venerdž, 20 settembre 2019

Fuga dallo Stato

Prof. Sergio Benedetto Sabetta

 

La "fuga dallo Stato" si è risolta nei limiti imposti sia dai diritti comunitari e internazionali che dalle leggi regionali e dagli statuti delle autonomie sub-regionali, a cui la globalizzazione in atto ha condotto ad intrecciare, rispetto all'ordinamento statale oltre ai diritti sopra indicati e alle norme regolamentari, le decisioni delle varie magistrature interne, comunitarie ed internazionali, con la difficoltà di intersecare i vari diritti secondo una logica unitaria richiamando in mente la complessità dei "Libri feudorum".

Lo Stato viene ad essere indefinito, parte di quella società liquida teorizzata da Baumann , esposto al prevalere delle forze dei grandi gruppi finanziari privati ma anche alle pressioni delle varie organizzazioni internazionali non governative, i grandi principi di giustizia ed equità, i diritti della persona, vengono ad essere scorporati da uno stretto rapporto con la cittadinanza statale, si tendono a creare cittadinanze esterne e superiori come nell'U.E. o figure giuridiche che riconoscono categorie particolari, un movimento similare alla cittadinanza che alla metà del trecento i Visconti imposero nel loro ducato, superando le cittadinanze locali, secondo uno schema ripreso dagli Strati nazionali, Francia e Inghilterra, in via di costruzione.

Nel sovrapporsi di cittadinanze e figure giuridiche particolari anche il rapporto dei diritti/doveri diventa più articolato, non vi è più una corrispondenza diretta, ai diritti viene meno quale contrappeso la categoria dei doveri, in questo sfumare delle posizioni si recupera la pratica in particolare francese, inglese e olandese delle concessioni ai privati al fine dello sfruttamento, secondo un modello che si rifà alla delega di governo di tipo feudale del banco di San Giorgio della Repubblica di Genova, per cui si comprendono nei capitolati o "capitoli" della concessione gli obblighi, fino a giungere a situazioni similari al "merum et mixtum imperium", ossia ricomprendenti elementi di giustizia penale.

In Italia la cittadinanza è uno status la cui origine risiede nella città quale conseguenza della sua priorità nella costruzione delle organizzazioni pubbliche, il cui principale privilegio era la riserva delle cariche pubbliche rimaste appannaggio del Comune a favore dei suoi cittadini, nel successivo aggiungersi di nuovi territori agli Stati regionali, le città da Stati autonomi, normalmente attraverso le "capitolazioni", acquisivano lo status di Comuni autonomi inquadrati nella loro autonomia dai principi quadro dello Stato dominante, il cui controllo era assicurato da alti ufficiali del governo centrale, di regola cittadini della capitale, ossia del nucleo originario che ha dato il via alla formazione dello Stato attraverso l'espansione economico-militare, appare evidente la delicatezza della funzione della cittadinanza che questa ha fin dall'origine posseduto.

Vi è sempre un rischio insito nel suo svuotamento, come avvenne nell'epoca Imperiale del III secolo d.C., un appiattimento progressivo verso obblighi, doveri e servitù varie a cui non corrispondono diritti ben tutelati ma vaghe promesse, premesse per una futura divaricazione, un problema di equità e di coesione sociale che si riflette nella gestione della giustizia e nel significato che ad essa si intende attribuire.

D'altronde l'equità assume significati diversi a seconda dell' ideologia e dell' interpretazione come differisce tra codice civile e costituzione, dove nella prima assume un'ottica individualista e contrattualista mentre nella seconda prevale l'aspetto sociale trascendendo lo stretto rapporto legge- sentenza, nell'indefinitezza di una teoria della giustizia (Kelsen-Ross) non si può tuttavia non vedere la necessità di una contemperanza, l'eccesso quale squilibrio nel suo rapporto con l'ambiente in cui i diritti sono calati.

Gli stessi diritti della persona vengono a variare in funzione dell'economia e della cultura tra un minimo e un massimo che non può sciogliersi in un assoluto senza evaporare, i diritti costituzionali plasmano e al contempo risentono dell'ambiente, in cui il cambiamento del paradigma interpretativo crea un permanente circuito ermeneutico, anche quale risultato di una "globalizzazione" giuridica "fortemente incentivata" dal "Judicial activism" della Corte di Giustizia dell'U.E.

Questa relatività viene ad investire l'intero settore pubblico dove necessità politiche, evoluzioni culturali, modelli economici e cicli storici ne determinano la variabilità dei confini, con una conseguente ampia discrezionalità sia dell'interprete che dello stesso legislatore nell'accogliere le pressioni ricevute, si ha così che oltre all'individuazione della materia lo stesso principio di buon andamento può andare in contrasto con il principio di legalità, come quello sociale di equità, in un difficile equilibrio tra efficienza, individuazione delle necessità sociali primarie in un proliferare di richieste, e abuso del concetto di buon andamento per finalità prevalentemente privatistiche di gruppi di pressione, riprendendo il già manifestatosi uso personalistico delle risorse pubbliche, riemerge pertanto l`insufficienza qualitativa e la cultura autoriprodotta che vi è alla sua base, considerando tra l'altro l'aggressività che inevitabilmente nasce dalla riduzione delle risorse disponibili.

Anche i diritti hanno un costo in quanto si riflettono nelle modalità di distribuzione dell'attività lavorativa, sono pertanto in relazione alla capacità produttiva e alle risorse a disposizione, il volere negarne i costi, come nella mancanza della determinazione di un costo, induce all'abuso e quindi all'inefficienza distorsiva, i diritti come i doveri sono frutto ed espressione di un ben determinato contesto culturale e come qualsiasi elemento privo di un costo induce all'abuso e allo spreco, nell'accrescere le condizioni che favoriscono la crescita della ricchezza possono anche ripetere i danni da inefficienza già manifestatisi precedentemente nel contesto originario.

Il dissolversi della relazione diritti-doveri nella nebulosa dello Stato liquido (Baumann), in cui l'unico vero dovere resta quello tributario, si ricompone economicamente nell'indebitamento dell'individuo, il singolo torna ad essere contemporaneamente consumatore quale diritto/dovere morale al fine della crescita del PIL e al contempo rimane vincolato ad una serie di obblighi dall'indebitamento.

Dalla sua restituzione alla conseguente necessità di lavorare accettando qualsiasi condizione, si viene in tal modo a dipendere da una elite che si integra nello Stato stesso, ne diventa in parte sostituto ed elemento di congiunzione con strutture sovranazionali, ma in questo vi è una gratificazione psicologica che ne favorisce entusiasticamente l'adempimento, circostanza che rende invisibile il rischio insito nel saldarsi dell'indebitamento con i problemi di una gratificazione psicologica del semplice acquisto da doversi ripetere all'infinito. Circostanza che può condurre all'inefficienza sociale della patologia la quale viene esaltata quale modello sociale da perseguire e desiderare, si sostituisce la crescita breve a scapito di un equilibrio a lungo termine, si crea un ciclo di diritti e doveri, di utili e costi in cui rientra il crescere del contenitore del contenzioso.  Si ha pertanto che D (dipendenza, diritti, doveri) = fi (funzione dell'indebitamento) = alla sommatoria di C (consumo) + V (vincolo) = P (patologia), vi è quindi il moltiplicarsi di una spesa socialmente improduttiva con costi a carico della collettività.



Bibliografia  

· Napolitano G. ­ Abrescia M., Analisi economica del diritto pubblico, Il  Mulino, 2009;  
· Chiti M.P. (a cura di ), Il partenariato pubblico-privato. Profili di  diritto amministrativo e di scienza dell'amministrazione, Bonomia  University Press, 2005;  
· Mannori L. ­ Sordi B., Storia del diritto amministrativo, Il Mulino,  2009;  
· Quadrio Curzio A., Noi, l'economia e l'Europa, Il Mulino 1996;
· Sartori G., Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 1994;
· Zagrebelsky A., La virtù del dubbio. Intervista su etica e diritto (a cura  di) G. Preterossi, Laterza 2007.

Vedere sulla stessa rivista dello stesso autore:  

· Il potere quale rappresentazione teatrale;  
· La problematica dell'unità dell'Italia,
· Pluralismo e pensiero unico nell'Europa unificata;
· Evoluzione del concetto di Stato dal XIX al XXI secolo;
· Elite e potere;
· Sviluppo politico.
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LaPrevidenza.it, 26/11/2017