giovedž, 23 maggio 2019

Nicolò Machiavelli e la nascita della moderna scienza politica

 

Premessa

Asor Rosa sottolinea che la disfatta italiana del XVI secolo, tra i suoi effetti negativi e durativi nel tempo, fece emergere un concetto di politica fondato sull'arte di sfruttare a proprio vantaggio tutte le occasioni possibili, anziché di cercare di pilotare gli eventi, questo al fine della pura sopravvivenza ( A. Asor Rosa, Machiavelli e l'Italia. Resoconto di una disfatta, Einaudi, 2019).

Se è pur vero che la politica è l'arte del possibile, vi deve essere comunque un equilibrio tra l'adattarsi e il cercare di porre equilibri più avanzati, che pieghino gli eventi a proprio favore e della comunità che si rappresenta.

Viene a mancare una élite permanente che, fornita di proprie "virtù", sia in grado di produrre nel tempo personalità di statura e non solo navigatori a vista, forniti di visioni stagionali.

La Chiesa ne risulta in parte causa ma anche comodo capo espiatorio per le mancanze delle élite, della loro rissosità, favorita dalle differenze culturali dovute al corso della storia e alla sua frammentazione politica comunale di una visione unitaria.

Un politicismo e moralismo che nasconde in sé un amoralismo, i cui comportamenti apertamente opportunistici hanno legittimato e favorito.


Introduzione

Vi è la necessità di un riferirsi ai principi su cui è stata fondata la comunità per sfuggire alla decadenza e questo non può che avvenire per pressioni esterne o prudenza intrinseca.

Tuttavia il ritorno ai principi è sottoposto a una doppia condizione, che questi siano chiaramente riconosciuti e rettamente intesi, ma anche oggettivamente definite e riconosciute le condizioni storiche entro cui effettuare il ritorno. Oggettività storica e realismo politico ne sono le condizioni.

Non si può in questo agire fare calcolo sulla buona volontà degli uomini, essendo l'essere impastato di cattiva e buona volontà. Vi è pertanto la necessità di rispondere al male con il male, sorge tuttavia il dubbio se questa sia la via corretta non solo per acquisire il potere, ma soprattutto per mantenerlo.

Machiavelli osserva che si sono mantenuti al potere solo coloro che una volta giunti hanno convertito il male in bene, dando utilità ai sudditi. Costoro "possono con Dio o con gli uomini avere allo stato loro qualche rimedio" (Princ. 8).

I limiti sono pertanto in Machiavelli all'interno dell'agire politico, nella responsabilità del politico che presuppone una libertà dell'uomo, ma anche una problematicità storica.

Se la fortuna è metà dell'agire, solo una "ordinata virtù" ne può porre i limiti e in questo vi è la necessità di rifarsi alle salde radici del passato ( Princ. 25).

Vi è quindi una tensione tra fortuna e libertà, dove l'impossibilità di eliminare qualsiasi rischio è limitata da una propria coscienza dell'agire storico, evitando giravolte inconcludenti e bruschi cambiamenti di fortune. ( Disc. II, 30).

(N. Abbagnano, Storia della filosofia, Machiavelli, Vol. II, UTET, 1974)


Analisi

Nicolò Machiavelli fonda la moderna scienza politica, che attraverso la costituzione dello Stato moderno del XVII secolo, il pensiero di Locke, Hobbes, Montesquieu,la Rivoluzione inglese e francese, l'idealismo tedesco, il romanticismo, sfocia nel corso del Novecento con Mongenthau nella nascita della scienza delle relazioni internazionali (Bonanate).

La personalità di Machiavelli può definirsi nell'unità del compito politico e dell'indagine storiografica. Tutta la vita del Machiavelli è dedicata al tentativo di realizzare una comunità politica italiana.  "Il Principe" e "I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio" (1513) sono le opere che meglio rivelano la caratteristica del pensiero di Machiavelli e che fa di lui il primo scrittore politico dell'età moderna.

Uno dei principi fondamentali del pensiero del Machiavelli è che l'indagine, in qualsiasi campo si faccia, non può essere condotta che sul terreno della esperienza. Fedeltà alle cose, umiltà di fronte alle cose, lasciare che siano esse a dirci la "verità".

Occorre pertanto essere fedeli alle origini, alla spontaneità dell'agire e dell'essere umano nel suo specifico ambito naturale.

Nei fatti storici vi è una radice segreta che va scoperta e illustrata, questa radice è la "necessità" dei fatti storici. Necessità che distrugge gli Stati nonostante la buona volontà dei sovrani o la saggezza degli stessi .

Il mutamento, il moto dei tanti e vari fatti storici avviene in uno schema interno, uno schema di necessità perché la natura (secondo l'aristotelismo) è ciclo compiuto, nel quale si trovano tutte le vicende che si sono svolte e che si ripeteranno, non resta quindi che coglierne il ritmo tipico, che ritroveremo poi in ogni avvenimento.

I Romani, insomma, ci insegnano ad affrontare le varie vicende storiche che attraversiamo.

Questo naturalismo rinascimentale, che sembra sottovalutare la stessa volontà umana (la cui esaltazione il Machiavelli sente fortemente), viene conciliato con la libertà della volontà umana nel concetto di "virtù", o abilità, che si esplica insieme, ossia in rapporto al concetto di "fortuna".

Libertà umana e necessità naturale possono armonizzarsi: pur nei limiti della "fortuna" (caso, arbitrio, necessità); l'atto umano si inserisce efficacemente, se "virtuoso", se abile. Abilità: fredda, prudente, forte valutazione delle possibilità concesse dalla realtà.

Così è indispensabile (oltre la prudenza e la fredda valutazione) apprezzare l'energia, la "fortezza": "io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che rispettivo, perché la fortuna è donna: et è necessario, volendola tener sotto, batterla e urtarla".

Prudenza e freddezza dunque, ma anche energico e ragionato intervento.  Questa simpatia, anche estetica, per l'azione e per l'aggressione della realtà, non è per nulla in contraddizione con le premesse testé ricordate. Infatti, sarebbe grave errore considerare Machiavelli un teorico della politica, un filosofo della politica e dimenticare il trasporto, il pathos del militante politico che lo ha animato per tutta la sua esistenza. Machiavelli è infatti un politico impegnato e la sua operazione politica possiede un senso organico.

Dopo gli studi di Chabod e Sasso, è ormai un dato scontato che "Il Principe" nasce dalla presa di coscienza della crisi politica italiana alla fine del `400. Il suo pensiero politico è la risposta alla possibilità di soluzione positiva di quella crisi. Il "Principe" va inteso come un manifesto politico, un manifesto di partito, con relativo programma:

- Organizzazione di un nuovo Stato, fondato sulla :

- alleanza delle classi produttive urbane (borghesia) e

- delle classi rurali.

Un programma che esprime le esigenze delle forze produttive borghesi, cui Machiavelli si rivolge per persuaderle delle necessità di avere un capo.

Per educarle, cioè, alla necessità politica costituita dalle monarchie assolute (e il grosso successo della Francia sotto Luigi XI è lì a dimostrarlo).

E' evidente che la classe borghese trova nel quadro statale della monarchia assoluta un potere egemonico, dove, la stessa può svolgere con successo il proprio ruolo storico.

Questi concetti vengono esposti dal Machiavelli sia nel Principe (capitolo IX) che nel I° Libro dei Discorsi , dove propone al "principe nuovo" una particolare "politica delle alleanze", dove si precisa la struttura di classe del nuovo Stato e la Francia era già in tal senso strutturata.

Il quadro teorico è molto chiaro: uno Stato progredisce se la tensione di classe e lo sviluppo delle forze produttive trovano espressione adeguata nella "costituzione" dello Stato stesso.

Decadono invece gli Stati, quando le tensioni tra le classi non hanno sbocchi giuridici e istituzionali, interviene allora la necessità di una radicale riforma, di un adeguamento degli istituti alla logica dello sviluppo del sociale.

Machiavelli, nel parlare di questa conflittuale realtà del sociale, prende apertamente partito : egli sa che la feudalità è mortale per un qualsiasi ordinato sviluppo dello Stato. Discorsi: "Questi tali, i gentiluomini che oziano vivono delle rendite delle loro possessioni, sono perniziosi in ogni provincia e in ogni repubblica, ma più perniziosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella, et hanno sudditi che ubbidiscono a loro, talché colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non li spegne tutti", (dove il ricordo dell'opera di Luigi XI Valois è sin troppo evidente). I disordini politici sono attuati sempre da "chi possiede", si ché "tali generazioni di uomini sono al tutto i nemici di ogni civiltà" (Discorsi, 1, 55).

Il popolo invece, non aspira ad altro che a non subire soprusi o oppressioni e "i desideri dei popoli liberi (ovviamente dalla feudalità) rade volte sono perniciosi alla libertà". Per cui la tutela della libertà va affidata piuttosto al "popolo" che ai "grandi" e il principe che voglia assicurarsi un minimo di stabilità politica non può che appoggiarsi al popolo. (Discorsi, 1, 16).

Ed è una soluzione che s'impone specie nei momenti di crisi politica, quando cioè il quadro sociale è sconvolto dagli appetiti dei "grandi". Perciò il "Principe", per questo la necessità, per risolvere la crisi italiana, di una grossa personalità, che senza scrupoli e remore di alcun genere, spazzi via la riottosa e pericolosa feudalità, unifichi l'anarchia italiana in una monarchia assoluta, poggiante sul popolo.

"Colui che arriva al principato col favore popolare, vi si trova solo, e ha intorno nessuno o pochissimi che non siano parati a obbedire" (Principe, IX). E non si tratta soltanto di una tecnica politica che assicura il potere. Si tratta, invece, di una proposta politica: realizzare in Italia una sorta di "blocco storico" che saldi il potere centrale alle masse produttive borghesi, sul modello eminente della Francia e anche delle altre monarchie assolute.

Ecco perché il Machiavelli porta ad esempio di principe, il Valentino, Cesare Borgia, che restaura in Romagna l'ordine compromesso dall'anarchia feudale, dallo strapotere dei vari signori riottosi. Infatti, nel momento del tracollo della politica dei Borgia, lo Stato creato da Cesare resiste, mostra la sua stabilità, "ché la Romagna lo aspettò più di uno mese". E nel cap. XIX, le lodi alla monarchia francese, al suo rigido controllo "dell'ambizione dei potenti e la insolenza loro".

E nel fondamentale capitolo XXIV Machiavelli descrive senza mezzi termini la stessa decadenza italiana, che si spiega solo con l'incapacità dei principi italiani di stabilire un legame organico, una solidarietà organica con la base popolare.

Ed è ancora in questa prospettiva che si intende molto bene l'organicità della soluzione del problema militare.

Il suo radicale rifiuto del sistema dei mercenari e l'appassionata richiesta di milizie "cittadine": cioè, l'organica partecipazione del polo (borghesia e i suoi clienti) alla vita dello Stato, rendere facile la costruzione di eserciti che difendono lo stato stesso. "Buone armi" e "buone leggi" sono da Machiavelli sempre associate: le buone leggi fanno ovviamente buoni cittadini e questi saranno anche buoni soldati, perché avranno da difendere le ragioni stesse della loro esistenza. Chi identifica sé con lo Stato, ne sarà anche il miglior difensore.

C'è dunque nel pensiero del Segretario fiorentino una precisa indicazione di classe, un'ispirazione democratica; democrazia che si identifica, nell'epoca, con la monarchia assoluta. Democrazia significa qui, consenso attivo delle masse popolari per la monarchia assoluta, in quanto imitatrice e distruttrice della feudalità riottosa e anarchica e capace di limitare se non di contestare il potere assoluto dei Papi.

Monarchia assoluta che è in grado di fondare vasti stati nazionali (nel nostro caso, l'unità della Penisola), di governare efficacemente con l'aiuto del "popolo" (borghesia), poggiando sullo strumento dell'esercito nazionale, centralizzato, stabile. In questo senso, si spiega il significato rivoluzionario, per il contesto italiana, del pensiero di Machiavelli.

Quanto descritto e analizzato da Machiavelli e da lui riferito al Valentino, quale esempio, può con più successo rifarsi alla creazione e consolidamento dell'Impero Ottomano avvenuto tra `400 e `500. In questo si trovano molti modi di agire e pensare che il Machiavelli auspicava in un principe italiano al fine dell'unificazione della penisola, come in particolare la necessità primaria di mantenere l'unità di comando, circostanza più volte ripetutasi nella storia, con risultati spesso molto differenti tra loro.  D'altronde non può tutto ridursi all'uso cieco della forza e della paura, se si vuole che una struttura permanga e sopravviva al suo creatore, atti di magnanimità devono intervenire, come il fiorire di una cultura in cui riconoscersi ed il premiare la capacità creativa in qualsiasi campo si esprima, dall'arte all'economia.


Appendice: un caso emblematico

Il formarsi dell' Impero Ottomano e il suo apogeo con Solimano il Magnifico

Agli inizi del XV secolo, lo Stato turco-ottomano riesce a ricostruirsi non senza difficoltà, dopo l'uragano mongolo di Timur Leng (Tamerlano). Artefice di questo progressivo e grandioso riassetto con rifacimento su vaste basi territoriali è Mehmed I, alla cui morte lo stato ottomano è unificato e pacificato. Si estende in gran parte in Anatolia ma è già saldamente attestato anche in Europa.

Con il sultano Murad II, lo stato ottomano riprende l'espansione in Europa. Abile diplomatico e strenuo guerriero, lascia al figlio Mehmed (Maometto) un impero consolidato, un potente esercito, un' abile amministrazione, dove i posti di vizir sono affidati alle più importanti famiglie feudali turche. Sovrano colto e raffinato, pone la capitale dell'Impero ad Adrianopoli (Edirne), dove anima un centro intellettuale di poeti, saggi e letterati.

Quando muore nel 1451, il figlio Mehmed, per risolvere ogni possibile difficoltà futura, fa strozzare il fratello Ahmed. Piega con lauti doni la ribellione dei Giannizzeri ( Yeni ­ Ceri o guerrieri giovani) e li incorpora in un grosso gruppo di 7.000 detti "Segban", corpo specializzato del Sultano; tutti gli stati vassalli riconoscono il nuovo padrone.

Vinta la resistenza del Sultano di Karaman (Anatolia meridionale), lo scopo principale di Maometto II è subito chiaro: la conquista di Costantinopoli. Lentamente circondata, taglieggiata con sistema in modo inesorabile, Costantinopoli conosce un terribile assedio di quasi due mesi.  Sul finire del maggio del 1453, Costantinopoli cessa di essere tale e con lei muore l'ultimo resto del grande impero bizantino. Essa diventa Istanbul e resterà la capitale del mondo turco sino ai primi del `900, la grande chiesa cristiana di Santa Sofia è trasformata dal Sultano in moschea dell'islam.

La città intensamente turchizzata con l'immissione di contadini dall'Anatolia, mentre a fianco di costoro restano Greci e Italiani che continuano le vecchie attività. Istanbul sarà così il ponte tra Asia ed Europa, il legame tra la Turchia asiatica e quella europea.

La presa di Costantinopoli spaventa l'occidente cristiano. Nei Balcani essa ha per effetto immediato la sottomissione al Sultano e la dichiarazione di vassallaggio di molti principi greci minori (Peloponneso), insieme ai Genovesi di Chio e di Lesbo, oltre che del re di Serbia e della Repubblica di Ragusa (Dubrovnik), in Dalmazia Venezia scende a patti col Sultano.

Nel 1459, l'avanzata turca prosegue intensamente nei Balcani: eccetto Belgrado, tutta la Serbia è nelle mani dei Turchi, l'Albania deve cedere e una campagna nella Grecia lascia ai Veneziani solo alcuni porti del Peloponneso.

Nel 1461 Maometto II ripulisce l'Anatolia di quei piccoli possedimenti indipendenti nelle mani dei Genovesi, Sinope dove regnavano i principi Isfendihar e Trebisonda dominio del greco Comneno. Riconosce suo soggetto il principe dei Turchi del Montone Bianco (Akkoyunlù), sino ad allora indipendenti nei loro domini dell'Anatolia orientale.

Nei Balcani, Maometto II intraprende la spedizione in Romania, che lo porterà ad impadronirsi della Valacchia, dove sconfigge ed obbliga alla fuga in Ungheria Vlad-Dracul (il famoso Dracula), celebre per le sue efferatezze. Lo sostituisce col suo favorito, il giovane Radul, fratello del deposto principe.

Nel 1462, massacra la colonia genovese di Lesbo e ne diventa padrone quindi si porta nei Balcani e diventa padrone della Bosnia. La ribellione di Skander Beg in Albania, avrà come conseguenza l'occupazione sanguinosa di quel paese e la fuga di migliaia di Albanesi nelle terre del Regno di Napoli. Maometto II ottiene poi il vassallaggio della Bessarabia. Sterminerà o renderà schiavi vendendoli poi nell'Impero tutti gli abitanti genovesi delle colonie del Mar Nero (Kaffa, Azov), diventando padrone della Crimea.  A partire dal 1474, incursioni di migliaia di "azab" (eserciti irregolari che muovono a scopo di rapina e di distruzione) vengono lanciati dalle basi serbe e bosniache contro l'Ungheria, la Transilvania, l'Austria, la Dalmazia e lo stesso Friuli. La guerra intermittente con Venezia si conclude con una tregua precaria, che lascia ai Veneziani molto poco dei loro domini nell'Egeo e in Grecia. Venezia deve anzi pagare un tributo di 100.000 ducati annui e somme analoghe vengono estorte a vari titoli a più città dalmate.

In Italia la paura del turco è grande, specie sull'Adriatico e nel Mezzogiorno. Se Ancona offre spontaneamente le chiavi della città al Sultano, i Turchi si attestano per qualche tempo a Otranto dove massacrano buona parte degli abitanti e di lì conducono puntate nelle Puglie (assedio di Trani). La reazione del re di Napoli (Ferrante d'Aragona) riuscirà tuttavia a cacciare questo pericoloso avamposto turco dall'Italia.

Dopo aver invano tentato di impadronirsi di Rodi, mentre pensa ad una spedizione in Egitto, Mehmed II (Fatih = il conquistatore) muore, non senza aver provveduto anche ad un regolamento organico di leggi (le prime) che dovevano aver vigore in tutto l'Impero.

Alla morte di Maometto II, succede il figlio, Bayézid II (1481 ­ 1512).

Bayézid II riesce con molte guerre contro vari nemici a mantenere integro il grande impero ottomano formato dal padre. Alla sua morte l'ordine e la pace regnano nell'Impero. Le uniche difficoltà gli sorgono in famiglia, dove il figlio Selim gli si ribella, lo fa deporre con l'aiuto dei suoi giannizzeri. Il vecchio sultano Bayézid, s'ammala e di lì a poco, amareggiato, muore.

Il giovane sultano massacra i fratelli e i nipoti (SelimI Yavuz = il Terribile) e dopo essersi assicurato le spalle patteggiando la pace con Venezia, la repubblica di Ragusa e il re d'Ungheria, muove contro lo Scià di Persia Ismail, che accordava protezione al giovane nipote di Selim.

L'armata turca schiaccia nel 1514 l'esercito persiano ed entra a Tabriz, capitale della Persia. Nel 1515 Selim distrugge lo stato dei principi di Dulkadtr (il Kurdistan), che erano imparentati con la sua famiglia.

Dopo aver riorganizzato l'esercito, che è diretto dall' "agha" dei Giannizzeri assistito da 7 alti ufficiali, muove contro il sultano dell'Egitto e diventa padrone di tutta la Siria, la Palestina e l'Egitto.  Lo sceriffo della lontana mecca lo riconosce come capo dell'Islam e protettore delle città sante di Medina e della Mecca.

Il mondo arabo, per la prima volta, riconosce così alla Turchia e al Sultano di Istanbul la guida di tutto il mondo mussulmano. Tornato da trionfatore in Turchia, Selim si appresta a mettere l'assedio a Rodi, quando improvvisamente (forse per veleno) muore nel 1520.

Con la sua grande opera, il Signore della Sublime Porta (cioè il sultano turco), è ora anche "califfo" (capo dei credenti). Il dominio imposto da lui ai paesi arabi durerà (salvo l'Egitto) sino al 1918. Il sultano Selim regnò in modo spietato (di qui il titolo di Yavùz = il Terribile).

Il figlio che gli succede, Suleyman Kanuniy (il Legislatore) è appunto il sultano Solimano il Magnifico degli Occidentali, è' il più grande sultano ottomano. Sotto il suo regno, l'Impero Turco ha raggiunto la massima estensione, paragonato in vastità allo stesso Impero Romano, e gareggiando da pari con il grande Impero cristiano di Carlo V. Il Sultano turco s'impone infatti come mediatore tra i due grandi della Cristianità, Carlo V e Francesco I.

All'interno del suo stato, il Sultano ha creato un insieme di istituzioni e di leggi destinate a organizzare nel modo migliore l'amministrazione dell'immenso dominio ottomano.

Sin dalla sua ascesa il Sultano concede il rituale dono d'avvento ai Giannizzeri e mostra la sua clemenza, inviando in patria i prigionieri egiziani portati da suo padre in Turchia.

Tuttavia reprime con massima severità la rivolta di Damasco e del governatore dell'Egitto, che aveva osato ribellarsi.

All'estero, Solimano condurrà ben 13 campagne di guerra. Alleatosi con il re di Francia, che lo ha incitato ad attaccare Carlo V sia in Austria che in Ungheria, il Sultano turco non si lascia sfuggire l'occasione e profitta delle difficoltà di Carlo V per impadronirsi in diverse campagne di tutta l'Ungheria, non senza aver conquistato finalmente anche Rodi, dove l'ordine dei Cavalieri di S. Giovanni deve partire per installarsi a Malta.

Negli attacchi turchi all'Ungheria, il re Luigi morirà nella battaglia di Mohàcs (1526). Per un secolo e mezzo, l'Ungheria resta dominio ottomano. Padrone dell'Ungheria, Suleyman pensa ora di dare un gran colpo alla stessa Austria, dove nel 1529 mette l'assedio a Vienna, senza però riuscire a conquistarla.

Intanto nel Mediterraneo, il Sultano che estende i suoi domini anche all'Algeria, eccita e alimenta la pirateria saracena contro l'Italia e soprattutto la Spagna. Ad Algeri c'è la squadra corsara di Kaireddin, il corsaro turco che Solimano mantiene attivo contro la flotta di Carlo V.

Lo stesso imperatore cercherà con la flotta spagnola di impadronirsi di Algeri, ma fallirà miseramente l'impresa.

Nel 1532, Solimano cerca per una seconda volta di impadronirsi dell'Austria, che invade mettendo a sacco la Stiria.

Tuttavia Andrea Doria, che è ora schierato al servizio di Carlo V, riesce ad impadronirsi di Corone, Patrasso e Lepanto nella Grecia, un armistizio è firmato nel 1533 tra il Sultano e Carlo V. Solimano pensa ora a colpire lo Scià di Persia, che la diplomazia di Carlo V gli ha messo contro per creargli difficoltà in Asia. Solimano invade la Persia e occupa l'Azerbajgian e l'Iraq.

Per le pressioni francesi, negli anni seguenti, il Sultano riprende le ostilità contro l'Impero. Quanto restava legato a Carlo V e all'Austria in Romania e Ungheria viene eliminato, mentre in Occidente, i corsari saraceni di Kaireddin insieme ai Francesi assediano Nizza. Dopo altre fortunate campagne contro la Persia e diverse battaglie contro Ferdinando d'Austria, Solimano muore combattendo gli Austriaci a Szeged (in Ungheria) nel 1566.

Con lui l'Impero ottomano era asiatico ed europeo insieme. Grazie alle conquiste effettuate dopo Maometto II, il grande impero turco si estende dalle frontiere con l'Austria al golfo Persico, dalla Crimea e dal Caucaso ai confini col Marocco. Il sultano turco disputa la supremazia assoluta a Carlo V come allo Scià di Persia.

"Si capisce come il continuo assedio all'Austria abbia minacciato di morte lo stesso Impero tedesco e con lui Carlo V. E come Francesco I e la Francia debbano alla Turchia la sopravvivenza".

Suleyman ha organizzato anche la potenza marinara ottomana con gli ammiragli corsari (Kapudàn pascià). Questa flotta gli avvalse il dominio sull'Algeria e sulla Libia e mantenne Italia e Spagna nell'incubo saraceno, la Spagna e l'Italia dovevano solo difendersi e nulla potevano contro l'Anatolia e la Grecia.  Il Sultano ha anche trasformato Istanbul. Sovrano assoluto, regna assistito da alcuni ministri (i vizir), che rispondono di molti compiti e che possono essere revocati in ogni momento (anche con la morte). Il Sultano risiede sia nel palazzo del Serraglio (Seray) di Maometto II che a Edirne (in estate).

Nel palazzo c'è la sua famiglia, i suoi schiavi e i suoi servi. Vi si riunisce il Divan o consiglio dei ministri. La sultana-madre (validé) ha cura dell'Harem, dove si trova la famiglia con gli schiavi. I servi vivono nell'altra ala del palazzo, i giannizzeri e varie specie di servi adatti a diverse funzioni, dipendono dal "silindhar" (capo degli eunuchi bianchi). Al centro, tra le due ali, c'è la sontuosa residenza del Sultano stesso, assistito da giovani ragazzi (cristiani di solito razziati un po' ovunque), che lo servono per necessità minute: gli "ichtoglan".

Il Gran Vizir ha nelle mani il governo e la cura degli affari correnti. Egli è padrone assoluto dopo il sultano, ma deve temere sempre per la sua vita, perché gli insuccessi gli costano la testa. Intorno al Vizir si riuniscono i vari ministri, i generali, gli ammiragli, i governatori.

Il più importante è il ministro delle finanze (defterdàr). Ogni provincia dell'Impero ha il suo "deftér" (registro) sempre aggiornato, dove sono fissate tutte le imposte in tutte le varie forme che esse devono versare nella casse del Sultano. Il defterdar di Istanbul li controlla tutti e amministra così la cassa generale dell'Impero.

L'esercito è un poderoso strumento nelle mani del Sultano: cuore di esso è il corpo dei Giannizzeri, costituito dalla "devscìrme": la razzia cioè di ragazzini non turchi e cristiani, rapiti un po' ovunque, portati a Istanbul e allevati da istruttori turchi, educati nella religione islamica. Sino al `500 è loro vietato di sposarsi e vivono in un clima di violenza per la guerra.

L'artiglieria è la prima d'Europa, la marina è molto curata e grossi arsenali sorgono sia nel Mar Nero che nel Mediterraneo, ma questo in sé non è sufficiente, Istanbul è con Suleyman anche un centro culturale notevole: storici, letterati e poeti sono alla sua corte, la moschea Suleymanie a Istanbul è opera d'arte.

(Prof. Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 05/05/2019