lunedž, 18 marzo 2019

Il contesto storico del costituzionalismo in Italia

Parte prima - L'Italia del dispotismo illuminato

 

Premessa

Già nelle codificazioni del secolo si manifestano le problematiche territoriali, che verranno ad evidenziarsi nei successivi secoli con l'Unità d'Italia.  La spinta innovativa dell'illuminismo austriaco che aggancia il territorio all'Europa centrale, le difficoltà nel rapporto con la Chiesa, le resistenze e i conflitti interni tra riforma illuministica e l'ancien regime, giungono a soffocare qualsiasi iniziativa tesa ad una visione pubblica di progresso sociale ed economico, ma soprattutto culturale, in ampie aree della penisola.

L'unitarietà organizzativa e normativa si risolve in squilibri nell'attuazione come nei risultati, il ritorno ad un localismo conflittuale ne sono la conseguenza.

Si perde la capacità di una codificazione unitaria, si fa riferimento a prospettive federaliste nel tentativo di sganciare le aree più avanzate e dinamiche dal peso delle aree più arretrate, agganciandosi alle aree economicamente avanzate dell'Europa.

Vi è pertanto un ritorno a elementi pre-settecenteschi, in una continua tensione irrisolta tra la ricerca di strutture più avanzate ed una settorializzazione sempre più spinta, che si trasformano in aspirazioni corporative.

Si formano nuovi accordi economici non manifesti alla ricerca di protezioni, anche quale risultato di una globalizzazione ideologizzata e non governata, in cui vi sono state delle parti che l'hanno utilizzata senza aderirvi. Vi è di fatto un parziale ritorno alle strutture giuridiche pre-codificazioni, in una girandola di accordi bilaterali tra moltitudini di soggetti statali, sovranazionali, locali e privatistici.

Prima parte  La prima metà del `700 vede le ultime manifestazioni della rivalità tra la Francia e gli Asburgo per l'egemonia continentale. Dopo le cosiddette guerre di successione che concernono l'Italia, la competizione si sposta verso una rivalità marittima e coloniale tra Francia e Inghilterra, le cui vicende più importanti non riguardano propriamente il settore mediterraneo.

Il re di Spagna Filippo V di Borbone e il suo ministro italiano, il cardinal Alberoni, non si rassegnano alla perdita dei possedimenti italiani. Con un colpo di mano, la Spagna si impadronisce nel 1717 della Sicilia; ma deve rinunciare alla conquista di fronte al fronte delle opposizioni: Francia ­ Austria ­ Inghilterra.

Proprio per questo, gli Asburgo decidono di organizzare meglio il loro dominio italiano e scambiano la Sardegna con la Sicilia, saldata così al continente napoletano.

La Sardegna va dunque ai Savoia, che sono appunto d'ora in poi " i re sardi"-

Dopo la caduta del ministro Alberoni, c'è una rinnovata alleanza tra la Francia e la Spagna in funzione antiaustriaca, in occasione della guerra per la successione polacca (1735). Il re di Sardegna si allea coi Borboni, sperando di conquistare la Lombardia austriaca, ma deve accontentarsi di Novara, Tortona e delle Langhe.

Al Trattato di Vienna del 1738, l'Austria ottiene anche le terre dei Farnese, i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, mentre il marito di Maria Teresa, Francesco duca di Lorena, diventa Granduca di Toscana, dove si estingue con Gastone la dinastia dei Medici. In compenso, tuttavia, i Borboni di Spagna mettono piede in Italia: don Carlos, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, diventa re delle Due Sicilie. E' importante osservare come d'ora in poi i Borboni di Napoli formano una dinastia del tutto napoletana, italiana, e le due Sicilie siano ora un regno italiano indipendente.

Nel 1740 scoppia la guerra per la successione austriaca. Il re di Sardegna si allea prima ai Borboni e alla Repubblica di Genova, ma, vista la piega degli avvenimenti, passa al campo avversario alleandosi con Maria Teresa. Il conflitto che si svolge nell'Italia e nelle Fiandre si risolve con la pace di Acquisgrana del 1748. I Savoia ricevono compensi insignificanti e l'Austria deve cedere il ducato di Parma a don Filippo, secondo figlio di Filippo V di Spagna e genero di Luigi XV.

La situazione in Italia è stabilizzata dal Patto di Famiglia delle quattro dinastie borboniche (Francia, Spagna, Due Sicilie, Parma) del 1761 e dal celebre "rovesciamento delle alleanze", l'intesa franco-austriaca del 1756.

Allo scoppio della "guerra dei sette anni", l'Italia, dove l'influenza borbonico-asburgica è un fattore di equilibrio e neutralizza le velleità dei Savoia, entra in una lunga era di pace che durerà sino a Bonaparte, nel 1792. E' il periodo del dispotismo illuminato.

Dopo il declino e la stagnazione del sec XVII, il `700 italiano è segnato da un notevole rinnovamento intellettuale e morale, influenzato certamente dal pensiero francese, cosmopolita quindi, ma con accenti propri genuinamente originali.

Così il realismo ispira le commedie di Goldoni, i poemi di Parini, l'opera di G. B. Pergolesi e di Domenico Cimarosa. Non mancano accenti nazionali nelle tragedie di Vittorio Alfieri, che incita gli Italiani a liberarsi dalle servitù di secoli di feudalesimo e oscurantismo; è l'età più brillante dei paesaggisti con la scuola veneziana di Longhi, Guardi, Canaletto e Tiepolo.  L'elemento decisamente innovatore risiede nel contributo italiano alle scienze: il fisico Alessandro Volta, il fisiologo Lazzaro Spallanzani, il matematico Lagrange e in particolare una folta schiera di pensatori politici, di giuristi di economisti ad altissimo livello. Il secolo del resto si apre con un genio isolato, che prende in considerazione il consorzio umano, elaborando una vasta sintesi esplicativa dell'evoluzione umana, G.B. Vico.

Muratori pone le fondamenta della storiografia italiana, mentre Antonio Genovesi dà il suo importante contributo al liberalismo economico ed è il primo professore in Europa di politica commerciale. Pietro Verri fonda il giornalismo in Italia con " Il Caffè" (1765), mentre il milanese Cesare Beccaria onora la civiltà italiana con la sua lotta per l'umanizzazione del diritto, che non deve essere strumento di repressione ma di utilità sociale e troverà in Giuseppe II d'Asburgo un suo lettore.

Eredi di Cartesio, di Locke, di Newton, gli "illuministi" sono dei pragmatici che pongono nella ragione, nel progresso e nella scienza una fiducia illimitata sovente utopistica, ma che comunque si pongono il problema del mutamento, della modifica delle condizioni materiali e sociali della Penisola.

In loro i sovrani trovano i loro collaboratori per la loro azione riformatrice. I grandi temi di questa cultura illuministica sono: il miglioramento dell'amministrazione, la giustizia fiscale, l'aumento della produzione agricola, ossia le idee dei Fisiocratici.

Occorre spazzare via ciò che ostacola l'evoluzione civile: l'immensità dei beni ecclesiastici (la mano morta), i pascoli collettivi di origine medievale, i privilegi del clero e le varie immunità, che vengono attaccate servendosi dei principi del Giansenismo a partire dal 1740. Dal 1767 i Gesuiti cominciano ad essere cacciati dagli Stati italiani e infine la Compagnia di Gesù è sciolta nel 1773 (breve Dominus ac Redemptor noster di papa Clemente XIV).

Occorre però tenere presente che le riforme non riguardano tutti gli Stati italiani, alcuni ne restano del tutto esclusi.

REGNO DI SARDEGNA

Lo Stato dei Savoia, che ha acquistato la Sardegna, resta una arretrata monarchia assoluta, dove i sovrani non hanno alcun interesse per il rinnovamento, ma puntano solo a rafforzare gli strumenti del loro potere assoluto.

REPUBBLICA DI GENOVA

L'oligarchia aristocratica della Repubblica è immersa nel più medievale oscurantismo. In piena decadenza economica, non è neppure in grado di conservare il proprio dominio sulla Corsica, così da dover vendere l'isola alla Francia nel 1758, dopo che i corsi si erano rivoltati.

REPUBBLICA DI VENEZIA

L'aristocrazia oligarchica di questo Stato dopo un effimero soprassalto di energia all'inizio del secolo, perde il dominio del Peloponneso col trattato di Passarowitz (1718). L'oligarchia veneziana vive nel lusso e diverte il popolo con le feste, ma sul piano politico ed economico, Venezia sopravvive e consuma le ultime rendite. Ridotta al litorale Adriatico subisce la concorrenza di Trieste, entrando gradualmente sempre più nell'orbita dell'Impero d'Austria, che esercita una sorta di non dichiarata tutela su questo Stato.

STATI PONTIFICI

Le condizioni sociali ed economiche sono qui tra le peggiori della Penisola. L'immobilismo politico e sociale è assoluto e più pesante che altrove.

I due grandi poli dell'illuminismo italiano vanno individuati negli stati asburgici e borbonici.

LOMBARDIA AUSTRIACA

E' infatti a Milano dove trionfa il riformismo teresiano e quello più sistematico di Giuseppe II e dove i risultati sono più radicali: si stabilisce un catasto e la percezione dell'imposta da parte degli agenti del Governatore. Vengono abolite le corporazioni medievali, si umanizzano i regolamenti giudiziari. I progressi economici vanno di pari passo, compare nella piana lombarda la moderna fattoria, l'azienda agricola a conduzione capitalista.

GRANDUCATO DI TOSCANA  La Toscana del granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena è il paese tipico dell'illuminismo italiano. L'uguaglianza fiscale è qui assicurata e il regime feudale è di fatto abolito; i beni della Chiesa sono frazionati e dati a piccoli proprietari. La pena di morte e la tortura sono soppresse in quella legislazione.

REGNO DELLE DUE SICILIE

Nelle terre borboniche, l'azione illuminista ha un esordio brillante, ma col tempo diventa poco coerente e i risultati sono più limitati che altrove. Se i sovrani di Napoli, sia l'elegante e dignitoso Carlo che il plebeo e rozzo Ferdinando IV, ebbero ministri di prim'ordine: l'operoso Tanucci e lo straordinario e geniale marchese Caracciolo. Ma le energie di questi uomini non riescono a modificare una struttura fondiaria feudale. La parte attiva e colta dell'aristocrazia è bilanciata da un'altra parte della stessa classe, reazionaria, volgare, di modi plebei, bonaria col popolo, ma ignorante e conservatrice: è da questa parte tanto negativa che sortirà il tipo del "re lazzarone" proprio con Ferdinando IV, che gli eventi storici portarono a capo della reazione italiana. Gli sforzi dei ministri illuministi a Napoli sortiscono tuttavia qualche risultato: i servizi pubblici diventano più efficienti, si comincia a incoraggiare lo sviluppo economico del regno. (Caserta, Napoli, Castellammare).

Più importanti o positivi i risultati nel secondo centro borbonico italiano:

IL DUCATO DI PARMA

La Parma di don Filippo e del duca Ferdinando, grazie agli sforzi del ministro francese Du Tillot, non è seconda alla Toscana. Condillac vi insegna filosofia.

L'Italia, nel corso di questi lunghi anni di pace, entra nel grande movimento europeo di aumento della popolazione e di rialzo dei prezzi. Nel 1770 ha 16 milioni e mezzo di abitanti.

Tuttavia si può parlare di un fallimento del dispotismo illuminato anche in Italia, esso non ha smantellato il feudalesimo, ma ha solo cercato di correggerne alcune imperfezioni. A partire dal 1789, regna in Italia la paura per quello che sta avvenendo in Francia e i sovrani sospendono ogni riforma.  La Penisola, che ha accolto modestamente le innovazioni della rivoluzione industriale che vengono dall'Inghilterra, resta essenzialmente agricola. L'aumento della produzione e i perfezionamenti tecnici, per meritori e interessanti che siano, riguardano solo una parte ridotta della Penisola e comunque sono insufficienti a seguire la crescita demografica.

Comunque le innovazioni illuministiche non vanno a beneficio delle masse, i contadini sono sottomessi alla pressione dell'individualismo agrario e al desiderio di profitto dei grandi proprietari o dei loro gestori. Le "enclosures"si fanno anche in Italia, si estendono e portano a restringere i vantaggi collettivi, i tradizionali benefici del Medioevo: pascoli e campi comuni che permettano alle plebi delle campagne di sopravvivere.

La fine del `700 è costellata di segni di malcontento, spesso di sommosse. Nello stesso tempo si accresce lo squilibrio tra il Nord che, là dove è amministrato dall'Austria, evolve verso forme avanzate di civiltà non diverse da quelle della più civile Europa continentale, mentre il Sud, immobile nel suo isolamento e dove lo splendore delle sue élites politiche e culturali non compensa l'arcaismo di una società tradizionalista, è rigidamente feudale.

Così, le riforme non hanno risolto gli squilibri del sistema feudale in Italia, l'intervento dall'alto non ha risolto i problemi della società italiana. Solo l'arrivo dei Francesi della Rivoluzione con Bonaparte porterà nella stagnante Penisola una ventata di rinnovamento, che la sovvertirà in profondità con conseguenze decisive per il suo futuro.

(Sergio Benedetto Sabetta)

(segue seconda parte)
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LaPrevidenza.it, 09/03/2019