domenica, 31 maggio 2020

In tema di previdenza complementare il trasferimento dei contributi si esercita anche per i fondi a capitalizzazione collettiva

Corte di appello di Firenze, sezione lavoro, sentenza 29.4.2020 (dep. 29.4.2020) n. 675

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO  

La Corte d'Appello di Firenze Sezione Lavoro 

composta dai magistrati dott. Simonetta Liscio presidente dott. Roberta Santoni Rugiu consigliera dott. Elisabetta Tarquini consigliera rel. all'udienza del 3.10.2019, dando lettura del dispositivo ha pronunciato la seguente  SENTENZA nella causa iscritta al N. 74/2018 RG promossa da T.A., R.R., P.A., M.R., M.L., L.F., I.G., G.M., D.M., B.F., B.M., A.P. - appellanti - Avv.ti Nicola Frezza e Marco Martorana contro BANCO B.P.M. S.P.A. - appellato - Avv. Michele Mariani AGENZIA DELLE ENTRATE - RISCOSSIONE - appellata - contumace

Avente ad oggetto appello avverso la sentenza del Tribunale di Lucca, giudice del lavoro, n. 734/2017, pubblicata il 20.12.2017

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso al Tribunale di L.M.D., M.G., F.L., A.P. e T.A. avevano convenuto in giudizio Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno s.p.a. ed Equitalia Cerit s.p.a. (cui nelle more del giudizio sono succedute rispettivamente Banco B.P.M. s.p.a. e Agenzia delle Entrate - Riscossione, odierne appellate), allegando di essere stati dipendenti, in vari periodi, tutti comunque già cessati dal servizio alla data dell'11.10.2002, della Cassa di Risparmio di Lucca (cui era succeduta a titolo universale, per effetto di fusione per incorporazione Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno s.p.a.), addetti al servizio esattorie (ramo d'azienda riferibile, all'epoca di introduzione del giudizio, per effetto di diverse successive cessioni, a Equitalia Cerit s.p.a.), chiedendo che fosse loro versato l'importo della contribuzione accantonata dalla banca ex datrice di lavoro nel fondo pensionistico aziendale (denominato "Fondo Aziendale di integrazione delle prestazioni del Fondo di previdenza degli impiegati dipendenti da esattorie e ricevitorie delle imposte dirette di cui alla Legge 2 aprile 1958, n. 377 e successive aggiunte e modificazioni"), per la quota di rispettiva pertinenza, non essendo alcuno dei ricorrenti titolare di pensione integrativa a carico del fondo, per non averne maturati i requisiti secondo il regolamento del 26.2.1987, applicabile ratione temporis.

Analoga domanda, basata sugli stessi presupposti di fatto e di diritto, avevano proposto, in separato giudizio, anche P.A., M.B., F.B., G.I., R.M., L.M., R.R. Nel ricorso da loro proposto tuttavia gli originari attori avevano agito per ottenere il pagamento non solo dei contributi accantonati dalla banca, ma anche di quelli versati da loro stessi.

Riuniti i ricorsi, con sentenza 20.12.2017, il Tribunale ha respinto le domande proposte da D., G., L., P. e T.A., e ha accolto in parte quelle proposte dagli altri ricorrenti, condannando entrambe le convenute a corrispondere ad A., B., B., I., M., M. e R. "quanto dai medesimi versato nel Fondo aziendale Integrazione delle prestazioni del fondo di previdenza degli impiegati dipendenti da esattorie e ricevitorie delle imposte dirette di cui è causa e risultante dagli estratti conto previdenziale INPS Esattoriali integrativa allegati al loro ricorso, oltre interessi legali dal 20 agosto 2004 al saldo effettivo", ha condannato inoltre "Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno spa a manlevare e tenere indenne Agenzia delle Entrate Riscossione (già Equitalia CERIT Spa) di quanto versato in relazione al punto che precede".

In entrambi i giudizi poi riuniti gli originari ricorrenti avevano fondato la loro pretesa sull'accordo sottoscritto da Cassa di Risparmio di Lucca e le organizzazioni sindacali dei lavoratori il 18.2.1987, accordo costitutivo del citato "Fondo aziendale Integrazione delle prestazioni del fondo di previdenza degli impiegati dipendenti da esattorie e ricevitorie delle imposte dirette di cui alla legge 2 aprile 1958 numero 377 e successive aggiunte e modificazioni", il cui regolamento era stato approvato con delibera del Consiglio di Amministrazione della Cassa il successivo 26.2.1987.

Per effetto di tale accordo i ricorrenti erano stati iscritti al fondo aziendale citato e avevano versato la contribuzione di loro pertinenza.

Scopo del Fondo sarebbe stato, secondo la prospettazione dei lavoratori, quello di garantire, in favore degli iscritti, un trattamento pensionistico - nella misura e con le modalità previste nello stesso regolamento - integrativo delle prestazioni tempo per tempo e a qualsiasi titolo erogate dal fondo speciale o da qualsiasi altro ente per il servizio prestato presso esattorie o Ricevitorie delle imposte dirette.

Il Fondo sarebbe stato alimentato, sempre secondo le allegazioni degli attori, da contributi dovuti in via ordinaria dai lavoratori iscritti e dalla Cassa, determinati percentualmente in rapporto alle retribuzioni pensionabili - contributi che sarebbero confluiti in un Conto contributi - e da contributi aggiuntivi, dovuti solo dalla banca al fine di garantire l'equilibrio di gestione del FIP, da versarsi in un distinto Conto riserva matematica.

Sempre il Regolamento, al comma 4 dell'art. 7 avrebbe previsto inoltre che, qualora alla data di risoluzione del rapporto di lavoro, l'iscritto, per qualsiasi causa, non avesse conseguito il diritto al trattamento pensionistico previsto dal medesimo Regolamento, egli avrebbe avuto diritto al "rimborso dei contributi versati, regolati al tasso legale".

E' poi pacifico e ricordato ancora dalla decisione impugnata che il Fondo fosse del tipo a prestazione definita e che l'11.10.2002 Bipielle Riscossioni spa (succeduta nel dicembre 2001 a Cassa di Risparmio di Lucca nella titolarità del ramo di azienda costituito dal servizio riscossione tributi) e le organizzazioni sindacali avessero siglato un nuovo accordo diretto a trasformare il fondo in essere in fondo a contribuzione definita, trasformazione che aveva coinvolto tuttavia i soli dipendenti già iscritti al Fondo istituito con il contratto del 1987 che fossero stati ancora in servizio alla data dell'11.10.2002. Ne erano rimasti estranei invece, per quanto qui rileva, i dipendenti del ramo esattorie già cessati dal servizio a tale data (come tutti gli attori).

Essi, non avendo percepito al termine del rapporto alcun trattamento pensionistico a carico del Fondo, avevano rivendicato stragiudizialmente il loro diritto al rimborso dei contributi versati, ritenendo dovuti, secondo le disposizioni regolamentari del Fondo e in particolare il comma 4 dell'art. 7 già citato, sia quelli da loro stessi versati in corso di rapporto, sia quelli di pertinenza della banca e pure affluiti nel Conto contributi.

In contrario la datrice di lavoro aveva rimborsato solo ad alcuni (D., G., L., P. e T.A.) i contributi versati da loro stessi, mentre non aveva pagato alcunché a tutti gli altri, che avevano quindi agito in giudizio, in confronto di Equitalia Cerit s.p.a. (che, come detto, all'epoca di introduzione del processo di primo grado, per effetto di diverse successive cessioni, era divenuta titolare del ramo esattorie già riferibile a Cassa di Risparmio di Lucca e poi a Bipielle Riscossioni s.p.a.) e di Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno s.p.a., succeduta a titolo universale (per effetto di una fusione per incorporazione) alla loro datrice di lavoro Cassa di Risparmio di Lucca.

Di fronte al Tribunale le convenute avevano resistito, assumendo con varie argomentazioni che i lavoratori avessero diritto a pretendere il rimborso del solo contributo a loro carico versato mensilmente, per loro conto, dalla banca. Equitalia Cerit aveva chiesto inoltre di essere tenuta indenne da Cassa di Risparmio Lucca Pisa Livorno di quanto eventualmente fosse stata condannata a pagare in favore dei ricorrenti.

Il Tribunale ha sostanzialmente accolto questa prospettazione, condannando, come detto, entrambe le convenute a corrispondere, a quelli dei ricorrenti cui non erano stati ancora rimborsati, i contributi da loro versati nel conto contributi e Cassa di Risparmio a manlevare del dovuto Equitalia, statuizione questa su cui non merita soffermarsi, perché non oggetto di impugnazione.

Quanto invece alla residua frazione della pretesa, il primo giudice, rilevato come il Fondo costituito con l'accordo del 1987 fosse un fondo a ripartizione, preesistente all'entrata in vigore del D.lgs. 124/1993, ha ritenuto che il relativo Regolamento, avente natura negoziale, assicurasse agli iscritti che, al termine del rapporto di lavoro non avessero maturato il diritto alle prestazioni pensionistiche erogate dal Fondo medesimo, come i ricorrenti, solo il rimborso dei contributi da loro versati, non invece il pagamento di quelli appostati a bilancio dalla Cassa.

In tal senso deporrebbe il tenore testuale del comma 4 dell'art. 7 del Regolamento (secondo cui: "qualora alla data di risoluzione del rapporto di lavoro l'iscritto, per qualsiasi causa, non abbia conseguito il diritto al trattamento pensionistico previsto dal presente Regolamento, spetterà all'iscritto stesso il rimborso dei contributi versati regolati al tasso legale"), in ragione del riferimento al "rimborso" e il successivo art. 19, a norma del quale "in ogni caso di risoluzione del rapporto di lavoro senza che sia maturato per l'iscritto o per i beneficiari indicati nell'art. 21 sia maturato il diritto alle pensioni integrative di cui agli artt. 13 e 14, il saldo del conto individuale verrà trasferito al conto riserva".

Una disposizione quest'ultima che, secondo il Tribunale, non potrebbe ritenersi riferita al solo caso in cui l'iscritto non avesse maturato la prestazione pensionistica integrativa a norma dell'art. 20 del Regolamento, secondo cui "le prestazioni annue tempo per tempo erogate dall'INPS saranno integrate dal Fondo fino a raggiungere il 77.50% dell'ultima retribuzione pensionabile", norma questa che escludeva quindi da ogni beneficio gli iscritti la cui pensione a carico dell'INPS fosse stata in effetto di importo pari o superiore al 77.50% dell'ultima retribuzione.

Ad avviso del primo giudice infatti, una simile lettura restrittiva della disposizione sarebbe in contrasto con la lettera delle norme contrattuali e sarebbe altresì illogica rispetto ad un sistema che, in quanto "a ripartizione", sarebbe stato "caratterizzato da una logica solidaristica, volto a garantire la solvibilità del fondo integrativo nel tempo a vantaggio di tutti i (potenziali) destinatari delle future prestazioni".

Secondo il Tribunale infine una diversa soluzione non sarebbe imposta dalla natura retributiva dei contributi versati al Fondo, natura che la decisione impugnata ha escluso, aderendo all'orientamento di Cass. SS.UU. 4684/2015 e 6345/2015.

I lavoratori indicati in epigrafe hanno impugnato la decisione de qua e ne hanno chiesto la riforma nel capo che li ha visti soccombenti, affidando le loro ragioni a due motivi.

Con il primo hanno argomentato l'erroneità della lettura delle norme regolamentari offerta dal Tribunale, assumendo in contrario che gli artt. 7 co. 4 e 19 del Regolamento impongano di ritenere il diritto dell'iscritto, che "alla data di risoluzione del rapporto di lavoro, per qualsiasi causa, non abbia conseguito il diritto al trattamento pensionistico previsto dal presente regolamento", a vedersi corrisposti tutti i contributi accantonati nel conto contributi del Fondo, compresi quindi quelli versati dalla banca.

In tal senso deporrebbero la genericità della previsione relativa al rimborso, che non potrebbe perciò intendersi limitata ai soli contributi a carico del lavoratore, la circostanza che la disposizione relativa al rimborso sia inserita immediatamente dopo la disciplina dei contributi ordinari a carico sia del lavoratore che dell'azienda, la previsione nel regolamento di un "conto contributi" alimentato in via ordinaria da contributi calcolati comunque in percentuale sulla retribuzione pensionabile, fatto questo che renderebbe possibile la determinazione esatta della frazione riferibile ai singoli lavoratori, indipendentemente dall'esistenza di un "conto individuale" di ciascuno.

In ogni caso, secondo gli appellanti, una tale soluzione ermeneutica si imporrebbe in quanto sarebbe la sola idonea a conservare gli effetti delle norme regolamentari che, in caso diverso, a loro dire, contrasterebbero con la previsione imperativa all'art. 10 d.lgs. 124/93 (secondo cui "1.Ove vengano meno i requisiti di partecipazione alla forma pensionistica complementare, lo statuto del fondo pensione deve consentire le seguenti opzioni stabilendone misure, modalità e termini per l'esercizio: 

a) il trasferimento presso altro fondo pensione complementare, cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività; 

b) il trasferimento ad uno dei fondi di cui all'articolo 9; c) il riscatto della posizione individuale. 

2. Gli aderenti ai fondi pensione di cui all'articolo 9 possono trasferire la posizione individuale corrispondente a quella indicata alla lettera a) del comma 1 presso il fondo cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività. 

3. Gli adempimenti a carico del fondo pensione conseguenti all'esercizio delle opzioni di cui ai commi 1 e 2 debbono essere effettuati entro il termine di sei mesi dall'esercizio dell'opzione. 3-bis. Le fonti istitutive prevedono per ogni singolo iscritto, anche in mancanza delle condizioni di cui ai commi precedenti, la facoltà di trasferimento dell'intera posizione individuale dell'iscritto stesso presso altro fondo pensione, di cui agli articoli 3 e 9, non prima di cinque anni di permanenza presso il fondo da cui si intende trasferire limitatamente ai primi cinque anni di vita del fondo stesso, e successivamente a tale termine non prima di tre anni. .... 3-ter. In caso di morte del lavoratore iscritto al fondo pensione prima del pensionamento per vecchiaia la posizione individuale dello stesso, determinata ai sensi del comma 1, è riscattata dal coniuge ovvero dai figli ovvero, se già viventi a carico dell'iscritto, dai genitori. In mancanza di tali soggetti la posizione resta acquisita al fondo pensione"), disposizione applicabile, secondo Cass. S.U. 477/2015, anche ai Fondi preesistenti e indipendentemente dalla loro struttura (a ripartizione o a capitalizzazione individuale o collettiva).

Con il secondo motivo gli appellanti lamentano che il Tribunale, ove non avesse ritenuto consentita l'interpretazione del regolamento del Fondo proposta nei ricorsi, abbia tuttavia omesso di rilevare d'ufficio la nullità delle disposizioni regolamentari o la loro sopravvenuta inefficacia, per contrasto con la richiamata previsione dell'art. 10 D.L.gs. 124/1993, rilievo cui avrebbe dovuto seguire la sostituzione delle norme contrattuali difformi con il precetto di legge, ex art. 1419 secondo comma c.c., e quindi la condanna dei convenuti al rimborso dell'intera quota contributiva, compresa la frazione versata dalla banca, così come richiesto dagli originari ricorrenti.

Né al rilievo del vizio osterebbe, secondo gli appellanti, la circostanza che la nullità non fosse stata da loro originariamente eccepita, in ragione dei principi espressi nelle note decisioni nn. 26242 e 26243 del 2014 delle Sezioni Unite, né il principio di necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, poiché l'inserzione nel novero delle questioni rilevanti ai fini del decidere dell'eccezione di nullità determinerebbe unicamente una emendatio libelli.

I lavoratori hanno chiesto quindi la riforma della sentenza di primo grado nel capo in cui essa ha respinto le loro domande dirette ad ottenere il versamento delle quote contributive versate o accantonate dalla banca, previa eventuale declaratoria di nullità o inefficacia dell'art. 19 del Regolamento del fondo.

Costituitosi il contraddittorio, Agenzia delle Entrate Riscossione, succeduta ex lege ad Equitalia Cerit, è rimasta contumace, mentre si è costituita per resistere BPM, incorporante di Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno, che ha chiesto il rigetto dell'impugnazione avversaria.

Così riassunta la presente vicenda processuale, nel merito l'appello non è fondato.

E' infondato innanzi tutto il primo motivo di ricorso, in relazione al quale il collegio ritiene non vi sia ragione di discostarsi dall'orientamento già espresso da questo ufficio (con la sentenza 80/2011) e che ha trovato conferma in sede di legittimità (con la decisione 5.7.2017, n. 16577 della Corte di Cassazione).

Pare infatti al collegio che la lettura delle norme del Regolamento del Fondo preferita nelle decisioni appena richiamate (e fatta propria anche nel presente giudizio dal primo giudice) sia l'unica consentita dalla lettera di quelle disposizioni, come pure dalla natura del Fondo di cui si fa questione.

Dal punto di vista letterale infatti depone obiettivamente per la tesi della banca la previsione del comma 4 dell'art. 7 del regolamento che, a proposito dei diritti dell'iscritto che, "per qualsiasi causa, non abbia conseguito il diritto al trattamento pensionistico previsto dal ...Regolamento" medesimo, ne individua l'oggetto nel "rimborso dei contributi versati regolati al tasso legale", un'espressione che, nel suo significato comune, non può che riferirsi a versamenti operati dallo stesso soggetto cui è dovuto il successivo pagamento, che solo in questo caso (cioè quando realizzi una restituzione in favore dell'originario solvens) può definirsi rimborso.

E ancora dal punto di vista testuale avvalora questa soluzione la previsione dell'art. 19 del regolamento, già sopra riportata, che dispone che "in ogni caso di risoluzione del rapporto di lavoro senza che per l'iscritto o per i beneficiari indicati nell'art. 21 sia maturato il diritto alle pensioni integrative (...) il saldo del conto individuale verrà trasferito al conto riserva".

Una norma che, diversamente da quanto assumono anche in questo grado gli appellanti, non può interpretarsi restrittivamente (con riferimento quindi alla sola ipotesi prevista dall'art. 20 del medesimo regolamento, che disciplina, come detto, il caso in cui l'iscritto maturi una pensione INPS di misura pari o eccedente il 77,50% dell'ultima retribuzione pensionabile, escludendo in tal caso ogni beneficio a carico del Fondo).

Una simile lettura sarebbe infatti in evidente contrasto già con la lettera dell'art. 19, che dispone il trasferimento al conto riserva del saldo del conto individuale "in ogni caso" di risoluzione del rapporto di lavoro senza che per l'iscritto o per gli altri aventi titolo sia maturato il diritto alle pensioni integrative. Per contro, ove si leggesse il comma 4 dell'art. 7 nel senso preteso dagli appellanti, la caso di cessazione del rapporto di lavoro senza liquidazione di prestazioni integrative a carico del fondo i lavoratori interessati avrebbero diritto alla liquidazione dell'intero conto individuale.

Ma, come rilevato nel citato precedente di questa Corte, l'interpretazione delle disposizioni regolamentati di interesse proposta dai lavoratori cozza anche con la logica del sistema a ripartizione cui è improntato il Fondo, nel quale, utilizzandosi i contributi per il pagamento delle prestazioni integrative in essere, predomina "un criterio solidaristico", cui è conseguente che "la parte stanziata dalla Cassa [vada] ad alimentare il fondo riserva, che garantisce la solvibilità del fondo integrativo nel tempo a vantaggio della generalità degli aventi diritto" (così Corte d'Appello Firenze, 80/2011).

D'altro canto proprio il chiaro testo dell'art. 19 del Regolamento rende in effetto irrilevante ai fini del decidere verificare se nella struttura contabile del Fondo, come descritta dal regolamento, fossero o meno individuabili posizioni o conti individuali. In ogni caso infatti, nelle ipotesi che qui interessano di cessazione del rapporto di lavoro in difetto dei requisiti per la liquidazione delle prestazioni a carico del Fondo, salvo il rimborso previsto dall'art. 7 (come si è detto relativo ai contributi versati dai lavoratori interessati), il saldo di tali posizioni sarebbe comunque acquisito al conto riserva, secondo la ricordata previsione dell'art.19, così che, anche assumendo come effettivamente individuabili tali conti individuali, l'esito di una simile operazione ermeneutica non determinerebbe comunque l'accoglimento delle domande attrici.

Infine deve escludersi che la disciplina regolamentare sopra richiamata possa essere interpretata nel senso preteso dagli appellanti per conservarne gli effetti normativi in esito all'entrata in vigore dell'art.10 del D.lgs. 124/1993.

Infatti, indipendentemente da ogni questione in ordine all'effettiva contrarietà delle disposizioni del regolamento alla norma imperativa portata nell'art. 10, un'interpretazione adeguatrice si scontrerebbe comunque con i dati testuali sopra ricordati, che non potrebbero essere letti diversamente.

Il primo motivo di appello deve essere quindi respinto.

Ma del pari infondato è, ad avviso del collegio, il secondo motivo.

Ora in proposito merita rammentare come, nei ricorsi introduttivi di primo grado, i lavoratori avessero senz'altro agito per l'adempimento degli obblighi che assumevano gravare sulle controparti in forza delle previsioni del regolamento del Fondo che, secondo la lettura che essi ne davano, avrebbero loro assicurato il pagamento anche dei contributi versati (o accantonati) dalla banca in relazione alle rispettive posizioni.

Con il secondo motivo di appello invece gli odierni appellanti muovono dalla diversa interpretazione che di quelle norme ha dato il Tribunale, per argomentare la nullità (o la sopravvenuta inefficacia) di tali disposizioni regolamentari, per contrasto con il precetto dell'art. 10 del D.lgs. 124/1993 (che, come si è detto e per quanto qui interessa, dispone che "ove vengano meno i requisiti di partecipazione alla forma pensionistica complementare, lo statuto del fondo pensione deve consentire le seguenti opzioni stabilendone misure, modalità e termini per l'esercizio: a) il trasferimento presso altro fondo pensione complementare, cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività; b) il trasferimento ad uno dei fondi di cui all'articolo 9; c) il riscatto della posizione individuale"), contrasto che dovrebbe essere risolto per effetto del meccanismo di sostituzione delle norme contrattuali del regolamento ad opera della norma imperativa, secondo quanto previsto dall'art. 1419 c.c.

Deve anche rilevarsi come l'eccezione di nullità sia stata formulata per la prima volta nelle note difensive di primo grado.

Ciò detto, sembra allora al collegio indubitabile che la prospettazione dei lavoratori e di cui al secondo motivo di appello determini l'introduzione in giudizio di una domanda diversa da quella originariamente proposta per essere diversi i relativi titoli: le norme regolamentari per le domande portate nel ricorso introduttivo, e invece la disposizione di legge che dovrebbe sostituirle, secondo il motivo di impugnazione ora in esame. Con ogni conseguenza quanto all'inammissibilità di tale domanda, che non avrebbe potuto essere formulata nelle note di primo grado e non può essere riproposta oggi.

Si tratta di una conclusione che trova conferma nella decisione 16577/2017 della Corte di Cassazione, già sopra richiamata, resa in una fattispecie in cui pure i ricorrenti avevano "invocato la restituzione dei contributi versati in loro favore al Fondo sulla scorta delle disposizioni del contratto che ne detta la disciplina, ossia lamentando l'inadempimento delle odierne controricorrenti al disposto negoziale" (così testualmente Cass. 16577/2017). E in quel caso il Giudice di nomofilachia ha ritenuto non consentito "attribuire loro il bene della vita invocato in virtù del D.Lgs. n. 124 del 1993, cit., art. 10, senza alterare l'oggetto sostanziale dell'azione e i termini della controversia, ossia senza sostituire indebitamente la causa petendi della domanda proposta in giudizio: che non è mai consistita, appunto, nella contrarietà della regolamentazione del Fondo alla disposizione, indubbiamente imperativa, dell'art. 10, cit., ma - come detto - in una esegesi delle norme contrattuali che lo istituiscono differente da quella fatta propria dalla Corte territoriale (cfr., per un caso speculare al presente, Cass. n. 1192 del 2008)".

Né a diversa conclusione deve pervenirsi in conseguenza dei principi affermati dalle Sezioni Unite nelle decisioni nn. 26242 e 26243 del 12.12.2014.

Con quelle pronunce, come è noto, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui "il giudice, innanzi al quale sia stata proposta una qualsiasi impugnativa negoziale (di adempimento, risoluzione per qualunque motivo, annullamento, rescissione, nonché in caso di impugnativa per la declaratoria della nullità per altro motivo o solo parziale), sempreché non rigetti la pretesa in base ad una individuata "ragione più liquida", ha l'obbligo di rilevare - e, correlativamente, di indicare alle parti - l'esistenza di una causa di nullità negoziale, pure se di natura speciale o "di protezione", ed ha, di conseguenza, ove le parti non ne abbiano chiesto l'accertamento in via principale od incidentale in esito all'indicazione del giudice, la facoltà (salvo per le nullità speciali che presuppongono una manifestazione di interesse della parte) di dichiarare, in motivazione, la nullità del negozio e, quindi, di rigettare, per tale ragione, la domanda originaria, ovvero, in presenza di tale istanza, di dichiarare la nullità del negozio direttamente in dispositivo, con effetto, in entrambi i casi, di giudicato in assenza di impugnazione".

In primo luogo infatti, ancora richiamandosi al decisum di Cass. 16577/2017, può fondatamente dubitarsi che nella specie il contrasto tra le disposizioni del regolamento del Fondo e la norma imperativa dell'art. 10 del D.Lgs. 124/1993 possa ricostruirsi in termini di nullità delle pattuizioni negoziali, per essere entrata in vigore la norma imperativa in data ben successiva alla conclusione del negozio contenente il regolamento del Fondo. Così che dovrebbe piuttosto farsi questione, non di un vizio genetico delle norme contrattuali (quale è la nullità), ma di una loro sopravvenuta inefficacia, in ragione dell'applicazione retroattiva del precetto imperativo di legge. Un'applicazione retroattiva che è precisamente quanto gli odierni appellanti in effetto richiedono, così necessariamente azionando la loro pretesa per un titolo diverso da quello originariamente agito, in un ambito che a parere della Corte resta estraneo alle tematiche relative alla rilevabilità d'ufficio delle nullità.

Ma anche a ritenere diversamente e, quindi assumendo per ipotesi che di nullità si faccia invece questione e che i principi affermati dalle richiamate decisioni delle Sezioni Unite debbano trovare applicazione anche nella specie, ciò non porterebbe comunque all'accoglimento delle ragioni attrici.

Nella specie infatti l'accoglimento di quelle ragioni presupporrebbe non solo il rilievo d'ufficio del vizio delle norme contrattuali contrastanti con il precetto imperativo di legge (e perciò la loro caducazione), ma anche la sostituzione di quel precetto alle disposizioni nulle. L'effetto sarebbe quindi, non soltanto quello di impedire che un contratto nullo costituisca il presupposto di una decisione giurisdizionale che in qualche modo ne postuli la validità (che è obiettivo che giustifica, secondo la ricostruzione delle Sezioni Unite, il rilievo ufficioso delle nullità), ma anche la radicale sostituzione del titolo della pretesa agita, titolo che dovrebbe rinvenirsi appunto, non più nelle norme caducate (come invece azionate dalla parte), ma nella disposizione di legge che le sostituisce.

In tal modo tuttavia il rilievo d'ufficio della nullità finirebbe per violare il principio della necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, principio la cui vincolatività invece, anche quando si faccia questione di vizi di nullità del contatto, è stata riaffermata anche dalle richiamate decisioni delle Sezioni Unite e da ultimo ribadita da Cass. 16577/2017.

Si tratta, merita rilevare, di una conclusione che non si pone affatto in contrasto con la pronuncia n. 477 del 14.1.2015 delle Sezioni Unite, cui la difesa degli appellanti ha fatto ampio riferimento anche nella discussione orale, e che ha affermato il principio secondo cui "in tema di previdenza complementare, l'art. 10 del D.lgs. 21.4.1993 n. 124, nel consentire la portabilità della posizione individuale, ossia del trasferimento dei contributi maturati da un dipendente, cessato prima di aver conseguito il diritto alla pensione complementare, verso un fondo cui il medesimo acceda in relazione ad una nuova attività, si applica anche ai fondi pensionistici preesistenti all'entrata in vigore (15 novembre 1992) della legge (delega) 23 ottobre 1992, n. 421, indipendentemente dalle loro caratteristiche strutturali e, quindi, non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva, trattandosi di soluzione coerente non solo con il dato letterale della norma, per l'assenza di espressioni idonee a fondare una differenziazione di trattamento, ma anche con la "ratio" dell'intervento, inteso ad assicurare, in conformità ai principi della legge delega, "i più elevati livelli di copertura previdenziale".

Risulta infatti con chiarezza sia dalla narrativa della decisione, sia dal suo percorso motivazionale (si veda il punto 16) come, nella lite sottoposta alla cognizione delle Sezioni Unite, le parti, nelle fasi di merito, avessero espressamente fatto questione dell'applicabilità e dell'efficacia precettiva dell'art. 10 del D.lgs. 124/1993 e come in ogni caso non fosse tra loro controversa la tempestività di tali deduzioni (mentre la Corte d'Appello aveva ritenuto nuova una diversa eccezione del lavoratore). Così che, anche in considerazione del tenore del punto 16 della motivazione delle Sezioni Unite, in cui sono riassunte in maniera omogenea tra primo e secondo grado le ragioni delle decisioni di merito, deve ritenersi che il tema dell'applicabilità dell'art. 10 del D.L.gs.124/1993 si fosse posto in quel caso, diversamente da quanto accaduto nella specie, nel rispetto delle preclusioni proprie del rito.

Nella presente controversia deve quindi concludersi per l'inammissibilità delle domande formulate dagli originari attori con le note difensive di primo grado e riproposte con il secondo motivo di impugnazione, che deve essere di conseguenza respinto.

L'appello va quindi integralmente rigettato e la sentenza impugnata confermata.

La particolare complessità delle questioni di causa, sia quanto al merito della pretesa, complessità testimoniata dai difformi orientamenti giurisprudenziali sul punto e dal successivo intervento delle Sezioni Unite con la sentenza n. 477 del 14.1.2015, sia più generalmente in ordine ai limiti della rilevabilità d'ufficio delle nullità, impone l'integrale compensazione delle spese del grado di pertinenza di tutte le parti.

A norma del comma 17 dell'art. 1 legge 29.12.2012, n.228 dà atto che sussistono i presupposti processuali per l'applicazione agli appellanti della disposizione dell'art. 13 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente decidendo, ogni altra domanda ed eccezione disattesa, respinge l'appello e dichiara compensate le spese processuali di pertinenza di tutte le parti.

A norma del comma 17 dell'art. 1 legge 29.12.2012, n.228 dà atto che sussistono i presupposti processuali per l'applicazione agli appellanti della disposizione dell'art. 13 del testo unico di cui aldecreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115.


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LaPrevidenza.it, 18/05/2020

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