sabato, 04 aprile 2020

Il Re e la sua coscienza ovvero il tempo sospeso

Prof. Sergio Sabetta

 

Nel marzo del 1990 Baldovino I, re dei Belgi, cattolico e credente, non volle mettere la firma in calce alla legge di parziale depenalizzazione dell'interruzione della gravidanza, sebbene approvata dal Parlamento e rientrante nei suoi obblighi costituzionali (art. 67), che gli impedivano espressamente la sospensione dell'applicazione delle leggi o dispensare dalla loro applicazione.

Il re, avvallato dal suo governo, dichiarò la propria impossibilità "morale" di regnare, rifacendosi agli artt. 79 e 82 della Costituzione, nonché all'articolo unico della legge 10/07/1945, la quale dà potere alle Camere di deliberare la fine dello stato di impossibilità al fine della ripresa dell'esercizio dei poteri reali.

L'art. 82 si riferisce agli impedimenti fisici determinati da gravi malattie fisiche o mentali, mentre l'art. 79 regola esclusivamente il periodo successivo alla morte del sovrano, vi è quindi una interpretazione estensiva ritenuta da una parte della dottrina forzata.

L'impedimento comporta il voto immediato del Parlamento sulla "tutela", con la nomina di un "reggente", potendosi ripetere la stessa problematicità, per cui nelle lettere inviate il 30 marzo e il 4 aprile 1990 dal re al primo ministro, nel presentare il proprio problema di coscienza, equipara la propria autosospensione di due giorni al proprio decesso con la conseguente assunzione provvisoria dei poteri reali da parte del Consiglio dei Ministri, secondo il combinato disposto degli artt. 79 e 82 della Costituzione.

La decisione di coscienza è stata criticata da molta parte della dottrina come contraria alla ragion di stato e alle funzioni istituzionali riconosciute alla corona, un precedente pericoloso in quanto permette di superare gli obblighi istituzionali che la funzione impone, minando in tal modo il funzionamento democratico.  L'individualismo personale, sebbene declinato in termini di coscienza, prevale sulla responsabilità del buon funzionamento delle istituzioni democratiche, d'altronde è stato osservato che non vi sarebbe stata corresponsabilità dovendo il re firmare per imposizione costituzionale.

La via alternativa più corretta sarebbe stata quindi l'abdicazione, che avrebbe comportato tuttavia, per le gravi implicazioni etiche e morali una probabile profonda crisi istituzionale, in uno Stato già profondamente diviso fra fiamminghi e valloni, in cui un conflitto di religione sarebbe stato l'ultimo problema da sollevare.

Altra via sarebbe stata la firma accompagnata da un comunicato ufficiale in cui il sovrano, di religione cattolica e profondamente credente, chiariva l'avere adempiuto per puro obbligo istituzionale ma dissentendo da un punto di vista etico personale in quanto sovrano cattolico.

Qui sorge evidente il profondo conflitto tra due doveri, l'uno istituzionale e democratico, l'altro di rispondenza alla disciplina cattolica a cui è anch'essa d'obbligo rispondere, proprio in quanto sovrano cattolico.

Non possono ignorarsi i due termini del conflitto se si vuole capire il dramma interiore in cui è caduto il re, stretto tra due doveri da cui non si poteva evadere con un atto ancor più dilaniante istituzionalmente quale è l'abdicazione.

Si parla di ragion di Stato e laicità dello Stato, ma è pur vero che su queste premesse si innesta la cattolicità, anch'essa istituzionale, del re.

Si vuole, pertanto, che l'una superi l'altra, in quanto frutto di una lunga elaborazione nell'età moderna del concetto di Stato, tanto da giungere nell'idealismo con Hegel e Fichte, all' identificazione tra Dio e Stato, con tutte le possibili aberrazioni che una tale concezione estremistica può condurre, basti riflettere alla storia del `900.

Resta, quindi, la difficoltà di mantenere un equilibrio tra la ragion di Stato e la coscienza dell'individuo, tra pubblico e privato, tra collettività ed individuo, senza che il prevalere di uno degli estremi porti all'abuso del potere.

E' pur vero che in natura e nell'uomo vi sono vari tempi.  Un tempo "lineare" ossia scientifico, giuridico e commerciale, della quotidianità - relazionale, in cui gli eventi esterni vengono considerati in una successione lineare all'infinito, in realtà una frammentazione di un rischio, come l'orizzonte è visto da una nave.

Vi è poi il tempo "circolare", proprio della natura in cui la successione dei tempi lineari conduce alla circolarità dell'esistere, dall'individualità umana al pulsare dell'intero universo.

Ma la circolarità conduce anche alla "puntiformità"del tempo, dove l'istante e l'infinito vengono a coincidere, nascita e morte, alfa e omega si riuniscono.

Infine vi è il "tempo sospeso", un momento privo del tempo stesso senza successione di istanti, nel quale la coscienza naviga senza mete, tra terra e cielo e riflette su se stessa. Un tempo difficile da definire, in quanto dentro l'essere ma estremamente difficoltoso da proiettare nella pluralità dei rapporti umani.

La "morte del re", da lui stesso dichiarata, crea un "tempo sospeso", difficile da intendere in termini giuridico - istituzionali, una proiezione all'esterno dell'interiore "tempo sospeso".
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LaPrevidenza.it, 01/02/2020