domenica, 27 novembre 2022

Lavoratore che rifiuta il contratto di collaborazione: licenziamento nullo e ripescaggio a parità di condizioni

Cassazione, Sezione VI civile, Sottosezione L, sentenza 23.5.2013 n. 12810

 

Con sentenza del 14.9.2010 la Corte di Appello di Roma, confermando sul punto la sentenza impugnata, ha ritenuto l'illegittimità del licenziamento intimato dalla Fondiaria Sai spa a G.d.S.N. per giustificato motivo oggettivo consistente nella dismissione dell'attività di vendita diretta dei prodotti vita con la conseguente soppressione della struttura dei "consulenti vita". A tali conclusioni la Corte territoriale è pervenuta ritenendo che la società avesse dimostrato l'effettività delle ragioni che avevano determinato il venir meno del posto di lavoro occupato dal lavoratore, ma che non avesse fornito la prova della impossibilità del c.d. repechage, con riferimento a mansioni equivalenti o anche a mansioni inferiori, ove queste fossero state accettate dal lavoratore;

2. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la Fondiaria Sai spa affidandosi ad un unico motivo di ricorso cui resiste con controricorso G.d.S.N.;

3. Con l'unico motivo si denuncia l'esistenza del vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore per giustificato motivo oggettivo, per non avere considerato che la società, trovandosi nell'impossibilità di assegnare al lavoratore mansioni equivalenti a quelle svolte in qualità di "consulente vita", aveva dovuto necessariamente prospettare al G. la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori allo scopo di salvaguardare il suo posto di lavoro ed evitargli il licenziamento;

4. Il ricorso va qualificato come inammissibile o manifestamente infondato per l'assorbente rilievo che la ricorrente si limita a censurare la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che le proposte formulate dalla società in ordine alla possibilità di una diversa collocazione del dipendente, anche come collaboratore autonomo, non fossero adeguate al livello professionale raggiunto dal G., sostenendo che le offerte rivolte al lavoratore fossero le uniche proponibili al fine di evitare il licenziamento - seppure aventi ad oggetto mansioni di contenuto inferiore rispetto all'attività precedentemente svolta - senza tuttavia dimostrare la veridicità di tale assunto, ovvero anzitutto l'impossibilità di offrire al lavoratore una posizione lavorativa equivalente a quella di cui era stata disposta la soppressione;

5. E' certo, infatti, che a tale scopo non è sufficiente limitarsi ad affermare che "è evidente... che le offerte rivolte al lavoratore siano state le uniche (peraltro varie) proponibili a quest'ultimo, al fine di evitare il licenziamento, anche se di contenuto inferiore all'attività precedentemente esercitata dallo stesso", poichè l'impossibilità di impiegare il dipendente nell'organizzazione aziendale e l'insussistenza di una posizione di lavoro analoga a quella soppressa, alla quale avrebbe potuto essere assegnato il lavoratore per l'espletamento di mansioni equivalenti a quelle svolte, è proprio quello che deve dimostrare il datore di lavoro ai fini della prova della sussistenza del giustificato motivo oggettivo (cfr. da ultimo, in una fattispecie analoga, Cass. n. 6625/2011). E tutto ciò a prescindere dalla pur di per sè assorbente considerazione che, secondo quanto costantemente affermato da questa Corte, la valutazione del giudice circa l'assolvimento, da parte del datore di lavoro, del suddetto onere probatorio è incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione adeguata e immune da vizi (cfr. ex plurimis Cass. n. 10916/2004); con l'ulteriore precisazione che, come pure è stato più volte ribadito, il controllo sulla motivazione non può risolversi in una duplicazione del giudizio di merito e che alla cassazione della sentenza...

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LaPrevidenza.it, 15/07/2013

MARIO MEUCCI
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