lunedž, 26 ottobre 2020

Legittimo il diniego di concessione del permesso di soggiorno in presenza di rapporto di lavoro fittizio e conseguente buco contributivo

T.A.R. Marche, Ancona sez. I, sentenza 1.10.2016 n. 604 

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per le Marche  (Sezione Prima) ha pronunciato la presente

SENTENZA ex art. 60 cod. proc. amm.;

sul ricorso numero di registro generale 470 del 2016, proposto da: Sh. Kh., rappresentato e difeso dall'avvocato Laura Baldassarrini C.F. BLDLRA76S48E783B, domiciliato ex art. 25 c.p.a. presso la Segreteria T.A.R. Marche, in Ancona, via della Loggia, 24;

contro

Ministero dell'Interno, Questura di Macerata, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliati presso la sede della stessa, in Ancona, piazza Cavour, 29;  per l'annullamento  previa sospensione, del decreto prot. n. 14400/Imm. Cat. A12/2016, emesso dal Questore di Macerata in data 6/4/2016 e notificato al ricorrente in data 10/6/2016, di revoca del permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato sino al 5/7/2017, nonché di tutti gli atti allo stesso preordinati, consequenziali e comunque connessi del relativo procedimento e per ogni altra ulteriore statuizione. Visti il ricorso e i relativi allegati; Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno e della Questura di Macerata; Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nella camera di consiglio del giorno 21 ottobre 2016 il dott. Tommaso Capitanio e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale; Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.; Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

Fatto

1. Il ricorrente, cittadino pakistano residente in Italia dal 2007, impugna il provvedimento con cui il Questore di Macerata gli ha revocato il permesso di soggiorno per lavoro subordinato, rilasciato al sig. Kh. il 7 luglio 2015.

A fondamento della revoca il Questore ha posto la falsità (o comunque la non veridicità) della documentazione presentata dall'odierno ricorrente a sostegno della domanda di rilascio del titolo, ed in particolare della denuncia del rapporto di lavoro domestico del 15/6/2015 (datore di lavoro sig. Fe. An.) e di 6 buste paga riferite ai mesi giugno-dicembre 2014 (datore di lavoro sig. Sh. Al.).

2. In punto di fatto va chiarito che il sig. Kh. aveva in origine richiesto il rilascio del permesso di soggiorno CE, ma l'istanza era stata respinta perché era risultato falso l'attestato di superamento del test di lingua italiana previsto dall'art. 9, comma 2-bis, del T.U. n. 286/1998. La Questura aveva quindi rilasciato al ricorrente il permesso di soggiorno per lavoro subordinato "ordinario".

A seguito di notizia di reato trasmessa dalla Direzione Territoriale del Lavoro di Macerata (ed avente ad oggetto gli esiti di una verifica condotta sul predetto sig. Sh. Al. e sulla di lui coniuge) la Questura ha maturato la convinzione che il rapporto di lavoro a cui si riferivano le predette buste paga fosse fittizio e si è quindi determinata a revocare il titolo di soggiorno.

3. Il ricorso è affidato ai seguenti motivi:

- violazione artt. 7 e ss. L. n. 241/1990 (per omessa comunicazione di avvio del procedimento);

- lesione del legittimo affidamento e contraddittorietà fra provvedimenti (i fatti sulla base dei quali è stata disposta la revoca del permesso di soggiorno erano sussistenti già al momento del rilascio del titolo, il che vuol dire che la Questura ne aveva già tenuto conto, ritenendoli evidentemente non ostativi);

- violazione art. 5, comma 5, T.U. n. 286/1998 (in ogni caso, la Questura avrebbe dovuto tenere conto degli elementi sopravvenuti, ossia l'esistenza di rapporti di lavoro subordinato in essere fino al marzo 2016 e l'avvio di attività lavorativa autonoma dal 5 maggio 2016);

- violazione e falsa applicazione art. 5, comma 8-bis, e art. 4, comma 2, T.U. n. 286/1998;

- difetto di istruttoria.

4. Si sono costituiti il Ministero dell'Interno e la Questura di Macerata, chiedendo il rigetto del ricorso.

Con ordinanza n. 517/2016 il Tribunale ha disposto istruttoria, fissando per la prosecuzione la camera di consiglio del 21 ottobre 2016.

Alla predetta camera di consigli, fissata per la trattazione collegiale della domanda cautelare, il Collegio ha dato avviso alle parti della possibilità di definire il giudizio già in questa sede (visto che il contraddittorio è integro e che non sussistono ulteriori esigenze istruttorie), non riscontrando opposizioni o riserve di sorta.

5. Il ricorso va respinto, alla luce delle considerazioni che seguono.

È necessario preliminarmente dare conto degli esiti dell'istruttoria.

Il Tribunale, avendo ravvisato talune discordanze di date fra ciò che risulta dal provvedimento impugnato e quanto evidenziato dalla Questura nel rapporto informativo depositato in giudizio il 6 settembre 2016, ha chiesto chiarimenti su tali profili, nonché sugli accertamenti svolti con riguardo al rapporto di lavoro che sarebbe intercorso fra il ricorrente e il sig. Fe..

Nella relazione versata in atti il 3 ottobre 2016, la Questura ha chiarito che:

- la notizia di reato a cui ci si riferisce nell'atto impugnato è stata trasmessa dalla DTL il 16 marzo 2016 (e non il 16 marzo 2015, come erroneamente riportato nel provvedimento impugnato);

- il periodo al quale risalgono le assunzioni "sospette" da parte del sig. Sh. Al. e della sua coniuge va dal novembre 2013 al novembre 2015;

- dalle verifiche eseguite è risultato che il rapporto di lavoro con il sig. Fe. non risulta nella banca dati dell'INPS. Con memoria depositata nel corso della discussione orale, la difesa del ricorrente ha ribadito che non è stata accertata in sede penale la fittizietà dei rapporti di lavoro oggetto della citata denuncia della DTL e che, per il resto, il sig. Kh. ha fornito la documentazione idonea a provarne la veridicità.

6. Ciò premesso, il rigetto del ricorso discende dalle seguenti considerazioni:

- poiché la notizia di reato trasmessa dalla DTL è del marzo 2016, ne consegue che i fatti che emergono dalla stessa non potevano essere conosciuti dalla Questura al momento del rilascio del titolo oggetto di revoca (luglio 2015). Ciò fa venire meno uno degli argomenti essenziali su cui poggia il ricorso, ossia l'assunto per cui la Questura, pur essendo a conoscenza dell'esistenza dell'indagine penale, ha ugualmente rilasciato il titolo oggi revocato, il che in tesi di parte ricorrente vorrebbe dire che l'amministrazione aveva considerato irrilevante la vicenda (e che quindi l'odierna revoca si pone in insanabile contrasto logico con il provvedimento di rilascio del titolo);

- l'esistenza di un'indagine penale, seppure non è di per sé indice della responsabilità personale degli indagati, rileva in sede amministrativa ogni qualvolta dalla stessa emergano circostanze di fatto che in qualche modo ineriscono al procedimento amministrativo. Nella specie, dall'indagine è emersa la circostanza che il sig. Sh. Al. e la sua coniuge hanno assunto nel breve arco di due anni ben 31 (di cui 27 con mansioni di collaboratore domestico) cittadini extracomunitari, il che ha fatto sorgere negli inquirenti (e nella Questura di Macerata) il legittimo dubbio circa la reale esistenza dei predetti rapporti di lavoro. Né è possibile eccepire, con specifico riguardo alla posizione del ricorrente, il fatto che la Questura o la DTL non abbiano svolto verifiche ispettive presso il luogo di lavoro indicato nella comunicazione UNILAV. Infatti, e premesso che l'indagine penale ha preso le mosse proprio da una verifica ispettiva della DTL, un controllo eseguito ex post non sarebbe stato in alcun modo utile, visto che il rapporto di lavoro con il sig. Sh. era in ogni caso terminato già il 31 dicembre 2014;

- a questo si aggiunga che il rapporto di lavoro con il sig. Fe. non risulta nella banca dati INPS, per cui anche con riguardo ad esso la Questura ha maturato il convincimento della fittizietà del rapporto. Va infatti evidenziato che, come è espressamente specificato nel modulo di ricevuta della comunicazione UNILAV, la ricevuta non certifica la validità del rapporto di lavoro, riservandosi l'INPS la facoltà di verificare la veridicità dei dati indicati dal datore di lavoro nella suddetta comunicazione. È certo vero, come sostiene il ricorrente, che il pagamento dei contributi previdenziali è onere del datore di lavoro, per cui ben può accadere che, in caso di omesso versamento, l'estratto conto INPS può non riportare un rapporto di lavoro che si è invece effettivamente svolto. Ma è altrettanto vero che il lavoratore ha quantomeno l'onere di verificare l'avvenuto pagamento dei contributi e, in caso di riscontro negativo, di sollecitare l'assolvimento di tale obbligo (cosa che nella specie non risulta essere avvenuta). E questo è tanto più necessario laddove la sussistenza di un rapporto di lavoro sia presupposto essenziale per accedere a determinati benefici, fra cui il rilascio del titolo di soggiorno a favore di un cittadino extracomunitario;

- il ricorrente, pertanto, non è riuscito a dimostrare l'esistenza dei due rapporti di lavoro indicati in sede di domanda di rilascio del titolo. Come si evince dallo stesso estratto conto previdenziale allegato al ricorso, non considerando il rapporto di lavoro con il sig. Sh., esiste un "buco" previdenziale di circa 3 anni (dal 7/12/2012 all'1/10/2015, data di inizio del rapporto di lavoro con il sig. Santinelli), nel corso dei quali il ricorrente non risulta avere svolto ufficialmente attività lavorativa;

- né si può rimproverare alla Questura di non avere svolto accertamenti già nel 2015, visto che all'epoca non esisteva motivo per dubitare della esistenza dei rapporti di lavoro in base ai quali era stato addirittura richiesto il permesso di soggiorno CE. In effetti, non essendo in quel momento emerso alcun sospetto a carico del sig. Sh. e del coniuge, non vi era motivo per non rilasciare il permesso di soggiorno a cittadini extracomunitari che risultavano assunti dai predetti coniugi;

- quanto alla buona fede, la stessa non può essere ritenuta sussistente, visto che il sig. Kh. non si era fatto scrupolo di allegare un falso certificato di superamento del test di conoscenza della lingua italiana all'istanza di rilascio del permesso di soggiorno CE;

- a fronte di tali circostanze sono da considerare recessivi gli elementi favorevoli di cui in questi casi l'amministrazione deve tenere conto (inserimento sociale e lavorativo, esistenza di legami familiari - nella specie peraltro assenti -, etc.);

- ugualmente recessive sono le censure di ordine formale, visto che, anche ai sensi dell'art. 21- octies, comma 2, L. n. 241/1990, il ricorrente non ha fornito al giudice elementi tali da far insorgere il dubbio circa un diverso esito del procedimento. Va infatti ribadito che, anche volendo considerare la situazione lavorativa esistente al momento dell'adozione del provvedimento impugnato, vi è comunque una soluzione di continuità lavorativa di cui non è possibile non tenere conto. In sostanza, a voler applicare indiscriminatamente il principio di cui all'art. 5, comma 5, T.U., si darebbe la possibilità ai cittadini extracomunitari di ottenere comunque il rilascio o il rinnovo del titolo di soggiorno sulla base di attività lavorativa "intermittente" e precaria (e molto spesso avviata e conclusa in tempi "sospetti"), il che impedirebbe alle Questure di svolgere quell'attività di controllo del fenomeno migratorio che è pur sempre garanzia di tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico. Quanto all'attività di lavoro autonomo che sarebbe stata avviata dal ricorrente il 5 maggio 2016 (vedasi certificato della CCIAA di Napoli allegato al ricorso), la stessa non rileva in questa sede, perché ovviamente la Questura non ne poteva tenere conto al momento dell'adozione dell'atto impugnato (6 aprile 2016), e questo nemmeno se avesse effettuato la previa comunicazione di avvio del procedimento di revoca (visto che in quel momento l'attività di lavoro autonomo non era stata ancora avviata).

7. L'art. 5, comma 5, del T.U. si riferisce in effetti a situazioni ordinarie e diffuse, quale ad esempio la perdita temporanea del posto di lavoro (o di altri requisiti) dopo la presentazione della domanda di rilascio/rinnovo, a cui faccia seguito l'avvio di un nuovo rapporto di lavoro in un momento antecedente all'adozione del provvedimento conclusivo. Eccezionalmente le circostanze sopravvenute possono essere rappresentate per la prima volta anche in sede giudiziaria, ma quello che sicuramente l'art. 5, comma 5, non vuole consentire è che il cittadino extracomunitario si munisca di requisiti ad hoc da far valere solo per il tempo occorrente al rilascio del titolo, sia perché ciò sarebbe contrario alla ratio legis, sia perché, come è noto, l'acquisto di tali requisiti è spesso oggetto di vere e proprie estorsioni a danno degli stessi cittadini extracomunitari. Nella specie, per quanto detto in precedenza, il Collegio ritiene motivato il convincimento maturato dalla Questura circa la fittizietà dei rapporti di lavoro indicati dal ricorrente in sede di domanda. Questo, come affermato dalla ormai consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato (vedasi, per tutte, le sentenze nn. 3182/2014 e 4203/2016), è motivo sufficiente a giustificare il diniego o la revoca del titolo, fatta salva la possibilità per l'interessato di chiedere il rilascio di un titolo diverso (se ve ne sono i presupposti) e/o di segnalare all'amministrazione il fatto di essere stato completamente scagionato in sede penale.

8. Il ricorso va dunque respinto.

Le spese di giudizio possono essere però compensate, in considerazione delle particolari ragioni personali che sono alla base del presente ricorso.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per le Marche (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge e compensa le spese di giudizio. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Ancona nella camera di consiglio del giorno 21 ottobre 2016 con l'intervento dei magistrati:

Maddalena Filippi, Presidente

Tommaso Capitanio, Consigliere, Estensore

Francesca Aprile, Primo Referendario

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 31 OTT. 2016
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LaPrevidenza.it, 14/11/2016

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