venerdž, 20 settembre 2019

I regali sono e restano regali!

Corte di Cassazione, 1^ Sez. Pen., sentenza 30.6.2010 n. 30463 - D.ssa Mariagabriella Corbi

 

Quando una relazione termina restituire i regali al fidanzato/a, benché antipatico, è un gesto di cortesia e rispetto, ma se lui li pretende facendo “ricorso a condotte violente ed intimidatorie per far valere nei confronti della stessa e dei suoi familiari la richiesta - non assistita da alcuna forma di tutela giuridica nel nostro ordinamento - di restituzione di oggetti e somme di denaro elargiti per mero spirito di liberalità come manifestazione del proprio affetto" è estorsione. La Cassazione ha condannato, sentenza n.30463 del 30 luglio 2010, un ragazzo di Salerno che, non accettando la fine della “storia” sentimentale aveva attuato delle azioni intimidatorie e persecutorie nei confronti della sua ex, concretizzate nell’induzione a salire sulla propria auto e costringendola a rimanervi per un lungo lasso di tempo nonché introduzione arbitraria e armata nella casa della famiglia della ragazza, ferendola. Inoltre nella vasta gamma di tentativi di "riconquista" c'è anche l’ estorsione. Infatti il ricorrente si era avvalso di minacce sia nei confronti della ragazza che dei suoi genitori per ottenere la restituzione dei regali offerti durante la loro relazione o, in sostituzione, avrebbe accettato il corrispettivo denaro in proporzione al valore degli stessi. In aggiunta chiedeva la restituzione di tutti i soldi spesi durante il rapporto, calcolati in modo rigoroso e minuzioso. Tutte queste azioni sono state sanzionate e condannate dagli Ermellini perché colui "che dopo la rottura sentimentale con la propria ragazza, faccia ricorso a condotte violente ed intimidatorie per far valere nei confronti della stessa e dei suoi familiari la richiesta - non assistita da alcuna forma di tutela giuridica nel nostro ordinamento - di restituzione di oggetti e somme di denaro elargiti per mero spirito di liberalità come manifestazione del proprio affetto." Molti adulti vivono la paura di essere abbandonati e questa è così forte da non essere controllabile fino a regredire allo stadio di bambini impauriti, distruggendo i rapporti che creano in maniera inconscia obbligando i loro partners ad agire. L’unica cosa che ovviamente vorrebbero evitare è l’abbandono. Quante volte da piccoli si è sofferto per la mancanza di qualcuno, magari della madre che esce per andare a lavorare? Diverse ricerche e studi di psicologia hanno evidenziato che casi del genere, ad esempio, possono riaffiorare nella fase adulta. L’”abbandono” é una “sindrome” che si palesa con una dinamica compulsiva, il soggetto che razionalmente sa che ciò che “sente” è distruttivo e senza senso ma, dal punto di vista emotivo, si trova costretto a vivere e ad agire senza che possa opporre la sua volontà.  Parliamo di persone che dimostrano, sotto altri profili, abilità e risultano totalmente affidabili, mentre sono pervase da paure, dubbi e insicurezze quando si innamorano.  Qualora ci si trovasse a sperimentare questa “sindrome” significa che sono presenti dei deficit nella struttura interna che lasciano trasparire un senso di precarietà nella  redisposizione di supportarsi e di nutrirsi emotivamente – nella coppia - senza delegare ad altri questo compito.  La sensazione che provano le persone nella sindrome di abbandono è una  vera e propria “fame” indotta dalla convinzione di non essere state soddisfatte dal punto di vista affettivo ed emotivo. Sintomi di una patologia che investe il senso di sé e della propria cura che, in tal guisa, li rende incapaci d’individuare quelle risorse personali; né possiedono il senso della “costanza oggettiva” che li renderebbe appagati sentendosi affettivamente nutriti  anche quando l’altra persona è assente e non supporta  fisicamente “come una madre”. Lo stato di continuità e la percezione di “poter contare” costituiscono la base indispensabile per strutturare un “mondo stabile interiore” che vada al di là della paura dell’abbandono, sulla solidità emotiva e sul senso di valore personale. Infatti è lo spauracchio di “restare soli”  che genera la metamorfosi perché viene intesa come una vera e propria morte.  La risoluzione di questa patologia avviene mediante una terapia di sostegno e supporto fino a quando la persona individua, in maniera consapevole, dentro di sé le risorse necessarie per fronteggiare le dinamiche emotive che tanto gli fanno paura e da cui teme di essere sopraffatto.

Mariagabriella CORBI

Dottoressa in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare - Mediatrice Familiare

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LaPrevidenza.it, 26/08/2010