domenica, 27 novembre 2022

Interruzione di gravidanza: decide la donna

Corte Costituzionale, ordinanza 19.07.2012, n.196 - Mariagabriella Corbi

 

Con l'ordinanza n. 196/2012, la Corte Costituzionale ha dichiarato in maniera palese l’improponibilità  di illegittimità costituzionale dell'art. 4, legge n. 194 sull'aborto, sottolineando che la legge assegna al giudice il ruolo di "verifica in ordine all'esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale".

Il Tribunale ordinario di Spoleto, su segnalazione del Consultorio familiare per l’autorizzazione ad una ragazza minorenne di poter interrompere la gravidanza senza darne notizia alla famiglia, con ordinanza datata 3 gennaio 2012, sollevava dubbi sulla legittimità costituzionale.

L'art. 4 stabilisce le modalità  per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, "la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito" può "rivolgersi a un consultorio".

 «Già nella sentenza 196 del 1987 questa corte ha precisato che il provvedimento di autorizzazione a decidere ha contenuto unicamente di integrazione della volontà della minorenne, per i vincoli gravanti sulla sua capacità di agire, rimanendo quindi esterno alla procedura di riscontro, nel concreto, dei parametri previsti dal legislatore per potersi procedere all'interruzione gravidica». L’interazione del magistrato è limitata «nella sola generica sfera della capacità (o incapacità) del soggetto».

«Soltanto responsabilità della donna» E aggiunge: «Anche nell'ordinanza 126 del 2012 si è affermato che sia attribuito a tale giudice - in tutti i casi in cui l'assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espresso - il compito di autorizzare a decidere, un compito che non può configurarsi come potestà co-decisionale, essendo la decisione rimessa soltanto alla responsabilità della donna».  Pertanto : «Il provvedimento del giudice tutelare risponde ad una funzione di verifica in ordine all'esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale, non essendo il rimettente chiamato a decidere o a codecidere».

Il dubbio di legittimità sollevato dal giudice del Tribunale di Spoleto è stato valutato inammissibile per irrilevanza, perché al giudice non è richiesto  dall’ordinamento una decisione né a palesare la propria volontà con la donna, quindi la norma è inapplicabile nel giudizio di rimessione.

 

D.ssa Mariagabriella Corbi

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LaPrevidenza.it, 11/09/2012

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