domenica, 29 novembre 2020

Manovra d'estate e riforma del processo previdenziale ed assistenziale

D.L. n. 98 del 6.07.2011, art. 38, conv. l. n. 111/2011 - Avv. Daniela Carbone

 

Con il d.l. n. 98 del 2011, convertito con modifiche in legge n. 111 del 2011, sono state introdotte una serie di norme finalizzate al risparmio di spesa relative ai settori più disparati. Tra questi, gli artt. 37 e 38 riguardano la giustizia e l’art. 38 in particolare attiene  al processo previdenziale (relativo a cause inerenti la pensione d’inabilità e l’assegno di invalidità ai sensi della legge n. 222/1984) ed assistenziale (ovvero le cause relative ad invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità).

L’art. 38 del d.l. 6 luglio 2011 n. 98, convertito in legge n. 111 del 2011 al comma 1, lettera a) prevede che i processi pendenti in primo grado alla data del 31.12.2010, ove una delle parti sia l’Inps, il cui valore non superi euro 500,00, siano dichiarati estinti con decreto emesso anche d’ufficio dal giudice di primo grado, con riconoscimento della pretesa fatta valere e compensazione delle spese di lite che rimangono in capo a ciascuna parte. Da ciò consegue la necessità, per i suddetti procedimenti, che i legali dichiarino a verbale alla prima udienza utile il valore della causa onde evitare l’estinzione della stessa. Finalità della norma in questione è evidentemente di natura deflattiva rispetto al contenzioso minore. Tuttavia, così disponendo la norma, vengono fatte rimanere a carico del ricorrente, che pur abbia avuto ragione, le spese di lite le quali potrebbero esser ben superiori all’importo ottenuto in giudizio.

Ulteriore previsione fortemente innovativa del processo previdenziale è quella contenuta nella lettera b) dell’art. 38 succitato, che prevede l’introduzione dell’art. 445 bis con cui viene completamente riformata la disciplina del processo relativo alle materie previdenziale e assistenziale mediante previsione dell’obbligo,  preliminare al giudizio di cognizione piena, di presentazione dell’istanza di accertamento tecnico preventivo per la verifica delle condizioni sanitarie legittimanti la pretesa fatta valere. Suddetto obbligo costituisce condizione di procedibilità per cui il mancato rispetto dello stesso può essere sia eccepito dalla controparte (a pena di decadenza) sia rilevato d’ufficio dal giudice non oltre la prima udienza, all’esito della quale se l’istanza non è stata presentata o l’accertamento non si è concluso, viene fissato un termine di quindici giorni affinché la parte presenti l’istanza di accertamento tecnico preventivo o proceda alla conclusione dello stesso.

Per espressa previsione normativa, la richiesta di espletamento dell'accertamento tecnico interrompe la prescrizione.

Il giudice, terminate le operazioni di consulenza, con decreto comunicato alle parti, fissa un termine perentorio non superiore a trenta giorni, entro il quale le medesime devono dichiarare, con atto scritto depositato in cancelleria, se intendono contestare le conclusioni del consulente tecnico dell'ufficio.

In assenza di contestazione, il giudice, se non dispone il rinnovo della consulenza medica o la sostituzione del perito (ex art. 196 c.p.c.), con decreto pronunciato fuori udienza entro trenta giorni dalla scadenza del termine previsto dal comma precedente omologa l'accertamento del requisito sanitario secondo le risultanze probatorie indicate nella relazione del consulente tecnico dell'ufficio provvedendo sulle spese. Il decreto, non impugnabile nè modificabile, è notificato agli enti competenti, che provvedono, subordinatamente alla verifica di tutti gli ulteriori requisiti previsti dalla normativa vigente, al pagamento delle relative prestazioni, entro 120 giorni.

Nei casi di mancato accordo la parte che abbia dichiarato di contestare le conclusioni del consulente tecnico dell'ufficio deve depositare, presso il giudice di cui al comma primo, entro il termine perentorio di trenta giorni dalla formulazione della dichiarazione di dissenso, il ricorso introduttivo del giudizio, specificando, a pena di inammissibilità, i motivi della contestazione.

La succitata previsione normativa evidenzia una serrata tempistica per lo svolgimento del neo processo previdenziale/assistenziale la quale, se da un lato avrà sicuramente un effetto benefico in quei tribunali ove il ritardo è cronico anche nella trattazione delle cause previdenziali in questione, il cui nodo cruciale essenzialmente e prevalentemente è solo la CTU medico-legale, dall’altro comporta un aggravio di disciplina per i ricorrenti laddove prevede che le sentenze emesse all’esito del giudizio di cognizione, svoltosi secondo a seguito dell’accertamento tecnico preventivo di cui all’art. 445 bis cpc, siano inappellabili.

Il giudice all’esito dell’accertamento tecnico preventivo dovrà liquidare, oltre alle spese di ctu anche quelle legali, in analogia a quanto previsto dagli artt. 702 ter cpc, per il processo sommario di cognizione.

Daniela Carbone

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LaPrevidenza.it, 13/01/2012

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