sabato, 16 ottobre 2021

Affido condiviso anche se i genitori sono in conflitto

Cassazione civ., sez II, sentenza 18.9.2013 n. 21391

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ODDO Massimo - Presidente - Dott. BIANCHINI Bruno - Consigliere - Dott. D'ASCOLA Pasquale - Consigliere - Dott. CORRENTI Vincenzo - Consigliere - Dott. CARRATO Aldo - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso (iscritto al N.R.G. 7737/12) proposto da: S.S. (C.F. (OMISSIS)) e S.M. (C.F. (OMISSIS)), rappresentati e difesi, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dall'Avv. BATTAGLIA Maria Grazia, ed elettivamente domiciliato presso lo studio della stessa in Roma, Viale Mazzini, n. 119; - ricorrenti - contro S.V. (C.F. (OMISSIS)) rappresentato e difeso, in forza di procura speciale in calce al controricorso, dagli Avv.ti TARZIA Giorgio e Lucio De Angelis, ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest'ultimo, in Roma, Via di Val Gardena, n. (Ndr: testo originale non comprensibile); - controricorrente - avverso la sentenza n. 25/2012 della Corte d'Appello di Milano, depositata il 9 gennaio 2012 e notificata il 25 gennaio 2012; Udita la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica del 19 giugno 2013 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato; uditi gli Avv.ti Maria Grazia Battaglia, per i ricorrenti, e Lucio De Angelis, per il controricorrente; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per l'accoglimento, per quanto di ragione, del ricorso.

Fatto

Con atto di citazione, notificato il 21 dicembre 1992 l'Avv. S. V. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, il figlio S.S. e la nipote S.M., sostenendo che il suo genitore, S.G., con testamento pubblico redatto il 23 dicembre 1986, aveva lasciato in eredità tutti i suoi beni ai soli nipoti, nulla disponendo a suo favore; chiedeva, pertanto, che fosse riconosciuta la sua qualità di legittimario e ricostruita la sua quota ereditaria con riduzione di quella assegnata agli eredi testamentari, invocando, inoltre, il riconoscimento di alcuni crediti verso la massa ereditaria.

Nella regolare costituzione dei convenuti, i quali affermavano l'esistenza di asseriti "debiti" dell'attore verso la massa ereditaria, il Tribunale di Milano con sentenza non definitiva n. 11595/00, dichiarava che l'attore, legittimario pretermesso e leso nella quota di riserva, era creditore verso la massa della somma di L. 1.098.000, mentre nessun credito verso la massa veniva riconosciuto a favore dei nipoti, con la reiezione anche della richiesta di rendiconto dell'attore. A seguito di gravame promosso da S.V. avverso detta sentenza e nella costituzione degli appellati (che formulavano anche appello incidentale), la Corte d'Appello di Milano, con sentenza n. 2317/2004, in accoglimento dell'appello incidentale promosso da S.S. e, in parziale riforma della sentenza di primo grado, accoglieva la domanda di condanna del convenuto S. S. "a corrispondere al padre l'equivalente di L. 900.000 con gli interessi legali", nonchè la domanda degli appellati S. S. e M., stabilendo che le spese straordinarie sopportate per la manutenzione dei due appartamenti, facenti parte dell'asse ereditario, dovessero ricadere su tutte le parti; accoglieva, in ultimo, la domanda dell'appellante S.S. di rimborso delle spese sopportate nell'interesse della massa, ritenendola provata per la somma di L. 10.000.000.

Tale sentenza veniva impugnata da S.V. con ricorso per cassazione, con riferimento al quale gli intimati non si costituivano nel giudizio di legittimità.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 14415/2008, depositata il 29 maggio 2008, accoglieva il terzo ed il quarto motivo di ricorso, respingendo gli altri, cassava la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinviava, anche per la pronuncia sulle spese, ad altra sezione della Corte d'Appello di Milano. La Corte di Cassazione, a sostegno della sua decisione, riteneva che il giudice d'appello, nel riconoscere in favore di S.S. un credito di L. 10.000.000 per il rimborso delle spese sopportate nell'interesse della massa ereditaria, non aveva specificatamente indicato le singole voci di credito e i relativi importi, richiedendosi, per tali ragioni, un riesame in sede di rinvio degli elementi di prova in proposito rilevanti.

Con atto di citazione in riassunzione, notificato il 17-20 ottobre 2008, l'avv. S.V. conveniva, dinanzi alla Corte d'Appello di Milano (in diversa composizione), S.S. e M., perchè, in parziale riforma delle sentenze di primo e secondo grado, fosse riconosciuto il suo diritto di credito verso la massa ereditaria per la somma di L. 21.745.000, oltre interessi, e perchè venisse respinta, ove fosse stata riproposta, la pretesa creditoria di S.S. verso la massa ereditaria per la somma di L. 10.000.000 e, comunque, ogni altra domanda dei convenuti, col favore delle spese, diritti e onorari dei vari gradi del giudizio.

I convenuti in sede di rinvio si costituivano chiedendo il rigetto di tutte le domande formulate e chiedendo, altresì, che S. S. fosse accertato e riconosciuto creditore verso la massa ereditaria dell'importo di L. 42.948.316 o di quell'altra somma ritenuta documentata, oltre interessi e rivalutazione dall'apertura della successione.

La Corte d'Appello di Milano, con sentenza n. 25/2012, depositata il 9 gennaio 2012 e notificata il 25 gennaio 2012, definitivamente pronunciando, rigettata ogni altra domanda, dichiarava che S. V. era creditore verso la massa ereditaria della somma di L. 5.133.550; condannava M. e S.S. alla rifusione delle spese legali del giudizio di rinvio, disponendo il non luogo a provvedere sulle spese della pregressa fase di legittimità, nella quale M. e S.S. non avevano svolto attività difensiva.

Avverso detta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli stessi S. e S.M., articolato in tre motivi.

S.V. ha resistito con controricorso.

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..

Diritto

1. Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato la supposta violazione degli artt. 345 e 394 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, consistente nell'implicito rigetto dell'eccezione di inammissibilità della domanda nuova formulata dall'attore in riassunzione, volta a sentirsi dichiarare creditore verso la massa ereditaria di L. 21.745.000. 2. Con il secondo motivo i ricorrenti hanno dedotto la violazione degli artt. 346, 383, 384 e 394 c.p.c., il tutto in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, consistente nel rigetto dell'eccezione di inammissibilità della domanda formulata dall'attore in riassunzione volta a sentirsi respingere la pretesa creditoria di S.S. verso la massa ereditaria per la somma di L. ire 10.000.000 e, comunque, di ogni altra domanda di S. e S.M. nei suoi confronti e/o della massa ereditaria.

3. Con il terzo motivo i ricorrenti hanno censurato la sentenza impugnata per asserita violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, consistente nell'omissione dell'esame e della valutazione della produzione documentale in atti dei ricorrenti; in subordine, hanno inteso confutare la sentenza emessa in sede di rinvio per omessa applicazione degli artt. 1199 e 2967 c.c. e, in ogni caso, per insufficiente e contraddittoria motivazione della riduzione del credito dei ricorrenti, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

4. Rileva il collegio che il primo motivo è da considerarsi inammissibile.

Con la censura in esame i ricorrenti hanno, in sostanza, inteso evidenziare che, nel decidere la causa nel merito mediante il parziale accoglimento della domanda dell'avv. S.V. diretta all'ottenimento della dichiarazione della sua qualità di creditore verso la massa, la Corte di appello di Milano, in sede di rinvio, aveva implicitamente respinto l'eccezione di inammissibilità della predetta domanda sollevata da essi convenuti con la memoria di replica del 15 novembre 2011, sull'assunto presupposto che si trattasse di domanda nuova (come tale non proponibile in sede di rinvio), dal momento che il S.V. aveva svolto, nelle precedenti fasi del giudizio, una domanda di condanna al pagamento nei confronti degli eredi testamentari, mentre nel giudizio di rinvio aveva formulato una domanda di accertamento del credito del legittimario verso l'asse ereditario.

Ciò posto, deve rilevarsi, in via generale, come sia risaputo che nel giudizio di rinvio è precluso alle parti di ampliare il "thema decidendum" e di formulare nuove domande ed eccezioni ed al giudice - il quale è investito della controversia esclusivamente entro i limiti segnati dalla sentenza di cassazione ed è vincolato da quest'ultima relativamente alle questioni da essa decisa - non è, pertanto, consentito qualsiasi riesame dei presupposti di applicabilità del principio di diritto enunciato, sulla scorta di fatti o profili non dedotti, nè egli può procedere ad una diversa qualificazione giuridica del rapporto controverso ovvero all'esame di ogni altra questione, anche rilevabile d'ufficio, che tenda a porre nel nulla o a limitare gli effetti della sentenza di cassazione in contrasto con il principio della sua intangibilità.

Pur essendo chiaramente condivisibile tale principio, deve osservarsi, tuttavia, che, nella controversia in questione, non si versa in una ipotesi di proposizione di domanda nuova in sede di rinvio da parte del S.V.. Infatti, a parte la sostanziale equipollenza dell'espressione di vantare crediti verso la massa ereditaria ovvero verso gli eredi testamentari in via solidale (anteriormente al riconoscimento della fondatezza dell'azione di riduzione esercitata dal legittimario leso), va rilevato che - per quanto evincibile anche dalla sentenza di questa Corte n. 14415 del 2008 - già con la sentenza di primo grado (confermata sul punto in appello) era stata riconosciuta la fondatezza (per quanto di ragione) della domanda, così come avanzata dall'originario attore (oggi controricorrente) relativa alla sua pretesa economica verso la massa ereditaria, sottolineandosi, altresì, che la questione dell'addebito del credito alla massa anzichè solidalmente agli eredi non aveva formulato oggetto dei motivi di ricorso per cassazione e, quindi, del "thema decidendum" sottoposto alla Corte di legittimità, che poi aveva provveduto a cassare la sentenza di appello limitatamente al terzo ed al quarto motivo proposti nell'interesse del S. V., i quali, peraltro, attenevano proprio a profili presupponenti il riconoscimento di suoi crediti verso la massa ereditaria.

5. Il secondo motivo di ricorso è destituito di fondamento e deve, perciò, essere respinto. Con tale doglianza i ricorrenti hanno inteso censurare il rigetto dell'eccezione di inammissibilità della domanda formulata dal S.V. in sede di riassunzione diretta all'ottenimento del rigetto della pretesa creditoria di S.S. verso la massa ereditaria per la somma di L. 10.000.000, assumendo che era proponibile nel giudizio di rinvio la questione dell'omessa contestazione da parte del riassumente del credito degli eredi nei confronti della massa di L. 42.948316 e che, in ogni caso, la somma controversa era limitata all'anzidetto importo di L. 10.000.000.

E' noto (come, del resto, ricordato nella stessa sentenza impugnata) che il giudice del rinvio, cui sia demandato il riesame della controversia in ragione del vizio di motivazione della sentenza impugnata, nell'ambito della sua discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell'apprezzamento dei fatti, non può considerarsi vincolato, se non nei limiti del dovere di tenere conto anche delle emergenze istruttorie trascurate in sede rescindente, da eventuali indicazioni in ordine al significato da attribuire ad alcuni elementi di prova, che assumono valore meramente orientativo e che non valgono a circoscrivere, in una sfera invalicabile, i suoi poteri, rimanendo egli libero nella valutazione delle risultanze processuali in forza dei medesimi poteri del giudice di merito che ha pronunciato la sentenza cassata, con l'unica limitazione consistente nell'evitare di fondare la decisione sugli elementi del provvedimento annullato ritenuti illogici e con necessità, a seconda dei casi, di eliminare le contraddizioni e sopperire ai difetti argomentativi riscontrati. Diversamente opinando si finirebbe con l'ammettere un apprezzamento dei fatti, precluso al giudice di legittimità, e il motivo di ricorso, ex art. 360 c.p.c., n. 5, si risolverebbe in un'inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito e, perciò, in una richiesta diretta all'ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione.

In altri termini, nella ipotesi di cassazione per vizi di motivazione, la sentenza rescindente, indicando i punti specifici di carenza o di contraddittorietà, non limita il potere del giudice di rinvio all'esame dei soli punti specificati, da considerarsi come isolati dal restante materiale probatorio, ma conserva al giudice stesso tutte le facoltà che gli competevano originariamente quale giudice di merito, relative ai poteri di indagine e di valutazione della prova, nell'ambito dello specifico capo della sentenza di annullamento, anche se, nel rinnovare il giudizio, egli è tenuto a giustificare il proprio convincimento secondo lo schema esplicitamente o implicitamente enunciato nella sentenza di annullamento, in sede di esame della coerenza logica del discorso giustificativo, evitando di fondare la decisione sugli stessi elementi del provvedimento annullato, ritenuti illogici, e con necessità, a seconda dei casi, di eliminare le contraddizioni e sopperire ai difetti argomentativi riscontrati.

La condivisibilità del riferito principio non può, però, comportare l'elusione, a seguito della sentenza di annullamento della Corte di cassazione, di preclusioni processuali o decadenze già verificatesi nelle pregresse fasi del giudizio.

Secondo la prospettazione dei ricorrenti la Corte di appello, anzichè ritenerla irrilevante in quanto preclusa dall'intangibilità del giudizio della Corte di Cassazione, avrebbe dovuto prendere in esame l'eccezione dei convenuti in riassunzione in ordine alla circostanza che non erano mai state sollevate contestazione da parte del S.V. circa le risultanze del doc. 42 prodotto dai convenuti nel giudizio di primo grado, ed accoglierla verificandone la fondatezza.

Senonchè, al di là dell'insussistenza dell'interesse da parte dei ricorrenti con riferimento alla censura del mancato accoglimento (sia pure per implicito) di una preliminare eccezione di inammissibilità della disamina della predetta documentazione sollevata dal S. V., occorre evidenziare che la sentenza di rinvio ha limitato la sua pronuncia alla verifica dei titoli ai fini di valutare la giustificazione del credito di L. 10.000.000 già riconosciuto al S.S. nel precedente giudizio di merito, in tal senso conformandosi al contenuto della sentenza rescindente con la quale era stato accolto, per vizio di motivazione, il quarto motivo di ricorso sul punto, senza che, nella precedente fase di legittimità, lo stesso S.S. si fosse costituito denunciando l'illegittimità della sentenza di appello in ordine alla limitata determinazione forfettaria del suo credito nella indicata misura di L. 10.000.000, la quale, perciò, era divenuta intangibile.

6. Il terzo motivo è, invece, da ritenersi fondato e, quindi, da accogliere nei termini che seguono. Con tale censura i ricorrenti hanno dedotto che, procedendo all'esame della documentazione da loro versata quali convenuti in riassunzione allo scopo di accertare l'entità del loro credito verso la massa, la Corte di appello, anzichè riesaminare gli elementi di prova secondo le indicazioni provenienti dalla sentenza di annullamento rescindente, ha fatto illegittimamente ricorso, quale criterio risolutivo di valutazione a tal fine, al principio secondo cui "il mero possesso di quietanze non costituisce prova dell'avvenuto pagamento da parte di soggetti detentori diversi dal debitore menzionato e non individuati sulla base di altri riscontri probatori, atteso che il possesso di quietanze potrebbe essere casuale soprattutto in ipotesi di successione conflittuali quali quella in esame". In tal modo, perciò, la Corte territoriale, a fronte di prove documentali e di pagamenti non rientranti tra i fatti non specificamente contestasti dalla controparte costituita, aveva erroneamente posto riferimento al suddetto principio - concepito quale massima di esperienza riconducibile all'art. 115 c.p.c., comma 2 -, così incorrendo nella violazione degli artt. 1199, 2967 e 2729 c.c..

In termini essenziali, quindi, i ricorrenti hanno inteso censurare la sentenza impugnata per omesso esame della produzione documentale da essi allegata nonchè la violazione delle norma da ultimo richiamate, congiuntamente al vizio di motivazione, avuto riguardo all'affermata applicazione del suddetto criterio valutativo sulla base del quale il mero possesso delle quietanze non costituirebbe prova del pagamento del relativo credito, soprattutto in mancanza di contestazione ad opera della parte avversa ed in presenza di una pretermissione dell'originario attore (ovvero del S.V.) dalla successione e dell'accertata presentazione, da parte del S. S., della denuncia di successione, di ricevute per spese condominiali anteriori alla disponibilità esclusiva dell'immobile di (OMISSIS), e di bollette di utenze (telefoniche, gas e luce).

Orbene, al riguardo, bisogna, innanzitutto, chiarire che il possesso delle quietanze di pagamento assume un rilievo diverso a seconda che si controverta in ordine al pagamento tra il creditore ed in debitore (posto che l'estinzione del credito è opponibile anche se il pagamento sia stato effettuato da un terzo) ovvero si controverta con terzi per il riconoscimento del pagamento ai fini del totale o parziale ristoro di essi, che è la situazione venutasi a verificare nella fattispecie.

Posto che i crediti degli eredi verso la massa fanno riferimento a spese da questi sostenute per far fronte al pagamento di debiti del "de cuius" nei confronti di terzi, è congruamente logico ritenere che tali somme possano risultare da quietanze emesse da tali terzi, intestandole agli eredi o all'eredità del defunto, su richiesta del soggetto che provvede al pagamento ed a cui favore spetta, di norma, il rilascio di apposita quietanza liberatoria, ai sensi dell'art. 1199 c.c.. Pertanto, è conforme ai principi giuridici in materia ritenere che il possesso delle quietanze da parte dell'erede testamentario costituisce prova presuntiva del pagamento da parte di quest'ultimo ai sensi della citata norma, non potendosi ritenere - come ha fatto apoditticamente la Corte territoriale - che il possesso di quietanze potesse essere casuale, soprattutto considerando la natura ereditaria della controversia. Ragionando in questo senso significherebbe svilire il valore presuntivo riconoscibile alla circostanza del possesso delle varie quietanze da parte del S. S., soprattutto in difetto di una specifica contestazione avversa, così come del tutto logica è l'affermazione dei ricorrenti in ordine all'individuabilità negli eredi testamentari (identificantisi con i medesimi ricorrenti, essendo stato il S. V. escluso dalle disposizioni testamentarie) di coloro che avevano adempiuto agli obblighi fiscali conseguenti alla successione e, quindi, successivamente legittimati a rivendicare il rimborso delle corrispondenti spese "pro quota" da parte dell'erede successivamente riconosciuto pretermesso.

Pertanto, contrariamente a quanto asserito dalla Corte di rinvio, deve affermarsi il principio secondo cui il possesso delle quietanze (relative ai diversi pagamenti dedotti con la terza censura), ancorchè prive di intestazione ovvero intestate al "de cuius" o alla sua eredità, costituisce idonea prova presuntiva dei relativi pagamenti da parte del possessore, sempre che esse si riferiscano a debiti ereditari ed il possessore si identifichi con uno degli eredi, salva l'allegazione di idonea prova contraria da parte dell'avente interesse. Allo stesso modo deve ritenersi che, qualora uno degli eredi abbia provveduto all'adempimento degli oneri economici dipendenti dall'assolvimento degli obblighi fiscali riconducibili alla denuncia della successione, egli ha diritto di rivalersi "pro quota" nei confronti degli altri eredi. In altri termini, le spese per la denuncia di successione sono da comprendere tra i pesi ereditari, cioè tra quegli oneri che sorgono in conseguenza dell'apertura della successione e, pur dovendo essere distinti dai debiti ereditari - ossia dai debiti esistenti in capo al "de cuius" e che si trasmettono, con il patrimonio del medesimo, a coloro che gli succedono per legge o per testamento - gravano sugli eredi per effetto dell'acquisto dell'eredità, concorrendo a costituire il passivo ereditario, che è composto sia dai debiti del defunto sia dai debiti dell'eredità, con la conseguenza che colui che ha anticipato tali spese ha diritto di ottenerne il rimborso dagli altri coeredi nei limiti della loro quota. Pertanto, in virtù di quanto esposto, la terza censura formulata dai ricorrenti deve essere accolta sia in ordine alle dedotte violazioni di legge che alle prospettate carenze ed illogicità motivazionali.

7. In definitiva, alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte, vanno rigettati i primi due motivi mentre deve essere accolto il terzo, con conseguente cassazione, sul punto, della sentenza impugnata ed il rinvio della causa ad altra Sezione della Corte di appello di Milano, che si conformerà ai principi di diritto precedentemente enunciati (evidenziati in neretto) con riguardo alle violazioni di legge ritenute fondate e riesaminerà la documentazione relativa alla quietanze riportate nel contenuto della censura accolta alla luce di tali principi giuridici, rielaborando una motivazione globale in merito ispirata a criteri di logicità ed adeguatezza. Al giudice di rinvio è rimessa anche la regolazione delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta i primi due motivi del ricorso ed accoglie il terzo;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Corte di appello di Milano.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 19 giugno 2013.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2013

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LaPrevidenza.it, 15/10/2013

ALESSANDRO BARONE
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