sabato, 21 settembre 2019

Corte cost., 3 dicembre 2010,n. 351 e il trattamento previdenziale dei direttori generali

Avvocato Edoardo Nicola Fragale

 

La sentenza che qui si commenta trae origine dall'ordinanza di rimessione del 3 aprile 2009, con cui la Corte territoriale anconetana ha ritenuto non manifestamente infondata, oltre che rilevante nel giudizio, la questione prospettata dall'Istituto di previdenza appellante. Con tale ordinanza, il giudice rimettente ha concentrato l'attenzione sulla legge di delega n. 419/1998 che - intervenendo in materia di trattamento previdenziale dei soggetti preposti alla direzione di azienda sanitaria – aveva vincolato il governo a “rendere omogenea la disciplina” di tali trattamenti, “prevedendo altresì per i dipendenti privati l’applicazione dell’art. 3, comma 8, secondo periodo, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni” (cfr. art. art. 2, lett. t). Secondo il giudice a quo, unico era il criterio direttivo rivolto al Governo: l'omogeneizzazione di disciplina voluta dal legislatore delegante doveva, infatti, esclusivamente attuarsi tramite l'estensione ai dipendenti privati (rectius: ai direttori provenienti dal settore privato) della copertura previdenziale fin lì prevista a favore dei soli dipendenti pubblici. Tale estensione doveva, però, avvenire rispettando per intero il meccanismo individuato dall’art. 3, comma 8, secondo periodo, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e lasciando, dunque, immutato il vecchio criterio di computo dei trattamenti di quiescenza e previdenza ancorato al compenso  “virtuale”. Da qui, secondo il giudice remittente, l'illegittimità costituzionale per eccesso di delega del D.Lgs. n. 229/1999, poiché il legislatore delegato avrebbe indebitamente sostituito alla base contributiva del compenso “virtuale” quella, diversa e più vantaggiosa per l'assicurato, del compenso “reale”, venendo meno all’unico criterio direttivo indicato dalla legge delega. La Corte costituzionale rigetterà, come si vedrà, l'eccepita questione di legittimità con argomentazioni di ampio respiro, non limitate alla stretta valutazione di conformità delle disposizioni impugnate rispetto alla legge di delega, ma estese alla valutazione di ragionevolezza dell'assetto regolatorio finale. Si vedrà successivamente come un tale scrutinio fosse in verità richiesto dalla peculiarità della fattispecie, nella quale la legge di delega intendeva plausibilmente porre rimedio ad  un assetto normativo anteriore esso sì affetto da irragionevolezza e, perciò, passibile di dichiarazione di incostituzionalità. Certo è che tramite l'approfondita disamina della questione, la Consulta non solo ha offerto un contributo determinante per il definitivo superamento della vexata quaestio della misura dell’indennità premio di servizio, ma ha pure lumeggiato – lo si vedrà tra poco - nuove ed interessantissime prospettive di tutela a favore di categorie di personale rimaste finora in penombra e tuttavia giudicate non meno meritevoli di ricevere adeguata copertura previdenziale. Tutto questo in una prospettiva costituzionalmente orientata di perequazione e di omogeneizzazione delle posizioni giuridiche di quanti, sia pure con diversità carriera e di estrazione professionale, vengano chiamati a ricoprire l'incarico di direzione aziendale.

Nota a sentenza pubblicata per esteso su "Lavoro nelle Pubbliche Amministrazioni", 2010, 5

Avv. Edoardo Nicola Fragale

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LaPrevidenza.it, 12/12/2010