti della società.

Per la cassazione della sentenza ricorre P.E. affidandosi a due motivi.

Videotime S.p.A. resiste con controricorso, poi ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

1- Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 1, artt. 1345, 1324, 2727 e 2729 c.c., art. 421 c.p.c., e D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 28, comma 4, per avere la sentenza impugnata negato il carattere discriminatorio dovuto all'orientamento sessuale del ricorrente - del licenziamento per cui è causa, nonostante che numerose e pacifiche circostanze di fatto e risultanze processuali, non considerate dai giudici del reclamo, deponessero in tal senso; inoltre - si prosegue nel motivo - la Corte territoriale ha travisato ìl tenore del messaggio di posta elettronica oggetto della lettera di contestazione disciplinare.

Il motivo va disatteso perchè si colloca all'esterno dell'area di cui all'art. 360 c.p.c..

Invero, ad onta del rinvio a norme di diritto, in realtà in esso si suggerisce esclusivamente una generale rivisitazione del materiale istruttorio affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione.

In altre parole, il ricorso si dilunga nell'opporre al motivato apprezzamento della Corte territoriale proprie difformi valutazioni delle prove, ma tale modus operandi non è idoneo a segnalare un vizio denunciabile ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo, nel caso di specie applicabile ratione temporis, novellato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134) nè, a maggior ragione, ai sensi degli altri canali di accesso al giudizio di legittimità tassativamente indicati dall'art. 360 c.p.c..

La nuova formulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile, ai sensi del cit. art. 54, comma 3, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate dal 12.9.12 e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata) rende denunciabile per cassazione solo il vizio di "omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti".

In tal modo il legislatore è tornato, pressochè alla lettera, all'originaria formulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del codice di rito del 1940.

Con orientamento (cui va data continuità) espresso dalla sentenza 7.4.14 n. 8053 (e dalle successive pronunce conformi), le S.U. di questa S.C., nell'interpretare la portata della novella, hanno in primo luogo notato che con essa si è assicurato al ricorso per cassazione solo una sorta di "minimo costituzionale", ossia lo si è ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimità quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris.

Proprio per tale ragione le S.U. hanno affermato che non è più consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realtà, ad una vera e propria violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Ciò si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, o di motivazione del tutto apparente, oppure di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorietà e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in sè, esclusa la riconducibilità in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalità della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie.

Per l'effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in sè, senza possibilità alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito. Secondo le S.U., l'omesso esame deve riguardare un fatto (inteso nella sua accezione storico-fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico) principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria).

Ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l'omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all'esito dell'istruttoria come astrattamente rilevanti.

A sua volta deve trattarsi di un fatto (processualmente) esistente, per esso intendendosi non un fatto storicamente accertato, ma un fatto che in sede di merito sia stato allegato dalle parti: tale allegazione può risultare già soltanto dal testo della sentenza impugnata (e allora si parlerà di rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza del dato extra-testuale).

Sempre le S.U. precisano gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi dell'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4: il ricorso deve non solo indicare chiaramente il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma deve indicare il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra-testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza, nonchè il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e spiegarne, infine, la decisività.

L'omesso esame del fatto decisivo si pone, dunque, nell'ottica della sentenza n. 8053/14 come il "tassello mancante" (così si esprimono le S.U.) alla plausibilità delle conclusioni cui è pervenuta la sentenza rispetto a premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario.

Invece, il ricorso in oggetto, oltre a non rispondere ai requisiti prescritti dalla citata sentenza delle S.U., invoca una generale rivisitazione nel merito di tutto il materiale probatorio acquisito in sede di merito, il che non è consentito innanzi a questa Corte Suprema.

Nè può dirsi che i giudici di merito abbiano omesso di esaminare i fatti decisivi che avrebbero consentito di qualificare come discriminatorio il licenziamento per cui è causa: anzi, hanno espressamente segnalato che già nel 2010, pur in presenza di un altro addebito obiettivamente grave e pur già conoscendo gli orientamenti sessuali dell'odierno ricorrente, la società aveva irrogato all'odierno ricorrente una sanzione conservativa e che in altre occasioni non aveva adottato sanzione alcuna nei suoi riguardi.

2- Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, vista l'irrilevanza come giusta causa di licenziamento del fatto contestato, nonchè violazione e falsa applicazione dell'art. 599 c.p., per avere la gravata pronuncia escluso l'esimente dell'aver agito nello stato d'ira determinato dall'altrui fatto ingiusto, consistente nelle voci diffamatorie ai suoi danni diffuse all'interno dell'azienda dai dirigenti che a loro volta si erano poi sentiti diffamati dalla e-mail del ricorrente.

Il motivo è infondato.

Per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema, il giudice di merito investito del giudizio circa la legittimità d'un provvedimento disciplinare deve necessariamente valutare la sussistenza o meno del rapporto di proporzionalità tra l'infrazione del lavoratore e la sanzione irrogatagli, a tal fine tenendo conto delle circostanze oggettive e soggettive della condotta del lavoratore e di tutti gli altri elementi idonei a consentire l'adeguamento della disposizione normativa dell'art. 2119 c.c. - richiamato dalla L. n. 604 del 1966, art. 1, - alla fattispecie concreta (cfr., ex aliis, Cass. n. 8456/11; Cass. n. 736/02; Cass. n. 1144/2000).

In altre parole, il giudice di merito investito della domanda con cui si chieda l'invalidazione d'un licenziamento disciplinare, accertatane in primo luogo la sussistenza in punto di fatto, deve verificare che l'infrazione contestata sia astrattamente sussumibile sotto la specie della giusta causa o del giustificato motivo di recesso; in caso di esito positivo di tale delibazione, deve poi apprezzare in concreto (e non semplicemente in astratto) la gravità dell'addebito, essendo pur sempre necessario che esso rivesta il carattere di grave negazione dell'elemento essenziale della fiducia e che la condotta del dipendente sia idonea a ledere irrimediabilmente la fiducia circa la futura correttezza dell'adempimento della prestazione dedotta in contratto, in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore dipendente rispetto all'adempimento dei suoi obblighi (cfr., ex aliis, Cass. n. 15058/15; Cass. n. 2013/12; Cass. n. 2906/05; Cass. n. 16260/04; Cass. n. 5633/01).

A tal fine, sempre secondo costante giurisprudenza, bisogna tener conto di tutti i connotati oggetti e soggettivi del fatto, vale a dire del danno arrecato, dell'intensità del dolo o del grado della colpa, dei precedenti disciplinari nonchè di ogni altra circostanza tale da incidere in concreto sulla valutazione del livello di lesione del rapporto fiduciario tra le parti.

La sentenza impugnata si è attenuta a tali insegnamenti.

Il fatto oggetto di contestazione disciplinare è stato accertato e poi correttamente inquadrato come giusta causa in quanto integrante una diffamazione nei confronti di superiori dell'odierno ricorrente (sull'idoneità di condotte diffamatorie ad integrare, in astratto, giusta causa di licenziamento v., ad esempio, Cass. n. 9395/06; Cass. n. 7091/01; Cass. n. 10511/98).

Quanto all'irrimediabile lesione del vincolo fiduciario tra le parti, nel caso concreto essa è stata adeguatamente motivata in ragione del coefficiente doloso e delle modalità usate (scritto anonimo e creazione d'un falso mittente) per diffondere il messaggio di posta elettronica giudicato diffamatorio.

Infine, in ordine all'invocata esimente di cui all'art. 599 c.p. (comma 2) per avere il ricorrente agito nello stato d'ira determinato dall'altrui fatto ingiusto, consistente nelle voci diffamatorie ai suoi danni diffuse all'interno dell'azienda dai dirigenti che a loro volta erano stati poi diffamati dalla e-mail del dipendente, la censura si rivela non accoglibile per l'assorbente rilievo che, a monte, l'ingiusta condotta che P.E. rimprovera ai suddetti dirigenti aziendali non è rimasta provata.

3- In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 5 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2016

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LaPrevidenza.it, 10/11/2016

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