domenica, 08 dicembre 2019

Agente di polizia che arbitra partite di calcio durante la malattia è legittimamente sanzionato per carenza di decoro al ruolo di appartenenza

TAR Milano, sez. III, sentenza 27.8.2018 n. 2014

 

Le attività ludiche svolte durante il periodo di malattia, come nel caso di specie, sono ovviamente censurabili. In questo caso si pone maggiore rilievo all'accaduto in quanto l'interessato è ispettore di polizia, quindi funzionario dell'Amministrazione Pubblica, ruolo che deve essere svolto con la massima serietà quale esempio di serietà e rettitudine nell'espletamento della propria attività professionale.
La questione, sulla quale è intervenuto il collegio giudicante assume, oltre a quanto sopra rappresentato, un altro importante aspetto.
L'assenza per malattia viene giustificata da particolare condizione di salute. La momentanea assenza dal lavoro si rende necessaria per ristabilire l'equilibrio e l'integrità psicofisica necessaria al lavoratore per svolgere le proprie mansioni.
Lo svolgimento di attività cosiddette ludiche in periodo "protetto" può determinare un aggravamento delle patologie causa dell'astensione lavorativa oltre che determinarne di nuove. In entrambe i casi è l'Amministrazione Pubblica che subisce le eventuali conseguenze riferite anche ad una peggiore organizzazione del servizio pubblico.
Per queste motivazioni i giudici del T.a.r. hanno ritenuto legittima la sanzione disciplinare comminata al pubblico dipendente.

(Giovanni Dami)

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REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO  

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia  (Sezione Terza) ha pronunciato la presente  

SENTENZA 

sul ricorso numero di registro generale 1152 del 2013, proposto da -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avvocato Flavio Amicabile, con domicilio eletto presso lo studio dell'avv. Alessandra Rondoni in Milano, Viale Monte Nero, n. 80  contro Ministero dell'Interno, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria ex lege in Milano, Via Freguglia, n. 1  per l'annullamento del decreto del Capo della Polizia del 30.1.2013, con cui è stata disposta la sospensione dal servizio del ricorrente per la durata di sei mesi, nonché del presupposto provvedimento del 6.12.2012 emesso dal Consiglio Provinciale di Disciplina di Varese. Visti il ricorso e i relativi allegati; Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nell'udienza smaltimento del giorno 19 giugno 2018 il dott. Oscar Marongiu e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale; Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

Fatto

1. Il ricorrente, Agente della Polizia di Stato, impugna il decreto con il quale il Capo della Polizia ha disposto nei suoi confronti la sospensione dal servizio per la durata di sei mesi, nonché il presupposto atto del Consiglio Provinciale di Disciplina di Varese, deducendone l'illegittimità per i seguenti motivi:

1) violazione e falsa applicazione dell'art. 6 n. 1, in relazione all'art. 4 n. 18, del d.P.R. n. 737 /1981 in relazione al principio di proporzionalità; erroneità dei presupposti, illogicità e ingiustizia manifesta;

2) eccesso di potere per difetto di motivazione, illogicità e ingiustizia manifesta del provvedimento del Consiglio provinciale di Disciplina di Varese - Questura di Varese, datato 6.12.2012, rispetto al Decreto emesso dal Capo della Polizia n. 333-D/50228, datato 30.1.2013.

Si è costituito il Ministero intimato, chiedendo la reiezione del ricorso.

Alla camera di consiglio del giorno 29 maggio 2013 la Sezione ha respinto l'istanza cautelare.

Alla pubblica udienza del giorno 19 giugno 2018 la causa è passata in decisione. 2. Il ricorso è infondato; di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata di cui all'art. 74 c.p.a.

2.1. La sanzione disciplinare irrogata al ricorrente si fonda sul fatto che l'interessato, durante alcuni periodi di congedo per malattia (enteropatia tibiotarsica, colica addominale, faringite), in tre diverse occasioni ha svolto l'attività di arbitro in competizioni sportive calcistiche.

2.2. Tali reiterati episodi, il cui accadimento è incontroverso, denotano chiaramente l'assenza di decoro richiesto agli appartenenti ai ruoli dell'Amministrazione della pubblica sicurezza, e ciò in ragione del dovere - su tali soggetti incombente - di costituire un esempio di serietà e rettitudine nell'espletamento della propria attività professionale.

Inoltre, l'organizzazione e l'efficienza del reparto di appartenenza del ricorrente ha oggettivamente subìto un pregiudizio nel corso dei periodi di congedo per malattia dello stesso; quest'ultimo, peraltro, in occasione dell'audizione innanzi al Consiglio di Disciplina ha riconosciuto di non essersi reso conto che le attività ludiche illegittimamente svolte avrebbero potuto aggravare le patologie di cui lo stesso sarebbe stato affetto.

Per tali ragioni la sanzione irrogata al ricorrente risulta congruamente commisurata alla gravità dei fatti accertati.

Sotto diverso profilo, il provvedimento impugnato non può ritenersi viziato da contraddittorietà, in quanto il Capo della Polizia è sicuramente legittimato a riqualificare la condotta dell'incolpato nell'esercizio del potere sanzionatorio che la legge gli attribuisce.

Né può ravvisarsi alcuna violazione del principio di proporzionalità, alla luce della gravità dei fatti commessi dal ricorrente e tenuto conto: i) che originariamente nella contestazione dell'addebito si chiedeva la destituzione dell'interessato; ii) che, peraltro, nel 2014 il ricorrente è stato condannato con sentenza divenuta irrevocabile ex art. 444 c.p.p. per truffa ai danni dello Stato in relazione agli stessi fatti.

2.3. In ragione delle suesposte considerazioni il ricorso deve essere respinto.

Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la regola della soccombenza, come di norma.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio in favore del Ministero resistente, liquidate complessivamente in 3.000,00 (tremila/00), oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1, del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il ricorrente.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 19 giugno 2018 con l'intervento dei magistrati:

Alberto Di Mario, Presidente Valentina Santina Mameli, Primo Referendario

Oscar Marongiu, Primo Referendario, Estensore

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 27 AGO. 2018.
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LaPrevidenza.it, 08/10/2018