sabato, 22 settembre 2018

L'8 settembre e la ricostruzione della memoria

Prof. Sergio Benedetto Sabetta

 


Nel 75° dell'8 settembre è forse necessario ricordare il comportamento che ebbe il Governo italiano nel corso dell'armistizio, quando intere armate furono abbandonate al loro destino e fu ritenuto inevitabile se non necessario sacrificare l'intera armata nei Balcani, per un totale di oltre 650.000 unità, al fine di non destare sospetti ai tedeschi, i quali da parte loro stavano allestendo il "piano Achse" per il disarmo degli italiani. Sebbene gli stessi anglo-americani, nei contatti avuti a Lisbona, avessero sollevato il problema delle divisioni italiane nei Balcani per evitarne la cattura, proponendo il loro ammassamento sulla costa per un possibile rimpatrio via mare.

Dalla testimonianza di Ambrosio, resa alla commissione Palermo, in data 15/11/1944 (22, Elena Aga Rossi, Cefalonia, Il Mulino, 2016), Badoglio volutamente tacque ai comandi periferici, in particolare nei Balcani, le trattative in corso per evitare in caso di indiscrezioni l'inevitabile rappresaglia germanica.

Anzi invitò a collaborare attivamente con l'Alleato e, per non destare sospetti, accettò di cedere posti strategici e creare ad agosto in Grecia un Comando misto sotto controllo germanico, favorendo al contempo l'afflusso di nuovi reparti germanici, che venivano inviati da Berlino con la scusa di un sostegno al demoralizzato esercito italiano.

Si venne così a creare una situazione particolarmente difficile, anche dove gli Italiani prevalevano numericamente, né gli ordini furono più chiari al momento dell'armistizio.

Il "Promemoria n. 2" consegnato al Gen. Vecchiarelli, comandante dell'XI armata che occupava la Grecia e le Isole, dal Gen. Gandini, suo capo di stato maggiore, dal rientro dall'Italia, così affermava relativamente alla Grecia continentale e Creta : [ "E' lasciata libertà al comando di Armata e delle truppe di Creta di assumere l'atteggiamento generale nei confronti dei germanici che sarà ritenuto più opportuno". Questa dichiarazione ambigua era però seguita nei paragrafi successivi da una direttiva precisa: "Le posizioni di difesa costiera in consegna alle truppe italiane saranno mantenute e difese per un breve periodo di tempo [...] fino alla sostituzione con le truppe germaniche, e questo eventualmente anche in deroga agli ordini del Governo Centrale, sempre quando naturalmente, da parte tedesca, non vi siano atti di forza". Con questa frase si ordinava di continuare a collaborare con i tedeschi anche dopo l'armistizio contro eventuali sbarchi anglo-americani. La frase conclusiva conteneva l'ordine di "riunire al più presto le forze preferibilmente sulle coste in prossimità dei porti".] (23 ­ Elena Aga Rossi, Cefalonia, Il Mulino, 2016).

Anche nei giorni successivi la situazione non migliorò, basti pensare agli ordini confusi che intercorsero con la Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù da parte dei Comandi. Il Comando Marina fece salpare per Brindisi tutte le unità navali, mentre dal Comando dell'XI armata si succedevano ordini contraddittori di attesa armata neutrale o di resa ai tedeschi.

Il succedersi di ordini ambigui e contraddittori produsse l'ulteriore conseguenza dell'allentarsi della disciplina a partire dal corpo ufficiali, atti di insubordinazione, vendita di armi e casermaggio, contatti improvvisati con elementi della resistenza in violazione degli ordini si succedettero, esempio ampiamente documentato ne è il caso di Cefalonia, in cui atti di eroismo si affiancarono ad atti di opportunismo.

Scrive a riguardo Meyer, fonte tedesca: " Su iniziativa di Pampaloni a questo punto ci fu un nuovo, importante incontro con Gandin, al quale prese parte, oltre allo stesso Pampaloni, ad Apollonio e a Romagnoli, il capo di stato maggiore, tenente colonnello Giovanni Battista Fioretti, il generale Gherzi e i comandanti dei reggimenti di fanteria, il tenente colonnello Cessari e il colonnello Ricci.

Con l'esplicita approvazione del suo superiore, il colonnello Romagnoli, Pampaloni disse che né lui né i suoi commilitoni avrebbero mai eseguito l'ordine di consegnare le armi ai tedeschi . Al che ­ così ancora l'ex capitano ­ Gandin non reagì, come egli temeva, facendo arrestare lui e Apollonio, ma si limitò a dire che si riservava "libertà d'azione" e invitò i presenti " a non prendere, frattanto, alcuna iniziativa".

Dopo questa decisiva riunione Gandin lasciò cadere l'ultimatum che Barge aveva fissato per le 18,00.

Probabilmente fu indotto a cambiare atteggiamento dal fatto che nel corso del pomeriggio si erano verificati scontri a fuoco e ammutinamenti anche in altre località dell'isola. Il secondo battaglione del 317° reggimento, ad esempio, si era rifiutato di eseguire l' ordine di abbandonare le sue posizioni a Frankara. [...]

Su iniziativa di Apollonio e del capitano dei carabinieri Gasco vennero anche rimessi in libertà "tutti i trecento reclusi" che si trovavano nel carcere di Argostoli, tra i quali non c'erano solo prigionieri politici ma anche criminali comuni. Ma soprattutto gli ufficiali italiani "ribelli" aprirono gli arsenali e distribuirono armi e munizioni agli uomini dell'EAM/ELAS. Più tardi verso le 20,00, Gandin rischiò di rimanere vittima di un attentato mentre si trovava nella sua auto: una bomba a mano scagliata da uno dei suoi uomini colpì la vettura, fortunatamente senza conseguenze" (202, H.F. Meyer, Il massacro di Cefalonia e la I° Divisione da montagna tedesca, Gaspari, 2014).

Questo non toglie l'eroismo del sacrificio di molti degli Ufficiali, Sottufficiali e Soldati che deciso lo scontro si batterono con coraggio, isolati, senza rifornimenti e sotto il fuoco indisturbato degli Stukas, privi come erano di copertura aerea, come non può negarsi l'opportunismo di alcuni. La Divisione, come del resto le armate in Italia e all'estero, furono sacrificate dall'imprevidenza e l'insipienza dell'allora governo.

In tutti questi anni è venuta meno la capacità e la volontà di riflettere ed elaborare sull'accaduto, si è creata una memoria mitica politicamente e conveniente o più semplicemente si è voluto dimenticare per motivi politici interni ed internazionali. Si sono creati degli eroi o dei martiri per non affrontare la difficoltà delle scelte umane, a cui comportamenti irresponsabili dei vertici governativi li obbligarono in uno sbando generale, dove il meglio e il peggio di ciascuno emerse tanto quanto essere umano che soldato vincolato da un giuramento, di cui si sentiva tutto il peso dell'unidirezionalità.

Quello che avvenne è uno specchio delle debolezze italiane e il non averne approfondito gli errori e gli orrori, sia in sede storiografica che giudiziaria, ne ha impedito di acquisirne una coscienza nazionale e la "conseguente assunzione di responsabilità di fronte alla storia e alla collettività" (34, I. Insolvibile ­ M. De Paolis, Cefalonia. Il processo, la storia, i documenti, Viella, 2017).

(In memoria del Serg. Benedetto Sabetta, Div. Acqui, Cefalonia, settembre 1943).
Invia per email

LaPrevidenza.it, 16/09/2018