sabato, 04 aprile 2020

Legittimo il licenziamento per giusta causa quando viene meno la fiducia, uno dei requisiti essenziali posti a fondamento del rapporto contrattuale

Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 21.2.2017 n. 4453

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. DI CERBO Vincenzo - Presidente - Dott. BRONZINI Giuseppe - Consigliere - Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo - Consigliere - Dott. PATTI Adriano Piergiovanni - Consigliere - Dott. CINQUE Guglielmo - rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:  SENTENZA

sul ricorso 29691/2014 proposto da:  Q.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO DA CORTONA 8, presso lo studio dell'avvocato MAURILIO D'ANGELO, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti; - ricorrente - contro INTESA SAN PAOLO S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITT. EMANUELE II 326, presso lo studio dell'avvocato RENATO SCOGNAMIGLIO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n. 8298/2014 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 21/10/2014 R.G.N. 2910/14; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/12/2016 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE; udito l'Avvocato FRANCESCA LATINO per delega Avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO Rita, che ha concluso per l'inammissibilità o comunque il rigetto.

Fatto

1. Con la sentenza n. 8298/2014 la Corte di appello di Roma, in riforma della pronuncia emessa dal Tribunale della stessa città del 24.3.2014, ha rigettato le domande avanzate da Q.F. con le quali era stato impugnato il licenziamento disciplinare in tronco intimatogli il 24.1.2013 da Intesa Sanpaolo spa con la richiesta, altresì, di reintegra nel posto di lavoro ai sensi dell'art. 18 St. lav..

2. La Corte territoriale, dopo avere precisato che la condotta sanzionata per il lavoratore, inquadrato nella terza area professionale con mansioni di gestore family, era consistita nel duplice indebito trasferimento della somma di Euro 640,00, dal conto di un cliente della Banca (che mai aveva disposto simile operazione) a quello di altra cliente (in data 3.7.2012) e, poi, da quest'ultimo al proprio (in data 27.7.2012 dopo che la seconda cliente gli aveva rappresentato l'erroneità dell'accredito in favore di lei) ha precisato che: 1) il reclamo in appello era proponibile perchè, non essendo stata effettuata correttamente la comunicazione telematica del provvedimento impugnato, nel caso in esame era applicabile - a norma dell'art. 327 c.p.c. - il termine di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza; 2) il reclamo incidentale proposto dalla Banca, il cui esame era logicamente prioritario rispetto a quello principale proposto dal lavoratore (cui in prime cure era stata riconosciuta la illegittimità del licenziamento ma con la sola indennità risarcitoria e non anche la reintegrazione) era fondato perchè la condotta dolosa di appropriazione di una somma di denaro si connotava di speciale concreta gravità, oggettivamente e soggettivamente, tale da ledere il rapporto fiduciario: ciò a prescindere dall'assenza, in capo al dipendente, di una pregressa storia disciplinare.

3. Per la cassazione propone ricorso, L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 62, Q.F. affidato a quattro motivi.

4. Resiste con controricorso la Intesa Sanpaolo spa.

5. Sono state depositate memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

6. Con il primo motivo Q.F. lamenta la violazione e/o falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, come novellato dalla L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 42 punto 4 e degli artt. 2087 e 2119 cc in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In particolare il ricorrente deduce, dopo avere richiamato le vicende e gli esiti decisori delle varie fasi di giudizio nonchè la portata della nuova disposizione di cui all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che la Corte territoriale aveva trascurato di esaminare la produzione documentale riguardante i moduli di valutazione afferenti al servizio prestato negli anni 2009 - 2010 nonchè la pacifica assenza di qualsivoglia precedente disciplinare. Il Q. sostiene, inoltre, che la Corte non aveva esaminato come si erano svolti i fatti del 3.7.2012 (data in cui si verificò l'involontario errore di accredito dell'importo di Euro 640,00), tralasciando, altresì, di valutare la problematica di una violazione, da parte della Banca, dell'art. 2087 c.c., per non avere fatto quanto avrebbe dovuto per evitare l'insorgenza delle situazioni pericolose a lui accadute e consistite nella circostanza di avere dovuto sostituire altro dipendente alle operazioni di sportello in una situazione aggravata dall'assenza di altri lavoratori.

7. Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1453, 1455, 2099 e 2106 c.c. nonchè dell'art. 44 CCNL del 19 gennaio 2012 che regola i provvedimenti disciplinari, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Obietta, a tal proposito, che la Corte di merito, in un rapporto a prestazioni corrispettive regolato da disposizioni sul mancato adempimento e sulla importanza dell'inadempimento, non aveva accertato in concreto la gravità della condotta e la proporzionalità della sanzione, limitandosi a svolgere apprezzamenti sull'attività lavorativa espletata in quel particolare episodio ma non considerando che quella non rappresentava l'esecuzione dei compiti reali richiesti al "gestore family" e per la quale non aveva mai percepito compensi aggiuntivi per le prestazioni sostitutive; inoltre, contesta l'assunto della Corte secondo cui non erano state mosse, da esso dipendente, obiezioni puntuali alle ragioni esposte in punto di fatto nella sentenza reclamata, con riguardo alle circostanze da cui era stato desunto che la seconda movimentazione sul conto corrente fosse stata intenzionale.

8. Con il terzo motivo il ricorrente censura, per violazione e/o falsa applicazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la gravata sentenza perchè la Corte di Appello, dopo avere rigettato l'eccezione di intempestività del reclamo principale, non aveva dichiarato inammissibile quello incidentale pur avendo la Banca prestato, nelle more, acquiescenza alla sentenza.

9. Con il quarto motivo si denunzia la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 91 c.p.c. nonchè dell'art. 13, comma 1 quater del "D.P.R. n. 115" in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 perchè i giudici di seconde cure, come conseguenza dell'erronea valutazione dei fatti e delle circostanze, avevano condannato il ricorrente al pagamento delle spese e dei compensi del doppio grado di giudizio nonchè al pagamento del doppio del contributo unificato pur a conoscenza che, con la sentenza pronunciata, sarebbe stato spogliato delle somme ricevute nelle precedenti fasi e reso assolutamente improduttivo di reddito.

10. Il primo motivo è inammissibile.

11. Da un lato, infatti, si denuncia la violazione di leggi in difetto, però, della esplicitazione dei requisiti di erronea sussunzione della fattispecie in concreto con quella astratta regolata dalle disposizioni di legge, mediante la specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l'interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o della prevalente dottrina (Cass. n. 16038/2013; n. 3010/2012); dall'altro, le doglianze sono essenzialmente dirette alla sollecitazione di una rivisitazione del merito della vicenda e alla contestazione della valutazione probatoria operata dalla Corte territoriale, sostanziante il suo accertamento in fatto, di esclusiva spettanza del giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità (Cass. n. 27197/2011; n. 6288/2011).

12. Quanto, poi, all'omesso esame dei moduli di valutazione del pregresso servizio prestato dal ricorrente ovvero delle esatte modalità di come si svolsero effettivamente i fatti il 3.7.2012, non è stato specificato il "come" e il "quando" (cfr. Cass. Sez. Un. Sent. n. 8053 del 7.4.2014) tali fatti siano stati oggetto di discussione processuale tra le parti e la loro decisività a fronte comunque di una motivazione della Corte di appello che ha valutato la gravità dei fatti, di per sè, sotto un profilo oggettivo e soggettivo. Infatti, i giudici di seconde cure hanno analizzato il rilievo addebitato rapportandolo alla qualifica relativamente elevata rivestita dal dipendente, al grado di affidamento sotteso alle conseguenti mansioni nonchè al tempo protratto di loro esercizio e per la pregnanza dell'elemento volitivo, rivelata dall'intenzionale approfittamento di pregressa condotta negligente e dal successivo intento di banalizzazione e sottovalutazione del complessivo operato.

13. Infine, anche la tematica della violazione da parte della Banca dell'art. 2087 c.c. è una questione nuova in relazione alla quale il ricorrente non ha dimostrato di averla prospettata nei precedenti gradi di giudizio e, in quanto tale, è preclusa in sede di legittimità la sua valutazione (cfr. tra le altre Cass. Sez. 6 - 1 ord. N. 17041 del 9.7.2013; sent. n. 19164 del 13.9.2007).

14. Il secondo motivo presenta profili di inammissibilità e di infondatezza.

15. Con riguardo alla inammissibilità, si richiamano le argomentazioni già precisate in relazione al primo motivo circa la violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 3: va evidenziato, poi, che non è stata riportata neanche integralmente la disposizione della contrattazione collettiva oggetto della doglianza (art. 44 CCNL).

16. Relativamente alla infondatezza, deve sottolinearsi che la Corte di merito ha proceduto, in modo logico e corretto giuridicamente, alla valutazione di proporzionalità della sanzione espulsiva, rispetto alla condotta addebitata al lavoratore, anche considerando sia l'assenza dei precedenti disciplinari, sia la modalità del fatto e ritenendo che la prima circostanza non era in grado di rassicurare in ordine alla futura capacità del dipendente di conformarsi ai fondamentali doveri nascenti dal rapporto di lavoro e che la seconda era di gravità tale da impedire la prosecuzione anche solo provvisoria del rapporto stesso.

17. I giudici di seconde cure hanno fatto, pertanto, corretta applicazione del principio di diritto (cfr. Cass. n. 15654 del 18.9.2012) cui si intende dare in questa sede continuità, secondo cui "la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell'elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all'intensità del profilo intenzionale, dall'altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell'elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare". 18. Ed essendo l'apprezzamento sorretto da adeguata e logica motivazione, si sottrae a censure in sede di legittimità (Cass. sent. n. 144 dell'8.1.2008).

19. Il terzo motivo è infondato.

20. Va condiviso il principio di questa Corte (sent. n. 14609/2014; n. 15483/2008) secondo cui, in base al combinato disposto degli artt. 334, 343 e 371 c.p.c., è ammessa l'impugnazione incidentale tardiva anche quando sia scaduto il termine per l'impugnazione principale e persino se la parte abbia prestato acquiescenza alla sentenza, indipendentemente dal fatto che si tratti di un capo autonomo della sentenza stessa e che, quindi, l'interesse ad impugnare fosse preesistente, dato che nessuna distinzione in proposito è contenuta nelle citate disposizioni se non quella che l'impugnazione cd. tardiva perde efficacia se l'impugnazione principale è dichiarata inammissibile.

21. La norma di cui all'art. 334 c.p.c. è espressione di un principio generale (Cass. n. 8654 del 29.8.1998) e, quindi, è applicabile anche al reclamo L. n. 92 del 2012, ex art. 58 in assenza di una diversa disciplina prevista da tale disposizione.

22. Alla stregua di tali consolidati principi, pertanto, la circostanza che la Banca abbia prestato acquiescenza alla impugnata sentenza e poi abbia proposto reclamo incidentale, solo a seguito del reclamo principale ex adverso presentato, non rileva ai fini della ammissibilità del suo gravame.

23. Il quarto motivo è parimente infondato.

24. La Corte territoriale ha correttamente applicato il principio della soccombenza in relazione ad una parte processuale che non è risultata vittoriosa per nessun capo della domanda proposta. Nè sono state dedotte gravi ed eccezionali ragioni tali da giustificare la compensazione. Al riguardo va ribadito il consolidato orientamento (tra le altre Cass. Sent. n. 5386 del 5.4.2003; sent. n. 17220 del 28.8.2004; sent. n. 15317 del 19.6.2013) secondo cui, in tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della Corte di Cassazione è limitato ad accertare che le stesse non possano essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa e che rientra nel potere discrezionale del giudice del merito valutare l'opportunità di compensarle in tutto o in parte.

25. Con riferimento, infine, al pagamento del doppio contributo unificato, deve rilevarsi che in ordine ad esso i giudici dell'impugnazione sono vincolati, pronunziando il provvedimento che la definisce, a dare atto - senza ulteriori valutazioni decisionali trattandosi di fatti insuscettibili di diversa estimazione - della sussistenza dei presupposti (rigetto integrale ovvero inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione) per il versamento del suddetto importo (Cass. n. 5955 del 14.3.2014).

26. Alla stregua di quanto esposto il ricorso deve essere respinto.

27. Al rigetto del ricorso segue la condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, sempre come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 4.600,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre al rimborso forfettario spese generali nella misura del 15%, iva e cpa come per legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017
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LaPrevidenza.it, 28/02/2017